giovedì 7 agosto 2008

Apro Google ed inserisco “Bossi vilipendio”.

Apro Google ed inserisco "Bossi vilipendio".

Tra i vari link offerti scelgo http://www.unita.it/view.asp?idContent=77794 .

Leggo dapprima il titolo dell'articolo:


 

"Bossi, vilipendio all'Inno. Procura chiede archiviazione"


 

E quindi di seguito la sintesi del contenuto.

"Non costituirebbero reato ministeriale le espressioni e il gesto sull'Inno di Mameli usati da Umberto Bossi a Padova, per i quali risulta indagato come «atto dovuto». La conclusione è contenuta nella richiesta di archiviazione che accompagna l'invio del fascicolo per l'ipotesi di reato di vilipendio trasmesso al tribunale dei Ministri dal procuratore aggiunto della Repubblica di Venezia Carlo Mastelloni.

Il fascicolo era stato aperto dalla procura della Repubblica di Venezia sulla base di una nota informativa della Digos di Padova riguardante il discorso fatto da Bossi nel corso del congresso della Liga Veneta-lega Nord, il 20 luglio scorso."

Bossi è un ministro della Repubblica; nella fattispecie "Ministro delle riforme".Si tratta di un "Ministero"; niente a che fare con il "Riformatorio" dunque, anche se l'associazione di alcune delle voci farebbero pensare a qualcosa del genere.
Un ministro oltre ad essere "Onorevole" come nome identificativo, dovrebbe esserlo anche come aggettivo.
Insomma ci si aspetta che un "Onorevole" sia di fatto anche "onorevole".

Un ministro della Repubblica, pur se non è Il primo cittadino" della repubblica – quel ruolo è ricoperto dal Presidente della Repubblica" - , ne è comunque uno dei primi.

Su sessanta milioni di persone circa, è una bella posizione!

Più degli stessi semplici "onorevoli", nel senso che non sono ministri, che compongono il Parlamento.

Dunque un esempio; per tutti.

Giovani, ragazzi ed anziani: insomma persone di tutte le età.

Compresi gli stranieri che vi circolano liberamente, a torto od a ragione, per motivi turistici o di lavoro; o perché hanno scelto questo paese come loro residenza.

Davvero un bell'esempio di civiltà e di rispetto per lo Stato e per le leggi che lo regolano, per tutti!

Vorrei anche capire cosa voglia dire "Reato ministeriale".

Il suo significato, confesso, mi è oscuro.

Tranne che non sia una giustificazione per una franchigia ancor più ampia di quanto non sia già concessa a chi ci governa, e dovrebbe farlo con giudizio, accortezza e senza inculcare sentimenti di ribellione o terroristici.

Non vedo giustificabile il motivo con cui sembra sia stato fatto passare l'episodio: "Espressione non detta da un Ministro, ma da un esponente o capo di partito politico".

Bella schifezza di capo e bella schifezza di partito politico, devo dire; forse si tratta di un partito politico sovversivo? Gestito da un capo politico sovversivo?

Io un partito così non lo voterei giammai; ma nemmeno chi ci sta dentro: io non sopporto ignoranza, ignominia, e la sfrontatezza e l'arroganza con cui gli ignoranti si pongono a maestri di vita.

Non sono in grado di confrontare questi episodi con possibili situazioni similari di altri paesi civili.

Devo però constatare che in Italia funziona così:

un ministro può proprio in quanto tale offendere liberamente i simboli dello stato che lo ha eletto e che gli permette di sopravvivere, "curarsi", mangiare e quant'altro, e quindi tutti i suoi cittadini;

un ministro può proprio in quanto tale offendere la memoria di coloro i quali hanno nel passato combattuto e sono morti per quello stato sul quale sputa e vitupera, e che per quei simboli hanno lottato, hanno difeso, in quei simboli si sono riconosciuti;

un ministro può proprio in quanto tale offendere la memoria di tutti quelli per i quali quei simboli sono stati il loro ultimo abito, l'inno la loro ultima espressione di vita sulle labbra.

Questo qualsiasi ministro può restare impunito perché gli è consentito di farla franca grazie a quelle leggi ed a quei magistrati che non perde occasione di offendere e malversare con frasi spesso ingiuriose.

Complimenti; davvero complimenti a chi queste cose tollera e difende, consentendo l'autorizzazione ad eventuali migliorie alla prima prossima occasione.

Ma se quelle cose le avesse dette e fatte un "Tizio Sempronio" qualsiasi, il risultato sarebbe stato lo stesso, o qualcuno si sarebbe fatto scrupolo di denunciare, arrestare e condannare?

Ma la legge non è uguale per tutti? E per chi in quanto "Onorevole" dovrebbe essere un esempio per gli altri, e commette azioni indegne di essere definite "onorevoli", non dovrebbe essere un po' più uguale, ovvero restrittiva?

