venerdì 16 maggio 2008

Immagini che affiorano

Non è certo la prima volta da allora che apro il cassetto del comò dove sono riposti quelli che s'usano definirsi gli "indumenti intimi", ma per un qualche strano motivo è la prima, da quasi due anni, che mi compare dinanzi agli occhi la custodia dove è riposta la mia Melodica a fiato.

Solitamente sconfinata in fondo al cassetto ed a sua volta sovrastata da pigiami, calzini e quant'altro di estremamente privato in esso vi possa essere riposto.

Non so suonare; non ho mai saputo suonare né, a parte la classica sequenza mnemonica del loro susseguirsi, conosco le note.

Non le "conosco" nel senso di riconoscerle una volta che escono fuori da un qualsiasi strumento atto a produrle.

Anche il canto, non essendovi mai stato educato, non è parte delle mie abilità od arti; seppur sommerse.

Eppure ero ancora un ragazzo quando me ne volli approvvigionare nella speranza di riuscire, con un iperbolico quanto fantomatico impervio autodidattismo, a tirarvi fuori un insieme organico di suoni conformi all'intendimento del suo costruttore; insomma un perenne decennale nulla di fatto.

Mi viene ancora dinanzi, come in un flash-back cinematografico, una immagine che ripetutamente si affaccia in alcuni dei miei momenti di solitudine.

Era di sera; nella zona del conservatorio "San Pietro Maiella" e più precisamente in via San Sebastiano.

Il negozio era uno di quelli poco prima dell'incrocio con via Port'Alba, sulla destra salendo.

Non ricordo il nome.

Mio papà aveva ancora il 128 bianco della ditta.

Io avevo con cura conservato i soldi per quello che consideravo il mio magico regalo.

L'ho suonato; certo che l'ho suonato. Da subito, già nell'auto tornando a casa.

A modo mio; cercando di cavar fuori qualcosa di piacevolmente armonico seppure solo alle mie orecchie anche se non somigliante a nulla di esistente.

È sempre stato un po' come accade per i ciechi che vivono di immagini personali, costruite sulla base della loro fantasia ed immaginazione; od i sordi che odono soltanto le armonie prodotte dalle loro sensazioni.

Ecco che io, musicalmente sordo, ho costruito per anni un pentagramma di musiche rispondenti esclusivamente al mio personale armonico ascoltare.

Poi un bel giorno ecco che scopro la sequenza delle note della più classica delle canzoncine natalizie che si insegnano ai bambini: "Bianco Natal"!

Fu grazie al corso di musica frequentato da mia figlia.

Segnai con un pennarello indelebile il nome di ogni nota sui tasti del mio strumento; così come si fa su un foglietto di quaderno, scrissi la loro successione non come sarebbe stato logico fare, ma nell'unico linguaggio a me comprensibile: sol - fa – mi – re, sol - fa – mi –re … e così via cercando di mandar tutto giù a memoria ripetendone la sequenza fino alla noia.

Non mi è mai riuscito di impararla.

Dal Natale di quell'anno in poi, tutti trascorsi insieme a mamma e papà a casa loro, a Napoli, ho portato con me lo strumento per suonarlo dinanzi al Presepe mentre figli e nipoti deponevano il bambinello nella mangiatoia alla fine del percorso che, tutti ben messi in doppia fila, percorrevamo partendo dall'inizio del corridoio per raggiungere l'ingresso l'ingresso; il luogo cioè dove si trovava la grotticella.

Io innanzi a tutti suonando alla stregua del Pifferaio magico, e tutti gli altri indietro come un lungo seppur breve e claudicante esercito di topolini in coro.

Da quell'anno in poi dunque, ogni 24 dicembre pomeriggio, prima che io mi partissi da casa con la famiglia, giungeva la telefonata allarmata del mio papà "Non ti dimenticare il piffero!"

Non era un piffero ma una Melodica a fiato, ma lui la chiamava così.

Poi d'un tratto il Natale non è stato più lo stesso.

Non sarebbe mai potuto esserlo più.

Quella telefonata, il 24 dicembre 2006, non giunse anche se l'impressione di sentirne lo squillo ancora mi raggiunge; so che non potrà mai più arrivare in nessun 24 dicembre pomeriggio a venire.

Avrei voluto suonare lo stesso, quel 24 dicembre sera, ma per la disperazione di non riuscire a far giungere le mie note all'orecchio del mio papà, non ho nemmeno aperto la custodia che lo protegge.

