giovedì 13 novembre 2014

Pompei: l'auto precipitata nel fiume Sarno. Madre e figlia morte. Un anno dopo.

21 Novembre del 2013.

Il Mattino di Napoli 
(http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/auto-fiume-sarno-pompei/notizie/366737.shtml)

Pompei. Drammatico incidente: un'auto precipita nel fiume e scompare: madre e figlia disperse.

POMPEI. Schianto tra due auto a Pompei: una precipita nel fiume Sarno e viene inghiottita dalle acque. I sommozzatori sono a lavoro dalle 7 e non sono ancora riusciti a trovare la macchina e gli occupanti. L’incidente si è verificato poco prima delle sette.

Una proveniva dalla periferica via Casone, in direzione di Pompei, l’altra era diretta verso Castellammare di Stabia proveniente da Scafati.

All’incrocio tra via Casone, via Ripuaria e via Antonio Morese le due vetture si sono scontrate. Violentissimo l’impatto che ha scaraventato una delle auto coinvolte contro il parapetto, sfondandolo, e precipitando nel fiume.

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A bordo della Panda precipitata nel fiume, da quanto si è appreso, c'era Nunzia Cascone, 51 anni, e sua figlia Anna Ruggirello di 20 anni e non di circa sette anni come appreso in un primo momento. A riferirlo è stato il cugino della donna, Salvatore Cascone.

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Con il calare della sera le operazioni di ricerca sono state sospe. I vigili del Fuoco, che hanno condotto le ricerche nonostante una corrente fortissima, non se lo sanno spiegare. «A valle dell'incidente - spiega un soccorritore - c'è una grata che interrompe la corrente. L'auto non può essere finita in mare». Eppure, nonostante il fondale arrivi circa ai sei metri e la larghezza del fiume sia esigua in quel punto, l'auto, che è gialla, ancora non si trova.


25 Novembre 2013

Il Messaggero (http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/CRONACA/pompei_sarno_auto_fiume_donna/notizie/370773.shtml)

Pompei, auto finita nel fiume Sarno: recuperato solo il corpo della figlia.

NAPOLI - Solo una delle due donne finite nel fiume Sarno a Pompei (Napoli), giovedì scorso, dopo un incidente stradale, è stata trovata all'interno della vettura estratta dalle acque: si tratta di Anna Ruggirello, di 20 anni, la figlia di Nunzia Cascone, di 51 anni. Le ricerche della 51enne proseguono. Il corpo di Nunzia potrebbe trovarsi, forse incastrato in delle griglie più a valle.


1 Agosto 2014

Metropolis Web (http://www.metropolisweb.it/Notizie/Torrese/Cronaca/ultimo_viaggio_nunzia_cascone_donna_morta_sarno_salma_rientra_pompei.aspx)

L'ultimo viaggio di Nunzia Cascone, la donna morta nel Sarno. La salma rientra a Pompei.

di ELENA PONTORIERO

Nunzia Cascone sta tornando a Pompei. La donna coinvolta in un incidente stradale lo scorso 21 novembre a via Ripuaria e ritrovata in Sardegna (sulle spiagge di Scivu) agli inizi di marzo è finalmente partita per la Campania. Oggi pomeriggio arriverà a Civitavecchia dove poi proseguirà il suo percorso verso Pompei.
Per la giornata di domani sono stati organizzati i funerali, alle 15 presso la parrocchia dei Sacri Cuori di Gesù e Maria. La stessa chiesa dove furono celebrati anche i funerali di Anna Ruggirello, la figlia di Nunzia Cascone trovata nel fiume Sarno pochi giorni dopo il tragico impatto di novembre. Mentre il corpo della mamma ha viaggiato fino alla Sardegna, ritrovato poi da un passante agli inizi di marzo senza testa e senza arti.

01/08/2014



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Alla vigilia dell’anniversario di quella tragedia, la situazione in cui versa tutto il tratto della strada che fiancheggia il fiume Sarno unendo in una unica direttrice quattro comuni, Scafati, Pompei, Torre Annunziata e Castellammare, è ovviamente peggiorata.

Le fotografie parlano da sole sullo stato di degrado e di abbandono.
Se non si sono avuti altri ulteriori drammatici incidenti è solo un caso oppure non essendo stati così eclatanti non ce ne è stata eco, perché nulla è stato fatto per la sicurezza tranne che apporre una serie di inutili segnali stradali.
Come se non si sapesse che in determinate situazioni, i segnali stradali hanno un unico e solo scopo: quello di scaricare le responsabilità delle amministrazioni comunali sugli altri.

Certo: non importa infatti che Via Ripuaria e Via Bonifica vengono percorse a una velocità che raggiunge anche gli ottanta chilometri orari se non più.
Non importa che chi percorre Via Ripuaria e Via Bonifica effettua sorpassi nonostante la presenza di incroci che creano difficoltà di immissione sulla via.
Non importa che si continuino a parcheggiare le auto affacciate sul fiume.
Non importa che continuino a transitare autocarri e camion con un peso ben oltre le 3,5 tonnellate.
Non importa nulla della totale mancanza di segnaletica orizzontale, e che quella poca che c'era si è totalmente cancellata.
Già: la segnaletica orizzontale da queste parti sembra venga fatta con gli acquerelli...  nel giro di poco tempo scompare, e quando si tratta di incroci fantasiosi come quello che si trova proprio nel punto in cui è accaduto l'incidente c'è da aspettarsi la tragedia.