Non dovrebbe essere cacciato via dal Parlamento in quanto rappresentando così tutti coloro che ne fanno parte, ne disonora il senso ed il ruolo?

Un ministro, è sempre ministro; non può essere una volta ministro ed una volta "Capo di partito".

Secondo questa logica quindi, anche un ladro non è sempre un ladro o l'assassino non è sempre un assassino; resta il fatto però che un "farabutto" resta un farabutto anche quando mangia, torna a casa, accompagna i figli a scuola, mentre si fa la barba.

Mi rendo conto di una sacrosanta verità: il problema non è il "Ministro", ma tutti coloro che lo hanno votato e lo hanno reso tale.

Dove è finita l'Italia! In che mani si trova! Poveri davvero i nostri figli, se dovesse ancora durare così! Spero davvero che se devono passare altri cinque anni, che passino in fretta.


 


 


 


 

domenica 13 luglio 2008

L'esame di guida.

Ciccio e Tore non riuscivano a nascondere la loro emozione.
Il gran giorno era finalmente arrivato.

Oggi avrebbero fatto l'esame di pratica dopo aver superato egregiamente quello di teoria.

I quiz erano andati alla grande: un solo errore ciascuno.
Non avrebbero mai saputo quale, ma quella lunga serie di domande tra le quali scegliere quella o quelle corrette tra le tante risposte già in elenco, era ormai alle spalle.
Importante ora, era non farsi prendere dal panico.

Sapevano entrambi che poteva bastare poco per rendere vano tutto il tempo trascorso, tra le guide fatte con l'istruttore e quelle “estorte” ai rispettivi padri scettici nell'affidare la guida della propria automobile, a degli inesperti prossimi autisti.

Entrambi avevano dovuto far festa a scuola, perchè l'esame era programmato a partire sin dalle otto e trenta del mattino.

Amici ma non compagni di classe; le loro strade scolastiche si erano divisde alla fine del biennio scegliendo, ognuno di loro, un percorso successivo diverso.

Quando sarebbe stato il loro turno e chi dei due il primo, non era però dato saperlo.

Per quel giorno sarebbero stati circa una decina in tutto.

Prima o poi sarebbe toccato a tutti. Si trattava solo di aver pazienza.

Il dubbio era il solito: meglio prima, quando l'ispettore è ancora fresco ma forse per questo più esigente, oppure a fine giornata, quando è ormai stanco ma probabilmente proprio per questo nervoso?

Arrivarono in agenzia con largo anticipo e scoprirono di essere stati i primi a presentarsi.

Anche se questo non avrebbe significato essere i primi ad affrontare l'esame.

Graziella, la ragazza della scuola guida con la quale si era creata una buona amicizia, sorrise nel vederli e subito si accorse del timore che li pervadeva entrambi.

Nel corso delle guide avevano raccolto sistematicamente i complimenti dell'istruttore; la loro abilità gli aveva evitato di affrontare un incremento di spesa per ulteriori esercitazioni.

“Salve ragazzi!, già qui? É ancora presto. Siete i primi.”

Non poteva non accorgersi del loro stato. Glielo si leggeva in viso.

Fino al giorno precedente sempre scherzosi, ora invece tutti seri e tirati.

“Suvvia, non vi dovete preoccupare. Vedrete che andrà tutto bene”.

Il tentativo di tranquillizzare i due esaminandi non riusciva a raggiungere il risultato sperato.

“Vi ho detto di stare tranquilli. Credetemi.” Insisteva Graziella.

Visto che le sue parole finivano nel vuoto, decise che di Ciccio e Tore poteva fidarsi.

Gli avrebbe raccontato un segreto che avrebbe dovuto religiosamente tacere.

“Vi dico una cosa che non dovete raccontare a nessuno. Siete capaci di mantenere un segreto? Di star zitti anche a casa? Se si venisse a sapere me la passerei davvero male!

Oggi siete tutti fortunati: l'ispettore che sarebbe dovuto venire per l'esame ha avuto un impedimento improvviso. Se ci fosse stato quello, avreste dovuto fondare tutto sulle vostre abilità e sul vostro sangue freddo.

Al suo posto viene una ispettrice donna. Si è presentata subito. Ha visto quanti siete da esaminare, e ci ha fatto il conto degli euro da darle per ciascuno di voi per promuovervi, altrimenti ha detto “li boccio tutti senza distinzione”. Ovviamente abbiamo accettato la sua richiesta. Quindi.... Ma mi raccomando: silenzio!”

Ancora pochi minuti e cominciarono ad arrivare anche gli altri.

Gli esami iniziarono a metà mattinata.

Due le auto: una con l'ispettrice, l'istruttore e l'esaminando di turno.

L'altra dietro a seguire con altri quattro aspiranti patentandi in attesa.

Il tutto finì nel corso del primo pomeriggio.

Sembrava fosse durata un'eternità, ma alla fine la gioia fù incontenibile: andarono subito in agenzia a ritirare la patente già pronta.