Ora che è riemerso dal fondo del cassetto, si sono riaccese immagini nel frattempo solo anestetizzate.

Rivedo il mio papà ridere per il mio continuo incespicare sui pulsanti; anche lui accompagnava col suo canto quel magico rito del 24 dicembre sera, festoso anche se negli ultimi anni raccoglievo nei suoi occhi insieme alla felicità per un altro Natale trascorso insieme, la tristezza del pensare che potesse essere stato quello l'ultimo.

Il mio strumento a fiato è sempre lì nel cassetto del comò; non ho avuto l'animo di prenderlo tra le mani seppur protetto nella sua custodia; il solo vederlo ha provocato in me come il riaprirsi di una ferita non ancora rimarginata.

Se mi riuscirà di avere la forza di credere che potrà riascoltarne nuovamente il suono, lo riprenderò tra le mani. Per ora è lì.


martedì 6 maggio 2008

Ennio Flaiano: tratto da "Diario notturno"

Ross a tavola, di pessimo umore: "Il guaio è questo: si crede di sposare la fidanzata e si sposa la moglie."


Sono stabilmente soddisfatto, non felice, soltanto quando sono solo.

Non è misantropia, ma orrore di dover dare spiegazioni.

Decido di non dare più spiegazioni.


I nomi collettivi servono a far confusione. "Popolo, pubblico..."

Un bel giorno ti accorgi che siamo noi. Invece, credevi che fossero gli altri.


Da "Diario Notturno" di Ennio Flaiano - Edizione ADELPHI, 1999

venerdì 2 maggio 2008

Risponde la casella vocale di….. (2)

Cara Casella Vocale, ciao!

Scusami, ma ti devo raccontare una cosa.

Il dottore dice che se mi viene ti devo telefonare; lo sai che lui dice mi fa bene a parlare con te, anche se a parlare sono solo io.

Anche io penso così, perché dopo poi mi sento meglio.

È che tu sei brava perché mi fai parlare ed io posso dire tutto, e ogni volta che voglio… perché tu mi rispondi sempre.

Anche oggi che è festa e che te ne potevi andare da qualche parte, e invece stai a parlare con me.

…cioè… mi fai parlare a me…

Lo sai che il 2 maggio…, te lo avevo detto l'altro giorno…ti ricordi…? cade l'anniversario della mia mamma.

Si, l'anniversario del giorno in cui se ne è andata via per sempre… senza nemmeno salutarmi.

Io non lo sapevo che lei se ne voleva andare, altrimenti il giorno prima… che ero stato da lei… la salutavo meglio… ma che ne sapevo io… io non mi credevo che se ne voleva andare…

Lei è arrivata lì, in quell'ospedale freddo e brutto, e non è tornata più a casa sua…

Io sono sicuro che ci voleva tornare, a casa sua.

Aveva sempre detto che lei la casa sua non la voleva lasciare mai.

Io sono sicuro che lei a casa sua ci voleva anche morire…., a casa sua cioè; nel suo letto anche se non le piaceva e diceva che era vuoto perché papà non c'era più.

Però per lei c'era perché lo vedeva sempre. Ci aveva anche la fotografia sopra al comodino.

Io mi domando chissà dov'è morta davvero; forse non lo sa che è morta in ospedale; e anche io penso che lei si crede di essere morta nella macchina mentre ci andava; in ospedale voglio dire.

A casa no, non se l'è potuto credere perché lei si è vestita ed è scesa, quindi lo sapeva che non stava a casa.

In ospedale la stava accompagnando mia sorella, ma non perché si era sentita male, perché stava andando in un altro ospedale che non era quello dove poi è morta; dove ci dovevano fare gli accertamenti.

Si chiamano così.

Che poi significa che a uno ci fanno meglio le analisi, le radiografie e poi lo visitano, e poi ci dicono subito che medicine si deve pigliare per guarire presto – presto, perché il dottore sta già lì e non si deve chiamare a casa che poi dice "Signora aspettate qualche ora, perché sto facendo le visite; vengo appena ho finito di fare le visite che sto facendo."

E mentre poi quello finisce le visite uno si sente male perché non ci ha nemmeno le medicine.

Che quando poi uno va a comprare le medicine che il medico finalmente ha finito di fare le visite e viene, la farmacista se ne è andata a casa perché deve cucinare per il marito, e ha chiuso il negozio e si deve aspettare il giorno dopo che apre e si perde troppo tempo che uno poi si può sentire male perché non ci ha le medicine.