No: importante è aver messo i cartelli.
Velocità massima 30 chilometri orari, vietato sorpassare, transito vietato ai camion con peso superiore alle 3,5 tonnellate, anzi anche transito vietato a tutti i tipi di camion, strada sconnessa.
In alcune situazioni addirittura i camion che arrivano agli incroci non potrebbero andare  dritto  girare: dovrebbero restare lì fermi: non hanno spazio per girare per tornare indietro (per proseguire da dove poi?) né per poter fare marcia indietro.
Si imbocca tranquillamente la via che non presenta avvisi o segnalazioni, e poi si dovrebbe restare lì: all'incrocio!

I cartelli dicevo.
Ecco: in questo modo qualsiasi cosa succeda il comune al quale il tratto di strada appartiene resta escluso da qualsiasi tipo di responsabilità.

Ma questa non è una situazione solo di Pompei, Scafati o del comuni limitrofi.
No: questa è una prassi presente nella mentalità dell’italiano comune in genere.

Nel prossimo post inserisco le fotografie testimonianti lo stato della via.







mercoledì 12 novembre 2014

Scafati: lavori in corso.... o meglio "in sospeso". Via Pasquale Vitiello. Un disagio annunciato!

Via Pasquale Vitiello: prima dell'estate la decisione di rifare tutti i marciapiedi e quindi la pavimentazione della stessa strada.

I marciapiedi erano parte delle proprietà degli stabili o delle ex case coloniche esistenti negli anni che furono (alcune ce ne sono ancora anche se non credo ci siano più terre: forse fazzoletti di terreno coltivabile ad uso proprio) ed era un obbligo dei proprietari o dei condomïni predisporli, allestirli, tenerli in cura.

La via era di gestione provinciale per la sua parte "calpestabile", e comunale per la parte sottostante.
Infatti questa strada non ha le fogne comunali....!

I condomïni e le abitazioni singole ancora esistenti - o almeno una loro gran parte - dopo vari aver provveduto a ripulire con gli espurghi i pozzi neri e le meno diffuse considerate più idonee e igieniche "vasche imhoff", hanno deciso a motivo dei costi sempre più alti, di creare dei collegamenti con lo scarico pluviale che attravera tutta la strada e congiungendo il tratto tra il passaggio a livello, punto sotterraneo più elevato, e il collettore posto alla fine delle strada in confluenza con l'incrocio di via Nazionale.

Dunque un illecito penale perpetrato da anni a danno della collettività: una fogna a cielo aperto!
C'è un condominïo che ha una pompa di sollevamento, messa in funzione di sera, che è così potente che l'acqua fuoriesce zampillando dalla grata posizionata sulla via.

Ma così fan tutti, e tutti sanno e concordano essere il modo migliore per risolvere il problema.
Ho personalmente provato più volte a denunciare questa cosa venendo sballottato dall'ufficio tecnico, alla ASL, al responsabile dell'ufficio igiene, etc... etc...



Dunque però, fermo restando il sottosuolo in queste condizioni, si è deciso di "abbellire il sepolcro" con marciapiedi uniformi e dalle misure adeguate.

Ed ecco dalle foto lo stato in cui ora si trova la strada.
Corre voce infatti, e io qui solo relata refero, che la ditta alla quale erano stati appaltati i lavori non è stata pagata non saprei se per tutti i lavori fatti o per loro ultima parte, e quindi han portato via attrezzi e materiali lasciando tutto in un totale stato di abbandono.
Ovviamente abbian tutti pagato TASI e ICI secondo quanto previsto.




                                    


                                          



Uscire da questi cancelli è un problema non da poco in particolar modo se ci si trova in sella a una bicicletta o a uno scooter.
Si rischia di scivolare sulla sabbia che si trova sulla strada sia che piova sia che sia sereno.
Ma la responsabilità delle amministrazioni dove iniziano? e dove finiscono?
Ma perché si continua a votare queste persone?

Comunque siamo solo a metà, o quasi, con le incongruenze che ho deciso di sottolineare.








Scafati: amministratori incompetenti, incapaci, sciatteria. Sono tutti uguali. Non è una questione di PD, PDL, SEL o M5S. È una questione di persone.

In tanti risponderebbero subito: la prima che hai detto.
Parafrasando il "Quelo" di guzzantiana memoria!

Mi sono chiesto: 

Vado dai vigili urbani a parlarne mostrando le fotografie delle incongruenze rilevate, degli errori da correggersi e delle omissioni effettuate?
Preparo un dossier di fotografie con delle sole brevi annotazioni e le inserisco nel Blog mettendo tutto a disposizione su internet?

In passato ho fatto come descritto nella prima domanda: risultato zero assoluto su tutto il fronte.
Fan finta di ascoltare e resta tutto come prima.

Non possono non sapere.
Non sono persone segregate in un ufficio e che non vedono e non sanno.
Vanno in giro, generalmente in auto o in moto, raramente a piedi, e li si incrocia spesso e volentieri proprio nei punti sottolineati.
Dunque sanno ma nulla fanno e sopratutto nulla dicono!

Perché anche se l’iter per la risoluzione di una situazione incongrua fosse lungo e laborioso, una persona coscienziosa non smetterebbe di insistere fino a che tutto non venga sistemato.