I saluti ed i ringraziamenti di rito, le risate, le battute e finalmente... era fatta!

Effettivamente era andato tutto come previsto e come era stato annunciato.

Tutti promossi.

Davvero se la sarebbero meritata comunque, oppure se il titolare dell'agenzia si fosse rifiutato....?

Ciccio e Tore non volevano pensarci nemmeno.

Quel documento magico che li autorizzava a mettersi alla guida di un auto, era finalmente in loro possesso.

Se si fossero comportati bene, nessuno gliela avrebbe tolto più.

La loro coscienza era tranquilla, perchè erano convinti di non aver avuto nessun regalo.

Insieme andarono al bar per un succo di frutta liberatorio e poi finalmente a casa.

Ora ad entrambi non restava che l'ultima lotta: convincere i rispettivi papà ad affidargli l'auto di famiglia.


Di nuovo il referendum

Chi governa uno stato è l'espressione del popolo che lo ha votato.

Se questo è uno dei principi di una democrazia, e se l'Italia è un paese democratico come dice di essere, questo è un principio che vale anche per chi ne è il suo popolo.

Se un altro dei principi della democrazia stabilisce che a governare sia colui che è stato eletto dalla metà più uno degli aventi diritto al voto, per rispetto a questa metà, l'altra, quella metà meno uno degli aventi diritto al voto, ha l'obbligo di accettare il risultato.

Perchè dunque tanto accanimento nei confronti di Berlusconi e compagni, laddove la sua presenza quale primo ministro, è il risultato dell'espressione della maggioranza del popolo, che in lui si è riconosciuta.

In lui ed in quelli che lo contornano.

Non ho votato Berlusconi e nemmeno lo voterò mai, ma devo accettare ob torto collo che oltre la metà dei miei connazionali si identificano in lui.

In quello che è stato, in quello che è, che ha fatto, in quello che pensa, in ciò che pensa di fare.

A mio avviso è inutile che si urli ora allo scandalo, sia l'opposizione di pseudocentrosinistra che quella di finto centro.

Opposizioni che fino ad oggi hanno accettato che andasse avanti chi non ha mai cercato di nascondere le sue intenzioni ed il suo modo di interpretare la gestione della cosa pubblica.

Passato lo scoglio del primo scandalo, quello “Originale”, ormai è necessario, fa d'uopo, accettare silenziosamente, passivamente tutto il resto.

Lo scandalo “Originale” è stato quello di consentire che si candidasse a primo cittadino della Repubblica colui al quale oggi, dopo un bel po' di tempo dalla sua elezione, e dopo reiterati tentativi di accordi andati a mal partito, si imputano azioni e cose che erano già note prima.

A questo punto il “premier” & C. hanno perfettamente ragione: se si è deciso che potessero governare, ora è necessario che li si lasci fare.

Inutile stare a scandalizzarsi per cose che si conoscevano anche prima.

Oltre tutto essendoci stata una esperienza precedente, non si può nemmeno avere a propria giustificazione la sorpresa o l'inganno.

Non è oggi che l'attuale primo ministro non dovrebbe poter governare.

Non gli si sarebbe giammai consentito di potersi candidare.

Se l'ha fatto, e se è stato financo eletto, allora vuol dire che tutto gli è concesso.

Anche farsi le leggi ad personam.

Perchè così vuole la maggiopranza degli italiani.

Una maggioranza che testimoniando la propria incompetenza a decidere chi debba governarla, stabilisce ipso facto che a decidere siano altri.

E questi altri oggi sono il Partito della Libertà.

Quale libertà, da chi e da cosa, e sopratutto di poter fare cosa, è chiaro già da anni.

Non aggiungiamo la beffa al danno.

Si è accettato passivamente che avrebbe potuto far tutto quello che si sapeva e capiva avrebbe fatto?

Beh ora che lo si lasci fare.

Evidentemente la dose di vaccino non è stata sufficiente.

Ne occorre un'altra.

I referendum dunque andavano fatti prima.

Probabilmente si sarebbero persi, visto come sono andate le cose.

Visto anche che chi lo ha votato ha deciso tra due opzioni:

  1. so chi è e che cosa ha fatto, che cosa potrebbe fare, cosa certamente farà e lo voto lo stesso perchè mi conviene.

  2. non credo assolutamente a quello che si dice su di lui, sono tutte calunnie. Quindi lo voto.

Chi non ha visto, o pure avendo visto ha accettato, continuerà a non vedere e ad accettare.

Il referendum di oggi, quello che vuole Di Pietro, persona pur stimatissima ed intelligente, è solo una perdita di tempo e danaro.

Per i prossimi cinque anni le cose non cambieranno.

Piuttosto che continuare a viverli come la sinistra - centrista o meno che sia - ci ha fatto vivere questi ultimi sei anni e poco più, viviamoli così come vengono. Continuare a contestare non servirebbe a far altro che a radicare nelle persone la convinzione di una condizione di martire in cui il desso si crogiola di farsi ritenere.