Sempre che poi dopo non è sabato o domenica, e magari la farmacia sta chiusa perché è vacanza o deve andare a fare la spesa, e poi si deve andare in giro a trovare quella che sta aperta… e chi lo sa chi è che sta aperto? Si deve trovare una farmacia dove ci sta un uomo, perché l'uomo non deve cucinare e nemmeno fare la spesa. Specie se è sposato.

In ospedale è meglio perché ci sta subito il dottore, e le medicine stanno già là che te le porta l'infermiera che te le da subito – subito per farti stare meglio.

Se magari invece di fare in fretta mia sorella perdeva un po' di tempo, magari mia mamma se ne andava mentre stava ancora a casa sua.

Tanto… se se ne è andata mentre stava in ospedale che non ci hanno potuto fare niente, vuol dire che se ne voleva proprio andare.

Tanto valeva che stava a casa sua.

Meno male che almeno ci stava mia sorella con la figlia che poi è mia nipote; che poi è anche la nipote di mia mamma; lei però a lei era nipote come nonna, a me invece è come zio.

Anche se a me non mi piace molto che mi dice zio, perché mi faccio l'idea che poi sono vecchio.

Forse perché io ci avevo uno zio che io lo chiamavo zio, ma lui era vecchio e poi è pure morto.

Però era pure malato.

Per nome dicono che poi sembra brutto… dice che uno che sente poi crede che la ragazza non porta rispetto per lo zio; insomma come mi deve chiamare?

A me se non mi chiama proprio non me ne frega niente. Mi può anche dire "ciao!"

Lei dice "Ciao!", e io so che sta chiamando a me e ci dico: Emanuela, che c'è?

Lei si chiama così, lo sai?

Che poi a lei la chiamano "Manu", ma a me che ci tolgono un pezzo di nome non mi piace.

A me mi piace il nome intero. Se no pare che uno vuole risparmiare.

Ma mica si pagano i sodi a chiamare una persona, che uno deve risparmiare!?

Mica la stai chiamando col telefono che vuoi risparmiare; che poi se pure la chiami col telefono, o dici Manu o dici Emanuela, paghi sempre la stessa cosa, non è vero?

Io penso che tu ci capisci e me lo puoi dire, è vero Casella Vocale?

Secondo me, se si è pensata che se ne stava andando mentre stava dentro alla macchina è stato meglio così, perché si può essere sentita come se stava a casa sua perché ci stava mia sorella, che era la figlia, e la figlia di mia sorella che era la nipote; come nonna però.

Insomma forse veramente lei se ne è andata che stava a quell'ospedale che si chiama Cardarelli. Che è il più grosso ospedale che sta dentro alla regione, e forse nel sud e magari proprio nelI'talia!

Dicono che là ci muore un sacco di gente lì, ma forse perché è il più grosso e perché ci vanno un sacco di persone.

Però mio papà lo sapeva che a questo ospedale uno ci poteva pure morire, perché una volta che è stato veramente troppo male, che io me lo ricordo ancora che quando il medico è venuto a casa mi ha detto che dovevo stare preparato perché forse non ce la faceva e voleva che andava in ospedale, lui non c'è voluto andare; io ho fatto la faccia preoccupata perché ce l'aveva pure il dottore, ma non ho capito bene che cosa era che non ce la faceva a fare; forse doveva prendere qualche cosa pesante che mio papà le cose pesanti non le poteva prendere, ma mi sono stato zitto perché ho pensato: dopo ce lo dico a papà che non si deve preoccupare, perché se deve prendere un peso troppo forte che lui non ce la fa, lo prendo io…

Insomma ti stavo dicendo che mio papà lo sapeva che a questo ospedale che si chiama Cardarelli si poteva pure morire, perché quella volta che il dottore aveva detto che doveva andare in ospedale, lui ci ha risposto che non ci voleva andare; perché se andava in ospedale moriva di sicuro, se invece restava a casa forse invece non moriva. Non era sicuro che non moriva, però se non doveva morire questo di sicuro succedeva se se ne stava a casa; in ospedale no. Là di sicuro moriva anche se non doveva morire.

E veramente ha avuto ragione lui, perché non c'è andato a quell'ospedale e quella volta non è morto più.

Insomma io ieri mi sono trovato a passare proprio davanti a quest'ospedale che si chiama Cardarelli e mi è sembrato proprio come se stavo dentro al cinema e vedevo un film.

Proprio un film che ci stavo io a fare l'attore, però lo so che non ero l'attore perché quello che vedevo era tutto vero; lo sapevo già che era successo veramente. Non era una storia finta come nei cinema veri.