Nulla di tutto questo: dunque incuria, sciatteria, menefreghismo che si aggiungono alla totale incompetenza di chi gestisce la cosa pubblica non dando alcun risultato economicamente finalizzante ai soldi dei contribuenti.

C’è chi si vanta di scrivere al sindaco e di ricevere le ricevute di lettura: 
Ho scritto una mail e l’ha letta!
Ho telefonato, ho lasciato un messaggio e mi ha richiamato!

Sì, ma poi? Cosa è successo?
Le mail vengono generalmente gestite dalle segreterie; in ogni caso qualsiasi mail può risultare letta perché semplicemente aperta prima di essere cestinata.

La voce poi era quella del sindaco? Forse sì, forse no.
E chi lo conosce! Chi lo ha mai sentito al telefono sapendo che si trattava di lui.
“Buongiorno sono il sindaco… sono l’assessore… sono…. sono… sono…”
...e anche questa è fatta.... andiamo al prossimo... ah! un'altra volta questo qua? vediamo che vuole stavolta dal sindaco....!?


Ecco allora che da qui in poi con altri post, rappresento alcune delle situazioni che ho rilevato e che a mio avviso manifestano sciatteria e scarso senso civico sopratutto da chi dovrebbe essere d’esempio.


"Miseria e Nobiltà": Pasquale "Qui si mangia pane e veleno!" Totò: "No Pasqua', qua si mangia solo veleno!".
Chi esce dall'autostrada A3 allo svincolo "Scafati - Pompei EST" e prosegue per Scafati, alla fine del vialone (diciamo così...) deve girare a destra su Via Nazionale.
Chi viene dall'autostrada si incrocia con chi arriva da Pompei, da Via Unità d'Italia, e contribuisce all'inserimento su di una strada dove il traffico locale è quello di chi si ferma al bar, va dall'ortolano, compra il giornale.
Un traffico disordinato e ingestibile e non gestito da nulla: non segnali orizzontali o verticali che siano.
I semafori neanche a parlarne: ce ne era uno che regolava l'attraversamento pedonale. Poi qualcuno ha picchiato contro quello alla sinistra della strada e invece di sostituire il palo hanno pensato di eliminarlo del tutto.
Auto ferme in doppia fila come se quella non fosse una via di transito essenziale oltre che obbligatoria per proseguire verso i comuni dell'hinterland; lo fanno per evitare di pagare la sosta o la multa per mancato pagamento della sosta.
Perché a Scafati gli unici che mettono le multe sono i dipendenti della ditta che gestisce i parcheggi, per il resto è tutta zona franca.

Subito dopo il negozio in via di inaugurazione c'è l'incrocio con Via Pasquale Vitiello che sforna su Via Nazionale un discreto numero di automobili e altrettanto ne inghiotte visto che da lì si arriva ai comuni dei monti Lattari; all'incrocio c'è un ottico, e appena si imbocca la traversa c'è il "Bingo".
Per entrare e per uscire da Via Pasquale Vitiello è un vero terno a lotto!
Auto ferme o in transito contribuiscono a un blocco del traffico al quale si uniscono autobus e camion.

I gas di scarico tirano fuori il meglio della loro produzione.
Prima c'era un ortolano che aveva anche il buon senso di avere in esposizione la propria merce!
Aveva già aperto in sostituzione una panetteria che ha chiuso dopo qualche mese; ora se ne aprirà un'altra: è in via di inaugurazione.

Chi può mai essere stato così sconsiderato da dare il permesso di aprire attività di questo tipo in un punto come questo?

Non c'è parcheggio, non ci si può fermare (tecnicamente non si potrebbe, ma ovviamente lo si fa tranquillamente) e inoltre il traffico produce una qualità di veleno smisurata!

Non comprerei mai il pane in un posto come questo!
Il precedente gestore aveva anche una vetrina mobile con dentro cornetti e panini direttamente sui gradini, lo farà anche quest'altro?

Siamo tanti, siamo troppi: questa è gente meritoria perché contribuisce alla selezione!



martedì 11 novembre 2014

Le Due Sicilie: La lunga morte di Villa d'Elboeuf (1711-2011)

Le Due Sicilie: La lunga morte di Villa d'Elboeuf (1711-2011): Ci sono alcuni momenti nella vita in cui si decide che quando è troppo, è troppo, e per me quel momento è stato lo scorso 10 agosto 2011. ...





Oggi la Villa è in condizioni indescrivibili.
Il 26 aprile 2013, la villa è stata venduta ad una cordata di imprenditori, che ne cureranno il restauro sotto la sorveglianza della Soprintendenza.

Il 5 febbraio 2014, un'ampia porzione del muro esterno della villa, che costeggia la linea ferroviaria, è crollata finendo sulle rotaie, interrompendo il traffico sulla tratta Napoli - Torre Annunziata.

Dal 5 Febbraio 2014 a tutt'oggi per raggiungere da Napoli i comuni che arrivano fino a Vietri sul Mare è una vera avventura.

La stessa cosa per chi dai comuni che precedono Salerno raggiungere Napoli.

Ovviamente per proseguire oltre Salerno non c'è altra soluzione che arrivare a Salerno o a Napoli e da lì ripartire.

E già chi abita da Torre Annunziata a scendere in poi può dirsi fortunato perché è in funzione un "treno navetta" che fa la spola tra Torre Annunziata Centrale e Salerno e viceversa.
Più difficile è per chi risiede tra San Giorgio a Cremano e Torre Annunziata.