D'altronde mi chiedo dove sta la “sinistra” che può contrastare il Popolo della libertà, visto che sino ad ora è stata proprio la “sinistra” a convalidarne l'ascesa al potere?


mercoledì 25 giugno 2008

Cinquanta centesimi.

Ruggiero camminava pensieroso borbottando, tra sé e sè, per via dei cinquanta centesimi che gli mancavano per raggiungere la somma da destinare all'acquisto di un nuovo pacchetto di sigarette.

L'ultima del precedente l'aveva ormai spenta da oltre tre ore, e sentiva di stare entrando in crisi d'astinenza.

Il bisogno di fumare lo stava irritando al punto di non accorgersi di quello che gli accadeva intorno, e nemmeno del mendicante Elpidio, che come sempre stazionava con la mano tesa a “coppetto” con sopra poche monete, giusto all'angolo della piazza.

Elpidio usava sistemarsi proprio accanto all'uscita – che era anche ingresso in verità – del bar “Il Paradiso del café” - con una sola “effe”, perchè così sembrava più naturale – di Eduardo.

Ogni tanto un nome normale.

Era convinto che quello fosse un buon posto.

Chi mai, dopo aver sorbito uno dei cafè più buoni del paese, non si sarebbe sentito tanto in pace con se stesso da rifiutare una breve mancia uscendo dal bar?

Praticamente quasi tutti.

E questa cosa tormentava molto il cuore, il pensiero e la tasca di Elpidio-

Il brav'uomo però, che non riusciva a rassegnarsi ad un'idea era stata infelice, diabolicamente nemmeno smetteva di insistere cambiando posto.

Ruggiero era frettolosamente uscito dalla tabaccheria di Eulalio (ci mancava da tempo un nome così), a pochi numeri civici dal bar, appena si era reso conto di non riuscire, seppure di poco, con i soldi che aveva nel portamonete a raggiungere l'importo che gli sarebbe servito.

Nella fretta di uscire di casa, aveva dimenticato di portare con sé il portafogli.

Per un momento aveva anche pensato ad un furto con destrezza ma poi, rifacendo il percorso mentalmente, si era reso conto di averlo lasciato sullo scrittoio in camera da pranzo.

Ruggiero dunque, lo avevamo lasciato nel mentre, borbottando da solo distrattamente, raggiungeva il punto dove Elpidio svolgeva stoicamente il suo ingrato ed infelice compito.

Quest'ultimo vedendolo arrivare, sperando in un gesto di improvvisa generosità da parte di Ruggiero, generosità sulla quale nessuno avrebbe mai scommesso un centesimo per cui non è dato sapere da dove gli venisse questa pia illusione, stendendo il braccio destro, con la solita mano acconciata “a coppa” e con dentro alcune monetine messe lì ad invogliare, gli si faceva da presso osando timidamente “Qualche spicciolo per le sigarette, signore?”

Il volto di Ruggiero si illuminò.

Sorridente ringraziò Elpidio riptutamente e si scelse quanto bastava per raggiungere l'importo mancante, e di corsa tornando indietro raggiunse la tabaccheria nella quale entrò trionfante, lasciando Elpidio con un palmo di naso.


lunedì 23 giugno 2008

Mezza pensione....

Vedo passarmi davanti i piatti destinati agli altri commensali.

Abbondanti e saporosi.

Contento mi frego le mani pensando a quando arriverà il mio.

La pasta è tanta e par buona,

la fame non manca,

sul ponte sventola bandiera bianca!”

Poi la delusione.

L'impressione è che il contenuto del mio piatto sia giusto la metà di quello degli altri.

Sarà colpa della “mezza pensione”?

Mi chiedo se sono il solo a “mezza pensione”; cerco di gettare lo sguardo tra i tavoli che mi stanno intorno per scoprire la presenza del biglietto rivelatore.

Sarà che come l'erba del vicino è la più verde anche il piatto del vicino è il più corposo, ma intanto a me sembra proprio che ci sia qualcosa che non va.

L'impressione è che il mio, di piatto, si svuoti prima di chi sembra aver ricevuto la stessa quantità di minestra prima di me.

Vuoi vedere che stava terminando proprio quando ho ordinato io?

Intanto sarà la fame, ma ci dò dentro col pane finchè nel piatto rimane solo la porcellana bianca.

Mi viene quasi la preoccupazione di dover scoprire la realtà di un increscioso algoritmo:
"Mezza pensione uguale mezza porzione".

Deluso e soprattutto con l'atroce dubbio che rimane, mi alzo dal tavolo, vado a pagare e salgo in camera.

Mi rifarò con la colazione.

L'indomani.

Visita di cortesia 1

Mammà, buongiorno!

Come state?

Stamattina come vi sentite?