Mi sembrava un cinema, ma invece non era un cinema.

Ci stavo io che mi ero fatto tutto il viaggio da casa mia che sta a un paese che si chiama Scafati fino all'ospedale che invece sta a Napoli che l'hanno costruito proprio sopra una specie di collina che non ci pare proprio che è una collina; ci sono andato con il motociclo; il viaggio me lo sono fatto piano anche se non troppo piano… insomma giusto - giusto; perché tanto era inutile che correvo perché se no mi poteva succedere qualcosa, e comunque non potevo fare niente per la mia mamma.

E poi mia sorella già teneva tanti pensieri per la mamma che non ci potevo fare avere un pensiero pure per me…

Poi ho visto che sono arrivato, che ho parcheggiato dentro… insomma io mo' non ti racconto tutto pezzo - pezzo perché se non ci vogliono due o tre ore…, che mi sono incontrato con mia sorella e con la figlia che è mia nipote però come zio, e che tutti e tre piangevamo perché il dottore era uscito fuori dalla stanza e aveva detto a mia sorella che la nostra mamma se n'era andata, e che la stavano portando dentro alla cappella.

Però io il dottore non l'ho visto perché sono arrivato dopo; quando sono arrivato io ce l'avevano già portata.

Che questa cappella è come se fosse una chiesa, però non ci dicono la messa, ma ci mettono i morti che stanno dentro alla cassa però senza il coperchio; con un velo sopra per non farci andare le mosche sopra alla faccia.

Ogni tanto ci passa per dentro un prete che se vede che ci sono nuovi morti li benedice pure quelli e poi se ne va e torna dopo un altro poco di tempo.

Prima però l'hanno portata in una stanza e l'hanno messa sopra a una tavola di ferro perché ci hanno messo la camicia da notte come se doveva andare a letto. Poi dopo l'hanno infilata dentro alla cassa bella sistemata, e noi l'abbiamo vista quando stava già dentro alla cappella.

A me mi pareva che stava dormendo; anche ieri ho visto proprio bene… mi sono detto: fammi vedere bene che l'anno scorso stavo troppo nervoso e forse ho visto male… e invece era proprio così: pareva proprio che dormiva, ma invece non dormiva…

Prima mi sono pure sentito poco bene che il dottore mi ha steso sopra a un letto e mi ha dato una medicina che pure a mia sorella ce l'aveva già data.

Però non stavo proprio male perché anche se sono andato a quell'ospedale che non lo voglio nemmeno nominare, non mi è successo niente.

Forse sono stato fortunato?

Può essere però pure che era bravo il dottore.

Mio papà però avrebbe subito detto che era stata una fortuna perché a lui quell'ospedale, che il nome me lo voglio proprio dimenticare pure, non ci piaceva proprio.

Pure mia sorella è stata fortunata perché pure a lei non ci è successo niente. Due fortune.

Poi il giorno dopo siamo andati di nuovo e abbiamo fatto il funerale e siamo pure andati al cimitero.

Io adesso ho fatto presto perché ho pensato che poi tu potevi dire: ma a me che me ne importa?

Però così sai com'è stato il film che mi sono visto mentre sono passato davanti a quell'ospedale.

Veramente è stato proprio un poco triste. Un'altra volta mi voglio vedere un film più divertente.

Ecco, e insomma il film finisce proprio mentre me ne vado dal cimitero e torno a casa che stiamo tutti quanti dentro alla macchia e non con il motociclo, perché noi siamo quattro e pure se non c'era il cane sopra al motociclo in quattro non ci possiamo andare se no ci pigliamo pure la multa.

Che quella che ti danno dentro al cinema la puoi pure non pagare perché è finta, ma siccome che non stavamo dentro al cinema e non era finta, la multa ce la davano per davvero e dovevamo pagarla pure.


 

mercoledì 30 aprile 2008

Risponde la casella vocale di…

Cara Casella Vocale, Buon giorno.

Dice il dottore che da quando parlo con te sto migliorando moltissimo.

Il mio problema, dice lui, è che non devo essere contraddetto.

Lo so gli ho detto io. Perciò con gli amici miei ci litigo sempre.

Loro vogliono sempre fare che mi contraddicono.

Adesso sono le cinque e mezzo del mattino, ma non riuscivo a dormire e così ho pensato di chiamarti.

Tutte le mattine la stessa storia. Mi sveglio e poi non riesco più a dormire. Però anche tu ti svegli alle cinque e mezzo, perché mi hai risposto.