Un'Italia allo sfacelo che si sta distruggendo: i finti dottori, che non sanno nulla di medicina ma non possono né vogliono confessarlo, continuano a litigare tra di loro per un consulto che non giungerà mai a termine e nel frattempo l'ammalato che è già in coma, muore.

domenica 2 novembre 2014

RE FERDINANDO IV RE DI NAPOLI, POI FERDINANDO I RE DELLE DUE SICILIE.

Estratto da:
Michele de Sangro Duca di Casacalenda
"I Borboni nel Regno delle Due Sicilie"

Firenze, lì 12 giugno 1884

Nel 1749, morto Filippo V Re di Spagna, gli successe Carlo III, lasciando a Napoli il suo terzogenito, che fu Ferdinando IV, calunniato ed infamato da’ nemici della Monarchia, sol perché seppe superare il terribile 1799, e sol col suo ingegno e buon senso rimediò alla mancata istruzione che il Ministro Tanucci non gli aveva fatta dare. Fu di umore allegro, amava i piaceri, specialmente la caccia e la pesca. Fu cattolico e rispettoso verso la Chiesa.



Nella sua minore età furono aboliti molti Conventi, però le rendite non furono convertite a vantaggio de’ “patriotti”, ma furono invece assegnate a’ Comuni a cui quei Conventi appartenevano.

Ecco le opere pubbliche fatte sotto quel Re.

Il 4 settembre 1762 si diede principio al Camposanto di Napoli, e fu il primo Cimitero fondato in Italia.

Si popolarono le isole di Ustica e di Lampedusa, la prima nel 1760, la seconda nel 1765, togliendo così un asilo a’ corsari barbareschi. 
In Ustica edificò un Castello per guarentirla.
Nel 1763 e 1764 fu il Regno travagliato dall’epidemia e dalla fame, ed in quella triste circostanza spiegò il Governo una energia degna di ogni lode.

Restaurò la facciata del Palazzo Reale di Napoli nel 1767.
Ingrandì ed allineò la strada di Foria nel 1768.
Costruì tre Teatri, cioè quelli de’ Fiorentini, quello del Fondo, e quello di San Ferdinando.
Nel 1799 innalzò la Fabbrica de’ Granili.
La Villa Reale cominciò nel 1780.
Sono opere di quel Re i quattro Cimiteri della Città del Napoli. Anche in Palermo edificò un magnifico Camposanto.
L’orto botanico di Palermo, la Villa inglese di Caserta, il Cantiere di Castellamare, il piccolo porto di Napoli, i lavori dell’emissario di Claudio, il Palazzo Reale di Cardito, innalzato nel 1793, debbonsi a lui.
Fece costruire molte case per congiungere Napoli con le Provincie, ed in soli 14 anni ne furono fatte più di mille miglia.
Stabilì la Colonia di San Leucio, facendo venire dall’estero artefici e macchine.
Fondò parecchi Collegi militari.

Rifondò la marina, ed era talmente amato da’ suoi Napoletani che, bruciatosi il 3 aprile 1790 il Vascello Ruggiero, in costruzione a Castellamare, vi volle fare cosa grata al Re, coll’offrigli per sottoscrizione volontaria un milione di Ducati perché costruisse un altro vascello simile a quello incendiato.
Fondò un’Accademia per le armi dotte. Riordinò l’esercito.

Nel 1788 si pubblicarono le ordinanze militari pel servizio delle piazze forti del Regno. L’anno seguente si pubblicò il Codice penale militare.
Nel riordinare l’esercito e la flotta, quel buon Sovrano non trascurò le opere di beneficenza. Fondò la cassa degli orfani militari, provvedendola di una rendita di 30 mila ducati annui, ad unico oggetto di educare i figli de’ militari defunti, e dotarne le figlie.
Molto fece per l’istruzione pubblica.
Nel 1768 stabilì una scuola gratuita per ogni Comune del Regno e per ambo i sessi, e con decreto dello stesso anno prescrisse che in tutte le Case religiose sitenessero scuole gratuite per fanciulli, ed in ogni Provincia introdusse un Collegio per educare la gioventù.
Oggi si pagano tasse ginnasiali e liceali, e prima non si pagava nulla; oggi che hanno regalato l’istruzione obbligatoria, se non si hanno i mezzi come mantenere i figli ne’ capoluoghi di Provincia, gli studiosi non hanno maniera di apprendere utili cognizioni.
Nel 1799 nell’abolita casa dei Gesuiti di Napoli si fondò un Collegio per nobili giovanetti, detto Ferdinandeo, ed un Conservatorio al Carminello per l’istruzione delle orfane povere.

Nel 1778 fu creata l’Università di Cattaneo, nell’anno seguente quella di Palermo sotto il titolo di Accademia, con teatro anatomico, laboratorio chimico, ed un ricco gabinetto fisico.
Fondò una specola astronomica nel Palazzo Reale di Palermo, diventata celebre per l’illustre Teatrino Giuseppe Pazzi; altro osservatorio astronomico fondò sulla Torre di San Gaudioso in Napoli.
Sorsero in Sicilia 4 Licei e 18 Collegi e molte Scuole Normali.