No! inutile che vi guardate intorno: vostra figlia non ci sta; sono venuto da solo. Sono venuto per fare una cosa che lei non capirebbe. Voi si; la possiamo capire solo voi ed io.

Li vedete quelli? Sì, proprio quelli: i lumini!

Ve li ha portati vostra nuora. La moglie di vostro figlio.

No, e non le dite queste parole che dove state voi non sta bene. Trovate qualcuno che se la prende a male e che succede? Non ne vale la pena.

...eh ma io me lo immaginavo che vi sareste incazzata, perciò sono venuto oggi...!

Eh, e già, veniva solo lui!

Ma che ci volete fare: quella neppure qui lo lascia venire da solo!

Anzi proprio qui gli sta "'ncuollo 'ncuollo". D'altra parte ha sempre avuto paura della vostra presenza e figuratevi ora che siete presente più di prima!

Mammà, mo' vi dico perché sono venuto da solo.

Sono venuto a togliervi i lumini che vi ha portato vostra nuora e a mettervi quelli che vi ho portato io perchè quelli non vi servono a niente.

Quelli sono lumini che vi fanno luce solo quando è buio. I miei no!

I miei vi danno luce pure quando c'è il sole.

Ecco fatto!

Mo' però me ne devo andare!

Mammà vi saluto.

Ci vediamo un'altra volta.

Vengo pure con vostra figlia.

Ah! ma è una fissazione! E che ve ne fate delle caramelle?

Mica che non ve le voglio portare! Vi siete scordata che non ve le potete mangiare?

Io tengo le liquirizie nella borsa; tutt'al più se ne volete una... Ma no, che poi vi lasciano la bocca brutta.

Buona giornata!

venerdì 20 giugno 2008

Solitudine

Le mani. La prima cosa che ho guardato sono state le mani.
Guardo sempre le mani della gente che incontro.
Si possono capire tante cose già guardando solo le mani.
Piegato su di se quasi che il vassoio che reggeva con dentro il piatto dell'unica pietanza, un risotto, e la bottiglietta d'acqua, lo facesse sbilanciare.
Doveva essere stato un bell'uomo e di statura non indifferente.
La solitudine aveva irrigidito i tratti del volto che non riuscivano a distendere le rughe imposte dal tempo.
Mise con cura il resto nel borsellino. Poi sistemò il vassoio e dalla tasca del soprabito che si lasciò indosso, troppo leggero per la temperatura di quel giorno, tirò fuori una radio a transistor.
La accese sintonizzandola su una stazione musicale che non conoscevo.
La sistemò dinanzi al piatto, acconciò la bottiglietta d'acqua ed iniziò a rimestare nel piatto per amalgamarne il contenuto. Lentamente incominciò a mangiare.
Il rumore della folla vociante in partenza, non sembrava infastidirlo. Era certamente abituato a quel caos.
Non prestava attenzione a cosa dicessero dalla radio; importante era averla accesa e sentirla parlare.
Un modo per restare in compagnia. Non sentirsi completamente solo.
Consumò il pasto lentamente.
Solo una scusa con se stessi a lasciar credere che il vassoio non contenesse altro.
Tutte le sere così.
Finito il pasto spense la radio, e dopo averla riposta con cura si allontanò nel suo imponente ed incerto camminare.