Ti ho chiamato subito, appena mi sono alzato. Il mio primo pensiero è stato per te.

Ho fatto piano – piano per non farmi sentire dalla mamma e da mio fratello.

Mio fratello ci ha il sonno pesante, e russa che una volta ce l'ho pure detto: ma che sonno pesante che ci hai! Qui se viene un terremoto finisce che non ti riesci a salvare e ti troviamo tutto schiacciato sotto le macerie del palazzo.

Lui si è messo le mani nelle tasche dei pantaloni, mi ha fatto gli occhi brutti, che lui gli occhi brutti li sa fare troppo bene, e se ne è andato mormorando che non ci ho capito molto.

Ti ho chiamato subito perché tanto, mi sono detto, sicuramente sta sveglia anche lei.

Vuoi vedere che aspetta la mia telefonata e poi si dispiace se non la chiamo?

Io non ti volevo chiamare perché era troppo presto. Ma poi ho pensato: ma no, che se si è svegliata e aspetta la mia telefonata e non la chiamo si crede che non la voglio più bene.

Comunque io mi sveglio sempre presto, e se vuoi mi puoi chiamare anche tu, una volta.

Tu sei l'unica che mi capisce e che mi lascia parlare senza interrompermi mai.

Mai! l'ho detto anche al dottore l'altro giorno quando ci sono andato.

Lui prima non aveva capito bene, poi si è messo le mani in testa; quando gli ho chiesto perché si stava mettendo le mani in testa ha risposto che aveva bisogno di aggiustarsi i capelli, e poi mi ha detto che è meglio così.

Sono stato fortunato, dice lui, ad aver trovato una persona così gentile e buona.

Magari, mi ha detto, la trovasse pure lui una così. Dice che ci ha la moglie che lo contraddice sempre e gli fa fare quello che vuole lei, mentre invece tu mi fai fare tutto quello che voglio io. La vorrebbe pure lui una come te.

Magari ci posso dare il tuo telefono, così ti può chiamare e così è felice pure lui.

Io voglio parlare, e tu mi fai parlare; io voglio finire di parlare, e tu mi fai finire di parlare. E poi mi dici pure grazie.

Io ti dico "prego", però tu ti credi sempre che io ho già finito perché subito sento che non ci sei più.

Io poi non ho capito bene però, perché il dottore si è messo le mani in testa per aggiustarsi i capelli: è tutto pelato.

L'altro giorno l'ho guardato bene - bene in testa: non ci ha nemmeno un capello! bah!

Ieri era domenica e sono stato alla gita al lago.

Ci sono andato con mio fratello.

Quello alto e che è nato prima di me.

Io sono il fratello più basso e che è nato dopo di lui.

Lui è quello che dice sempre: ma che fai, sei scemo? ma che dici, sei scemo? ma dove ti sei messo, sei scemo? dice la mamma che siccome siamo solo due fratelli e uno è pure scemo, ci dobbiamo aiutare.

A me mi dispiace e non lo voglio deludere e quando mi chiede "sei scemo?" gli rispondo sempre si.

Ogni tanto lui poi si mette a piangere e sento che dice: ma perché proprio a me?

A me mi dispiace che proprio lui è uscito così, ma che ci posso fare? Io lo voglio pure aiutare, ma quello ho paura che poi si dispiace.

La mamma non c'è potuta venire alla gita al lago.

Ha detto che le dispiaceva ma non poteva proprio venire; che il suo direttore le aveva dato un lavoro importante da fare e che era urgente e che doveva andare all'ufficio.

Si è messa un bel vestito bianco tutto scollato, e si è messa pure il rossetto e le scarpe col tacco.

Mia mamma per andare al lavoro tutti i giorni si mette i pantaloni ed un pullover, e poi pure le scarpe da ginnastica.

Forse la domenica il suo direttore vuole che si veste elegante perché è festa.

Io ce l'ho detto: mamma ma questo direttore che vuole! Diccelo che noi dobbiamo andare alla gita al lago e che tu devi stare insieme a me.

Lei però ha detto: eh no, anche la domenica no! Almeno quella!

Che non ho capito bene perché se non voleva andare al lavoro c'è andata lo stesso… Quella veniva tanto bello con me e mio fratello alla gita al lago.

Che sono andato al lago con mio fratello glielo voglio dire anche al dottore, ma volevo dirlo prima a te, mia cara ed affezionata casella vocale.