Fondò in Palermo un seminario nautico per l’istruzione di marini, commercianti.
Istituì una deputazione per sorvegliare tutti i Collegi del Regno.
Anche i Greci Albanesi, sparsi in Sicilia e in Calabria, sperimentarono la beneficenza di Ferdinando IV: furono riuniti in colonie, in diversi villagi, si fondarono due Seminarii e varie scuole per essi. S’istituì un Vescovado per ritogreco-unito, ed egli accordò loro, per quei del Continente, uno stabilimento in Brindisi, onde esercitarvi il commercio.

Nel 1778 istituì l’Accademia delle scienze belle arti nel palazzo degli Studi a Napoli. Fondò una Società letteraria Tipografica. Aprì una Biblioteca inPalermo, che è una delle più ricche in Italia, facendole dono de’ libri che egliaveva comperati con proprio danaro dal Canonico Barbarici.
Dopo aver ordinato le 3 Università del Regno, creò quelle cattedre richieste dal progresso delle scienze, così si videro per la prima volta negli ospedali quelle di ostetricia e di osservazioni chirurgiche.

Scelse i più grandi ingegni, senza badare a politica opinione, e così insegnarono il Genovesi, il Calmieri, il Galanti, il Troja, il Pedagna, il Cavalieri, il Serrao, il Gagliardi.

Onorò i sommi dell’arte musicale di quei tempi, come Cimarosa, Guglielmo, Paisiello, destinando quest’ultimo a maestro del Principe ereditario; somministrò i mezzi a molti giovani artisti per perfezionasti in Roma.

Questi è quel Re che i rivoluzionarii hanno l’impudenza di chiamare ignorante, nemico dell’intelligenza e de’ dotti. Molti decreti utilissimi emanò circa l’industria ed il commercio. La pesca del corallo si deve a lui, ed a Napoli fondò la Borsa del Cambio. Cedette a canone e provvide di ottime leggi il Tavoliere di Puglia, facendo sorgere molte colonie in quei deserti.

Nel 27 maggio 1787 esentò per 40 anni da ogni dazio tutti coloro che avessero piantati oliveti in terreni ingombri di macchie, ed agli allevatori di bestiame che li avessero raccolti in determinati luoghi.
Fondò Monti frumentarii che somministravano il grano per la semina negli anni di scarsezza. Restaurò ponti, ne fece de’ nuovi, prosciugò maremme, arginò fiumi, eseguì lavori utilissimi in luoghi malsani, ed acquistava terreni vergini all’agricoltura.

Nel 1790 bonoficò la Baja di Napoli. Abolì i donativi che i cittadini erano costretti a fare al Sovrano ed ai Baroni, e quando diè la sposa al Principe ereditario, e la città di Napoli offrese al Re una gran somma,egli la rifiutò, accettando solo 70 mila ducati che fece dividere ai poveri della città stessa.
 
Ferdinando fece abolire molte tasse, dirette ed indirette, cioè quella di grascina, degli allogati, del tabacco, de’ pedagi, ed in alcune provincie quella della seta, ed altre.

Nel terremoto delle Calabrie si mostrò vero padre de’ suoi popoli, soccorrendo i danneggiati. In quelle nefasta occasione duecento tra villaggi, paesi e città subissarono, seppellendo più di 60 mila calabresi.

Prima che la rivoluzione francese del 1789 con modi tanto selvaggi ed abominevoli avesse distrutto la feudalità, i Borboni di Napoli l’avevano diveltalegalmente.

Dall’epoca della maggiorità di Ferdinando sino ai primi moti rivoluzionari, il Governo di quel Sovrano fu equo, caritatevole, e di graduale progresso per le leggi, per l’istruzione, per l’industria, per il commercio, per le finanze, per la marina.



sabato 1 novembre 2014

LIBORIO ROMANO

LIBORIO ROMANO 

UNIVERSITÁ DEGLI STUDI DI NAPOLI
FEDERICO II
DIPARTIMENTO DI STUDI UMANISTICI
Biblioteca digitale sulla camorra e cultura della legalitá.

http://www.bibliocamorra.altervista.org/index.php?option=com_content&view=category&id=37&Itemid=68

Liborio Romano

Discusso personaggio dell’Italia risorgimentale, Liborio Romano ebbe un ruolo fondamentale nelle vicende che traghettarono le regioni dell’Italia meridionale dal Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia, che stava nascendo, guidato dai Savoia.

Aderendo alla causa risorgimentale, partecipò ai primi moti del 1820 e poi agli avvenimenti del 1848 che portarono alla concessione della costituzione da parte del re Ferdinando II di Borbone.
Nel 1860, mentre Garibaldi organizzava i suoi Mille, e mentre si avvicinava la fine del Regno delle Due Sicilie, Liborio Romano venne nominato dal re Francesco II, ultimo monarca del casato dei Borbone, prefetto di Polizia.

Conferitogli in seguito la carica di ministro di polizia, fu lungimirante nel capire in che direzione strava andando il regno, prese perciò contatti segreti con Camillo Benso conte di Cavour e con Giuseppe Garibaldi e pensò a preparare il terreno per il passaggio del Mezzogiorno dai Borbone ai Savoia.

Fu lo stesso Liborio Romano a suggerire al re Francesco II di Borbone di lasciare la capitale e di riparare a Gaeta e poi a Roma senza opporre resistenza alle truppe garibaldine che si avvicinavano alla città, con l’intento di evitare spargimenti di sangue. In questo momento arriva la sua intuizione di cooptare i più forti camorristi e delinquenti dell’epoca per tenere buona la città all’ingresso di Garibaldi.