Adele

Alta, magra; un fisico snello.
I capelli di un bel nero corvino divisi in due lunghe ciocche che scendevano dal cappellino con il nome della ditta fino a coprirle le orecchie.
Si muoveva svelta; nervosa nella ripetizione meccanica della stessa azione.
Adele lavorava da quasi un mese al self-service della stazione. Ripuliva i tavoli. Sistemava i vassoi frettolosamente abbandonati dai viaggiatori, in quello strano silos che spingeva come una carrozzina in una nursery; ripuliva velocemente il tavolino e via daccapo.
Strano; da bambina aveva sempre pensato che con quel nome fosse destinata ad altre cose.
Si vedeva insegnante circondata da tanti bambini in una scuola elementare con un giardino bellissimo pieno di alberi e fiori.
Sì, se avesse potuto scegliere avrebbe fatto la maestra. Ma Adele aveva capito da tempo che sarebbe stata la vita a scegliere per lei; era sempre stata scelta.
Anche questa sera avrebbe finito il suo turno e poi sarebbe andata a cambiarsi. Avrebbe indossato quella gonna comprata a saldi che rendeva giustizia al suo fisico longilineo pavoneggiandosi nello specchio.
Ma chi l'avrebbe notata? Adele usava non dare molta attenzione ai suoi colleghi di lavoro; preferiva evitare, con loro, qualsiasi rapporto fuori di quei tristi locali.
Anche con le donne aveva poca confidenza. La sua timidezza le faceva correre il rischio di lasciare intendere una altezzosità o superbia che non aveva mai avuto.
Nessuno ad attenderla, fuori.
Ogni sera tornava a casa stanca e sfinita ed avrebbe voluto sdraiarsi a riposare; magari davanti alla televisione oppure con quel libro che ricominciava a leggere continuamente daccapo senza mai riuscire a terminarlo.
Una volta a casa Adele aveva da accudire la mamma ed i suoi due fratelli più piccoli. Non v'era altri che lei a poterlo fare.
Il babbo era andato via ormai da qualche anno. Un'auto che a tutta velocità gli era piombata addosso mentre attraversava la strada glielo aveva tolto quando ancora avrebbe avuto bisogno di lui.
Quasi un mese tra la vita e la morte. La mamma non si era più riavuta dal dolore. Lei aveva dovuto abbandonare la scuola e provare a cercarsi un lavoro.
Ne aveva avuti diversi; forse quest'ultimo poteva essere quello buono. Nella sua testa pensava sempre al giorno in cui qualcuno sarebbe venuto a strapparla via da quell'angoscia. Avrebbe portato con sè la mamma; avrebbe avuto di che pagare qualcuno che la accudisse.
Anche i fratelli sarebbero venuti con lei fino a che fossero riusciti a trovare un lavoro ed ad andar via per la loro strada.
Lei non avrebbe più fatto il lavoro alla mensa della ferrovia. Sarebbe riuscita a completare gli studi; voleva diventare maestra.
Ci sarebbe riuscita. Avrebbe avuto dei figli suoi da accudire e non avrebbe più avuto i piedi così stanchi e doloranti.
Quando Adele si risvegliò con l'acre odore del latte bruciato sui fornelli, si rese conto che la stanchezza aveva avuto il sopravvento.
Si era addormentata sulla sedia con indosso ancora la gonna "bella".
Da dentro una voce triste pronunciava sommessamente il suo nome con una disperata intonazione.
Si ricominciava; era già l'indomani.

domenica 15 giugno 2008

Bidonville a Pompei.

Metà giugno.

Questo è il fine settimana in cui Pompei ospita il suo bidonville.

I gazebo bianchi si susseguono uno accanto all'altro sul lato della piazza che fiancheggia il giardino, proprio di fronte all'edificio che ospita la sede del comune; il palazzo De Fusco.

Una miscellanea di oggetti, libri, stampe, cose vecchie e meno vecchie; antiche? Chissà! forse soltanto per chi vuol crederci.

Molte cianfrusaglie; forse sapendoci fare si potrebbero anche trovare delle buone occasioni pur se non saprei davvero dire di cosa.

Alcuni degli oggetti in mostra mi riportano a ricordi dell'infanzia; ma quelli che vedo è giusto che restino lì. Comprare qualcosa significherebbe, nel breve volgere di qualche tempo, far finire tutto al centro di raccolta del comune.

Mi piace girare tra i gazebo; girare e stare a guardare per curiosità.

Per trovarmi a scavare nella mia storia e scoprire qualcosa che mi riporti ad immagini vissute.

Camminare lentamente tra quegli oggetti è un po' come leggere il racconto di un'esperienza similare alla mia; somigliante, non certo la mia; ritrovare cose accantonate nella memoria simili a quelle che han vissuto con me.

Non quindi ritrovare i miei ricordi - e come potrebbero esserlo!? – ma aiutato da quelli degli altri riportare alla superficie i miei che sembravano dimenticati.

Che senso avrebbe comprare cose che mi sarebbero distanti, inermi, senza parole?

I collezionisti son gente strana che si diverte a raccogliere ricordi di altri; di tutti tranne che i propri.

Comprano e nascondono in casa cose fredde, inerti… senza anima per godere della loro esclusiva presenza, del loro possesso; della gioia di aver tolto quel possesso ad altri che altrettanto avrebbero fatto con piacere se avessero potuto giunger per primi.

Solo immagini senza vita di cui non riusciranno ad ascoltare le voci; ricordi che non potranno raccontare la loro storia ma solo riflettere una squallida immagine di morte.

Immagini che disperatamente grideranno i loro racconti, nell'inutile tentativo di farsi ascoltare

domenica 25 maggio 2008

Risponde la casella vocale di… (3)

Cara casella vocale buongiorno.

Il mio orologio segna le cinque e trenta del mattino, ma sono sveglio dalle cinque.

Non ti chiedo che ora segna il tuo, di orologio, perché se uno dei due non perde od non avanza, porteranno entrambi la stessa ora.

Non mi riusciva di dormire perché ti devo raccontare una cosa che adesso ti racconto subito - subito così non ti faccio perdere tempo.

Indovina un po' cosa vuol dire questa lista?

Abenante Lucia, Bonara Claudio, Cacace Antonio, De Bernardi Francesco, Di Girolamo Maddalena, Franzoso Annalisa…Lano Rosa...

Mi fermo per non elencarli tutti: se non mi sbaglio erano venti.

La domanda è da un milione di euro! Ti do io la risposta, che se poi indovini i soldi poi dove li prendo?