Grazie al suo intervento si evitarono problemi di ordine pubblico e Garibaldi entrò in una città calma e tenuta sotto controllo. 
Ma il prezzo da pagare per la città fu importante, vista l'escalation criminale che ne seguì. 

Garibaldi confermò Romano ministro dell’interno fino al 24 settembre 1860, data in cui entrò a far parte del Consiglio di Luogotenenza. Alle prime elezioni del neonato Regno d’Italia, Liborio Romano venne eletto deputato. Ritiratosi dopo pochi anni, morì nel 1867.
 

Da: Michele de Sangro Duca di Casacalenda "I Borboni nel Regno delle Due Sicilie"

Michele de Sangro Duca di Casacalenda
"I Borboni nel Regno delle Due Sicilie"

Firenze, lì 12 giugno 1884

Col rifare indipendente lo Stato ci apportò Carlo III, sicurezza, industria e ricchezza. Tutti i più belli e grandi edifizii che Napoli possiede li deve a Carlo III, le cui opere principali furono:
il Palazzo di Portici.
Il Forte del Granatello.
La Fabbrica di Porcellane di Capodimonte.
Il Ritiro delle Donzelle povere dell’Immacolata Concezione.
L’Opera del Vestire gli ignudi.
A Palermo il Collegio de’ Chierici regolari detto delle Scuole Pie.
Il magnifico Obelisco di San Domenico a Napoli.
Il Teatro di San Carlo, compiuto in 270 giorni.
La Casina di Persano.
Il Palazzo Reale ed il bosco di Capodimonte.
Gli Scavi di Ercolano e di Pompei, comprendo del tutto i suoi fondi.
L’Accademia Ercolanese.
La Fabbrica de’ Musaici.
La strada della Marinella e del Chiatamone.
Il Molo ed il Porto.
L’Immacolatella.
La Piazza del Mercatello.
Il grande Albergo de’ Poveri a Palermo.
Il Quartiere di Pizzofalcone.
Il monastero delle Teresiane a Chiaja e l’altro a Pontecorvo.
L’Obelisco delle Concezione al Gesù Nuovo.
Il Quartiere di Cavalleria della Madellena.
I due grandiosi Alberghi per i Poveri del Regno, l’uno a Porto Nolano, l’altro a
Sant’Antonio Abate; per questo Albergo furono soppressi undici conventi
Agostiniani e la rendita di 34 000 Ducati fu data ai poveri.
Eresse il ritiro di S. Maria Maddalena per le donne ravvedute.
A Capua, il Monastero delle Carmelitane. I quartieri militari di Aversa, Nola e Nocera.
Restaurò i Porti di Salerno, di Taranto e di Molfetta.
Rifece la Chiesa dell’Annunziata, di Napoli, incendiata.
Il Palazzo di Caserta.
Restaurò le fortezze, ne aggiunse di nuove.
Creò l’esercito Nazionale e la flotta, che fu al prima fra quelle di second’ordine in Europa. Fondò fabbriche di oggetti militari, emancipandoci in parte dal monopolio straniero.
Animò il commercio con trattati.
Istituì consolati e Monti frumentarii. Apri strade. Fece leggi per l’incremento dell’agricoltura e per la pastorizia. Istituì accademia in varie Città del Regno e fondò nuove cattedre.
Infine fu Carlo III che queste Provincie povere, abiette, abbruttite, tiranneggiate, dallo straniere, le rese ricche, rispettate, indipendenti, ponendole sulla via del vero progresso ed incivilimento.
La Religione, che gli eretici hanno sempre minacciata, che l’aristocrazia non ha saputo difendere, era protetta dallo scettro, ed essa non si è mostrata né integrata, né sterile. Dappertutto apriva scuole, ed una brillante civilizzazione faceva sorgere da’ disastri accumulati dalle nuove guerre civili, e la società non era mai stata più forte, più unita, più coltivata.
Da ogni classe ed in genere sorgevano uomini illustri. Il più grande abusi che si rimproverò in quell’età passata si era quello di considerare l’aristocrazia come un seminario di pubblici impiegati. Potremmo rispondere che in tutte le epoche il vero merito si faceva la sua strada, ed uomini eminenti salivano a’ primi posti della gerarchia, fondavano una famiglia, legavano il nome a’ discendenti loro, che quando lo portavano degnamente marciavano al pari con le più antiche famiglie della Monarchia.

La mafia che garantiva l'unità nazionale di Ruggiero Capone - 05 ottobre 2012

Quanti patti stato-mafia sono stati siglati dall’Unità d’Italia ad oggi? 
Soprattutto, siamo certi che il Tricolore sarebbe durato senza la forte mediazione d’una certa “nobiltà agraria”: un discorso che vale per l’intero Mezzogiorno.

E perché dalla Sicilia alla Calabria, e dalla Basilica alla Puglia ed alla Campania, affermare la presenza del nuovo stato risultava assai difficile. 

Erroneamente i libri di storia hanno per 150 anni sovrapposto la Carboneria risorgimentale alle società segrete: ed allora perché nessuno sa spiegare tutte le finalità delle oltre tremila società segrete che continuarono ad operare nell’intero Sud Italia anche dopo l’unificazione? 

È più che nutrita la bibliografia sulle società segrete siciliane, ed è certo che i loro affiliati hanno gestito nell’Isola la fase di transizione dal regno borbonico a quello sabaudo. Non si sbaglia ad asserire che nell’intero Mezzogiorno gli affiliati alle società segrete erano per numero ben maggiori di carabinieri, garibaldini, bersaglieri, prefetti e regi magistrati militari.
Al punto che, fino ai primi del ‘900, la gente comune che riceveva torti si rivolgeva ancora al barone, e per fatti più piccoli al massaro del nobile o al compaesano autorevole. I carabinieri del Regno ed i tribunali militari non offrivano fiducia al popolo. 

E come dare loro torto? Gli esempi di vita quotidiana offerti dalle truppe d’occupazione non erano tutti edificanti, e le voci di angherie o ingiuste carcerazioni si diffondevano rapidamente. 

Quando nel 1866 a Palermo scoppiarono i focolai di ribellione anti-piemontese, subito ribattezzati “rivolta del sette e mezzo”, era già di dominio pubblico la novella d’un umile giovinetto di campagna caduto sotto i colpi dei militari che giocavano a tiro al bersaglio. 

È un fatto che la “rivolta del sette e mezzo”, fortemente appoggiata dalle società segrete, venne placata da accordi che lo stato piemontese dovette raggiungere con i notabili delle campagne palermitane.

Oggi si parla tanto di patto stato-cosa nostra, stato-stidda, stato-’ndrangheta, stato-’ndrine, stato-camorra, stato-sacra corona, stato-criminalità in genere. 

La stessa Unità d’Italia è stata un grande patto, un accordo anche con potenze straniere. 
In Calabria si narra che, nell’areale della Sila piccola, sia avvenuto nel 1862 un episodio d’ineguagliabile efferatezza: il padre ed il fratello d’una ragazza violentata dalla truppe d’occupazione chiesero ad un aiutante di campo di poter conferire col colonnello Fumel, da poco in Calabria per arginare il brigantaggio (quello militare, finanziato dall’ufficiale borbonico spagnolo José Borjes). 

Inaspettata la reazione del colonnello Pietro Fumel: ordinò l’arresto di padre e figlio, che poi vennero impiccati insieme ad altri contadini sospettati di brigantaggio. 

La risposta della popolazione fu di diverso tipo: tanti migrarono da un territorio ormai inospitale, ma altri (in contatto anche con organizzazioni segrete) decisero d’intralciare l’opera del colonnello piemontese.

«Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio - scriveva nel suo proclama il colonnello Fumel - prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita. 
Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati. 
Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati. 
È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti». 

Le parole e le azioni (fucilazioni) di Fumel fecero il giro del mondo, e le filantropiche Stati Uniti e Gran Bretagna offrirono ospitalità ai Meridionali in fuga dai militari sabaudi.

Il colonnello decimò le bande calabresi di Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci, Pinnolo… 

Ma proprio dalle quelle zone partiva una massiccia migrazione alla volta degli Usa. 

Infatti nel 1880 la famiglia Colosimo lascerà i monti della Sila piccola per trasferirsi a Chicago: il giovane Giacomo Colosimo raggiungerà i suoi parenti nel 1894, e qualche anno dopo assurgerà a primo boss ufficialmente riconosciuto della “Chicago Outfit”. 

Intanto lo stato italiano già annoverava nel Parlamento del Regno non pochi notabili calabresi, e tutto sembrava essere rientrato: anzi garantivano agli increduli piemontesi che il brigantaggio stava finendo.

Ma molti parlamentari del Regno ribattevano che fino ad un anno prima i briganti venivano segnalati persino alle porte di Napoli: 25 lire era la ricompensa per chi catturava un brigante. 

Bettino Ricasoli succedeva a Camillo Benso di Cavour e, all’atto d’insediarsi, rendeva noto che «il nostro governo in queste province è debolissimo». 

Nell’agosto del 1862 Re Vittorio Emanuele II decretava lo stato d’assedio del Sud: a giudicare la Reggio Calabria di oggi sembra che quel proclama non sia mai stato revocato. 

Infatti nel dicembre 1862 nasceva la «Commissione Parlamentare d’Inchiesta per studiare il fenomeno del brigantaggio nelle province meridionali e le sue cause politiche e sociali»: l’ormai nota “commissione anti-brigantaggio”. 

Nel maggio 1863 la Commissione d’Inchiesta pubblicava una lunga relazione, e di brigantaggio s’è parlato fino al 1963, quando la Repubblica italiana istituiva la commissione anti-mafia. 

Ma sul patto-stato mafia qualche refolo era già trapelato, almeno oltre Atlantico. 
Antefatto: i sindaci delle città lungo la traiettoria Chicago-New York avevano stretto tra il 1908 ed il 1910 accordi col piano alto della criminalità organizzata, nello specifico con i boss “five points gang”. 

L’obiettivo era stato matematicamente calcolato, corrispondeva al non far elevare oltre una certa percentuale statistica omicidi, rapine e visibilità a fenomeni come prostituzione ed estorsioni. 

Ed in una delle prime “intercettazioni ambientali” della storia (siamo prima del 1920) un luogotenente di Johnny Torrio ammette senza mezzi termini “qui lo stato si deve sempre mettere d’accordo con noi, in Italia è pure così”. 