Si tratta del raduno della terzacci.

Per la precisione: la terzacci della scuola media. Quella dove stavo io quando facevo la media.

Giusto - giusto 40 anni fa l'ultima volta che si era stati tutti insieme.

Tutto ha avuto inizio proprio con la telefonata di Lano Rosa - senza l'apostrofo….! - che è stata proprio una sorpresa.

Un nome - un programma.

Puoi immaginare tutti i maschi della classe, in quali commenti per tre anni si sono scatenati!

Davvero non c'è stato limite alla fantasia.

La sua era la lettera di metà alfabeto.

All'epoca già prosperosa, manifestava contemporaneamente esuberanza ed accondiscendenza.

Il turno in cui era capoclasse Schiavone Michele, appena andava alla lavagna per "mantenere il silenzio" tirava giù tre colonne: buoni, cattivi…. Bone.

Nella terza colonna scriveva subito L'ano, ma con l'apostrofo.

Il suo turno di capoclasse finiva lì, dieci minuti in tutto contro l'intera settimana di tutti gli altri.

Capitava sempre durante l'ora di italiano, la prima del lunedì.

"Schiavone, questa volta è il tuo turno. Vai alla lavagna e mantieni il silenzio; mi raccomando…!"

Il professor Pecorelli Michele era una brava persona; cercava di dare sempre una seconda chance a tutti; a Schiavone Michele anche di più perché secondo noi gli piaceva la mamma. Infatti voleva che andasse a parlare con lui tutte le settimane con la scusa che il ragazzo era distratto in classe, seguiva poco, non si applicava a casa…

No, non è che c’era qualcosa tra loro.
Il fatto è che alla signora Schiavone Raffaella - si chiamava così -, ci piaceva andare in giro con una minigonna che diceva l’ultimo della classe, in senso di ordine alfabetico e infatti si chiamava Zanardi Gennaro come il nonno paterno, teneva le gonne raso mutanda.
Pure le scollature erano abbondanti che si vedevano quelle che Zanardi Gennaro, che era uno esperto perché una volta aveva trovato un giornaletto pornografico sotto al letto del fratello grande, chiamava “‘e zizze”.

Una volta ci ho detto a mia mamma “mamma me le fai vedere ’e zizze tue? Voglio vedere se sono come quelle della mamma di Schiavone” e lei mi ha dato uno schiaffo che ancora me lo ricordo.
Insomma Pecorelli la faceva entrare dentro alla sala dei colloqui, le diceva

“Prego signora, si accomodi qua su questa bella sedia che dobbiamo parlare un poco”.

Poi lui si sedeva di fronte a lei su una poltrona che stava più bassa della sedia, e cominciava a parlare.

Come stavano seduti, lui ci guardava sicuramente in mezzo alle gambe, perché poi lei le spostava una volta di qua e una volta di là e lo lasciava fare.
Noi lo sapevamo perché una volta Zanardi Gennaro aveva voluto spiare dal buco della serratura.

L'incontro durava sempre più degli altri, e sempre con la porta chiusa con la scusa della privacy…

A quell'epoca però la privacy non esisteva ancora, e Pecorelli la chiamava "Sapete, per motivi di riservatezza...".

Ci metteva pure i puntini sospensivi.

Nel senso che "Mi dispiace ma non sta bene sentire i fatti degli altri, per favore uscite fuori."

Che poi mia mamma a casa sentivo che diceva a papà

"Non capisco perchè poi i fatti miei li devono sentire tutti, mentre quelli della signora Schiavone sono riservati..."

E quando diceva così, pure mia mamma ci metteva i puntini sospensivi.

E quando non si presentava, Pecorelli, appena ritornava in classe, "Schiavone - diceva - non ho visto tua mamma…! Devi dirle che ho bisogno di parlare con lei urgentemente. Ho l'impressione che a casa non ti segua come dovrebbe…"

Sempre così; se la mamma di Schiavone Michele saltava un colloquio, ecco che le cose per Schiavone Michiele si mettevano male. Voti bassi a compiti e interrogazioni…

Insomma, a parte il fatto che secondo noi era un po', anzi abbastanza rattuso, Pecorelli era una brava persona.

Appena andava alla lavagna per Schiavone Michele però era più forte di lui.

Ce la metteva tutta a contenersi; iniziava a tirare soltanto due colonne ma poi, mentre il professore metteva a posto il registro - come diceva lui -, ecco comparire la terza con il nome fatidico scritto bello grosso e con l'apostrofo.

Erano le nostre risate ad attirare l'attenzione di Pecorelli che, inforcati gli occhiali esplodeva:

"Schiavonecancellasubitoquell'oscenitàchiediscusaallatuacompagnaedescifuorifinoallafinedellalezione!"

Lo diceva così, tutto d'un fiato; senza virgole e senza spazi, senza riprendere fiato; alla fine la faccia sembrava tutta viola.