Nasceva il “sindacato del crimine”, e sarà lo stesso Torrio ad indicare Luky Luciano come suo erede. 

Lo scenografico Luciano che, grazie al Dipartimento di Stato, rammenterà all’Italia del dopo guerra l’importanza di tenere fede al patto.

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L'OPINIONE delle Libertà
Organo del movimento delle Libertà per le garanzie e i Diritti Civili
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IL Colonnello Pietro Fumel.

Antonio Ciano (1) lo inserisce tra i principali "macellai", della repressione del brigantaggio: La Marmora, Cialdini, Pinelli, Fantoni, Bixio, e qualche altro. 
Lorenzo Del Boca tira più forte: "Il Piemonte peggiorò se stesso e l'Italia.  La legge della prevalenza del cretino trovò un'occasione per essere applicata su larga scala: Fumel era doganiere. 
Fu premiato colonnello”. 
Pietro Fumel, nato ad Ivrea, in Piemonte, Maggiore e Colonnello dell'esercito unitario, è rimasto "famoso" per aver distrutto le bande calabresi Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci e Pinnolo, e anche per avere ucciso "più di cento contadini inermi" di Fagnano (2). 

L'uomo di Ivrea aveva sconfitto alcune bande, anche nel Salernitano. 
Venne mandato in Calabria come Ispettore della Guardia nazionale mobile. 
Fumel adottò i metodi della tortura e del terrore, attuati da Carlo Antonio Manhès nel primo brigantaggio. 

Agiva senza tenere conto di alcuna garanzia legale, faceva uso delle spie prezzolate, fucilava indistintamente, briganti e manutengoli, le esecuzioni più crudeli le faceva in pubblica piazza e lungo le strade. 

Leggete i suoi terroristici bandi emanati da Cirò, da Celico, da Cosenza e anche dagli Abruzzi: 

"Tutte le pagliaie e le case di campagna devono essere bruciate. Chi dà ricovero e sussistenza ai briganti, sarà immediatamente fucilato (3). 

Le sue ferocissime punizioni, i suoi disgustosi trofei, le teste dei briganti conficcate sui pali, i corpi di altri briganti galleggianti sul fiume Crati sconcertarono uno dei suoi più stretti ufficiali, Auguste de Rivarol, che ebbe a scrivere pure le sue memorie (4). 

Con questi crudelissimi metodi, non fu difficile a Manhès di sradicare il primo brigantaggio. 
Il Colletta, che gli fu pure ostile, ebbe ad ammettere: 
"Io non vorrei essere stato il generale Manhès, ma nemmeno vorrei che il generale Manhès non fosse stato nel regno nel 1809 e nel 1810. Fu per opera sua, se questa pianta venefica del brigantaggio venne alla peifine sradicata”. 

La Calabria (tramite il prefetto di Cosenza Giuseppe Guicciardi e il direttore del Bruzio, Don Vincenzo Padula) lo invocò per due volte, perchè "Fumel solo avrebbe sollevato il lurido panno che copre le piaghe della Calabria" (5). 
Mentre il capo-banda Palma, nel 1865, lo sfidava con una lettera, indirizzata pure contro i Rossanesi, che lo "rapportavano", chiamandolo "Pietro Vulli-vulli": "stu guappùne, dintra Russanu lu vie gnu ammazzari" (6). 

Ma il colonnello Fumel colpiva soprattutto contadini e pastori. 

L'arresto del barone Luigi Campagna di S. Marco fu la sua unica eccezione dei manutengoli "galantuomini”. 
Non ci possiamo meravigliare di Ciano e di Del Boca: il colonnello Fumel, viene descritto, seppure in termini elogiativi, dal suo amico generale Michele Scano, che fu comandante in Calabria dal nov.1861 al nov. 1862: 
"aveva una rara abilità a far confessare ai briganti tutti i loro segreti. Era più temuto della sua truppa, perché si prendeva certe libertà che la truppa non si prendeva" (7). 

Ma se questo non basta, ricordiamo che contro l'eccessiva violenza del Fumel non si battè solo il deputato calabrese Luigi Miceli, che il 18 aprile 1863, nella Camera del Parlamento unitario, stigmatizzò le crudeltà usate dal noto militare, chiamato per la repressione del brigantaggio calabrese. 
Si ribellò anche Nino Bixio, il massacratore dei contadini di Bronte (8).

NOTE
1) A. Ciano, 40 (p.40)
2) Antonio De Leo, Brigantaggio e lotte contadine; Chiaravalle C. (CZ), 1977
3) Da Celico (CS), 1° marzo 1862, e Cirò (CZ) -v. Molfese, 411. Sul generale Manhès vedi Notizia storica del conte Antonio Manhès, scritta da un antico ufficiale dello Stato Maggiore del predetto generale Mannès, nelle Calabrie; Napoli, Ranucci, 1846, e Memorie auto grafe del generale Manhès intorno ai briganti compilate da Francesco Montefredini, Napoli, flli Morano, 1861.
4) A. Rivarol; Nota storica sulla Calabria, Bordigbera, 1990.
5) Padula, Il Bruzio nn. 2 e 45/3/1864 ; e Molfese, 170 e 321
6) Il Bruzio, n. 14 (11 maggio 1865, p.2).
7) Molfese, 411-412.
8) Molfese, 412.