Poi con l'ultimo filo di voce aggiungeva "… e domani fai venire tua madre, mi raccomando!"

Poi alla fine dell'anno lo promuoveva sempre.

Secondo me il Professore Pecorelli, quando ha scoperto che l'ha promosso pure all'esame di terza media, e quindi non c'era più bisogno che la mamma di Schiavone Michele andasse a parlare con lui tutte le settimane, sid eve essere pentito e sicuramente si sarà detto "Ma come, l'ho promosso! Che scemo sono stato!"

Insomma dopo quarant'anni, un raduno di ex compagni di terza elementare potrebbe essere una causa di suicidio.

"Ci saranno tutti! Ci incontriamo davanti all'edicola di Don Giovanni, all'angolo con la piazza. Poi lì decidiamo dove andare. Una pizza o quel che ci pare e poi tante chiacchiere. Contiamo tutti anche sulla tua presenza. Non mi deludere!"

Un flebile "Va bene, grazie. Ti farò sapere…" l'unica cosa che mi è venuta da dire.

Ce ne è voluto un bel po' per uscire dallo sconforto.

Cara casella vocale, ora dimmi tu. Io già sto combinato così che lo sai che prendo le pillole, le gocce…

Sto qui che grazie al cielo ci sei tu che mi posso sfogare e raccontare, che mi fai fare questa bella cosa che parlo, parlo, parlo senza che tu, che lo sai quello che devi fare, mi fai parlare senza contraddirmi mai e senza mai dirmi niente perché io non ho mai trovato nessuno che mi fa parlare senza mai dirmi niente, soprattutto che non mi dice quello che devo fare.

Che prima tutti a dire "Devi fare questo!", "Devi fare quello!", "Non hai fatto questo: fallo subito!"… e così via.

Che pure il medico dice che sei davvero una brava amica, e che se non ci fossi tu lui sarebbe già impazzito.

Non ho ancora capito perché devo fare la cura io, per non fare impazzire lui. Ma non se la può fare pure lui la cura, che visto che il medico è lui proprio non gli costerebbe niente, oppure se proprio vuole guadagnare qualcosa che si deve fare la crociera, si può pure fare uno sconto.

Ma che c'entro io con lui?

Comunque te lo devo proprio dire: ho deciso di non andare.

Penso che non mi farebbe bene.

Ma ti immagini che specie di museo archeologico?

Eppoi io alcune di loro me li ricordo bene, perché comunque vivono qui nel paese, e li vedo spesso.

So pure le cose su di loro.

Che fine hanno fatto, quelli che si sono sposati, le zitelle, che si sono separati o che non hanno avuto figli, che ci hanno le corna…

Non sta bene dire così, ma che ci debbo fare. Se ci hanno le corna mica è colpa mia?

Io poi ci dovrei raccontare i fatti miei, e stai a vedere che con tutto quello che mi trovo già di mio, mi mettono pure gli occhi addosso perché rispetto a loro sto pure meglio.

Sai che ti dico, cara Casella Vocale? Io i fatti miei li voglio raccontare solo a te perché mi capisci e non mi dici mai niente.

Ora si sono fatte le sette. Mi vado a prendere la zuppona di latte che la mia mamma mi sta preparando, che è proprio buona.

Sai come la fa? No? Ma non te l'ho mai detto?

Ci mette dentro a un pentolino il latte, e poi lo scalda sopra al fornello.

Poi mentre che si sta riscaldando, ci mette due bei cucchiai di cioccolato in polvere che a me mi piace tanto – tanto. Ci hai presente quello della Perugina nello scatolo rosso? Proprio quello.

Quando che si sta per mettere a bollire ci piazza due cucchiai di zucchero, che così si scioglie e non rimane sul fondo che quando uno lo zucchero lo mette dopo sembra che non si scioglie mai.

Dopo lo zucchero, prima di spegnere la fiamma ci infila dei bei pezzoni di pane, rimasti un poco del giorno prima. Soprattutto se ci sta la crosta.

Tutto il pane si fa bello morbido – morbido, eppure la crosta.

Poi mi mette tutto nella tazza con lo stemma della squadra mia che tu lo sai qual è, non te lo debbo dire io…. Ed io mi faccio la più buona zuppa di latte del mondo.

Sento già l'odore, che mia mamma si alza sempre presto, perché dice che poi lei non ce l'ha la cameriera che le va a fare i servizi come alla signora del piano di sopra; che si deve fare tutto da sola e che se deve pure fare la spesa e cucinare il tempo è poco. Perciò la sera sta stanca e si addormenta sul divano. Che mio papà ci dice "Ma sei hai sonno perché non ti vai a mettere a letto?" e lei ci risponde "Non sto dormendo, mi sto solo riposando un pochettino" e comincia a russare un'altra volta che noi alziamo la voce della televisione perché ci pare che non sentiamo niente.