A proposito, lo sai che ci hai una voce bellissima?

La voce più bella che non l'ho mai sentita da nessuna parte. Nemmeno al cinema o alla televisione.

Sembra quella di una fata. Ah! la mia fata Letizia! così ho capito che ti chiami, è vero?

Non so che lago era, mi ci ha portato mio fratello.

Lui voleva che mi facessi pure il bagno, ma io non l'ho voluto fare e lui ha detto che era peccato, perché l'acqua era bella ed il lago profondo che si vedevano i pesci che stavano sul fondo, e che se volevo potevo toccarli con le mani.

Io ci ho detto: che me lo faccio a fare il bagno, tanto non so neppure nuotare.

Lui ha detto che non faceva niente; ma lui ha detto così perché è buono e non mi voleva dispiacere; io so che uno quando si fa il bagno deve nuotare se no poi come fa a galleggiare?

Solo se uno si fa il bagno nella vasca a casa non si deve nuotare.

Una volta però ho letto su un giornale che uno si è fatto il bagno nella vasca a casa ma poi è affogato perché non sapeva nuotare.

Era una vasca grande – grande. Stava scritto che il giornale diceva che era una piscina.

Che poi ho detto: ma come una cosa così piccola uno si affoga? Forse si è sbagliato; non era piccola, ma veramente grande; io mi credo che doveva scrivere pisciona.

Si deve essere dimenticato di metterci la "o" in mezzo.

Veramente a mio fratello non gli ho chiesto come si chiamava questo lago dove siamo andati con mio fratello, perché mi sono detto: ma a me che me ne importa come si chiama? tanto mica ci ha il telefono il lago che poi lo devo chiamare e non so il nome e non me lo possono passare?

L'acqua veramente sembrava tutta piatta, però anche quando è piatta bisogna stare attenti, perché poi si formano i vortici.

L'ho letto su una rivista che teneva mio fratello sopra al letto. Stava scritto "I pericoli di farsi il bagno al lago. Come evitarli."

Ci stavano pure dei ragazzi che mi sono sembrati proprio dei ragazzi che andavano sopra al lago in una barca molto stretta e piatta.

Attenti, gli ho gridato, che il lago fa dei brutti scherzi. D'un tratto le acque si agitano e si finisce sotto e si affoga. Quando uno affoga poi si devono chiamare i soccorsi, i soccorsi arrivano sempre tardi, e poi quello muore.

Uno di loro mi ha gridato una cosa che non sono riuscito a capire mentre gli altri hanno abbandonato i remi per aggiustarsi il costume.

Almeno a me così mi è sembrato.

Glielo ho pure detto: dovete tenere le mani sui remi che se no la barca si accappotta! Ve li dovevate aggiustare prima i costumi.

Mio fratello mi ha detto che mi dovevo fare i fatti miei; che non si stavano aggiustando il costume, ma stavano facendo delle pratiche magiche scaramantiche per non affogare nel lago, e che se mi stavo zitto era meglio.

Anche perché eravamo appena arrivati e non voleva essere costretto ad andarsene subito per via delle mazzate che ci potevano arrivare.

Ha detto che erano tutti napoletani e che i napoletani subito se la prendono a male se uno li distrae mentre stanno remando sopra il lago dentro una barca molto stretta e piatta. Se volevo potevo provare anche io ad andarci per vedere se veramente la barca si accappotta, che lui me la fittava con piacere.

Ma io non so remare, gli ho detto, e lui ha risposto che non faceva niente.

Mio fratello è così: ogni cosa che c'è pericolo per me, dice sempre che non fa niente.

Lui lo so che lo dice per me, per non farmi impressionare perché mi vuole bene.

Quello che mi ha gridato dietro invece prima mi ha detto delle cose che non ho capito - ma mio fratello ha detto che è stato meglio che non ho capito - e poi si è aggiustato anche lui il costume.

Quello che non capisco è perché uno si compra le cose senza sapere se gli vanno bene, e poi se le deve stare ad aggiustare.

Io quando mi compro una cosa prima me la misuro, e poi se mi va bene me la compro, altrimenti ci dico al negoziante: no, non mi va bene; mi va troppo stretta o troppo larga, adesso non me lo ricordo perché me la sono tolta, e perciò che me la compro a fare? arrivederci. ci vediamo quando ci avete una cosa che mi va bene.

Cara Casella Vocale adesso ti devo lasciare perché debbo andare a fare colazione.

Si sono fatte le otto e mi sta chiamando la mia mamma.

Mi devo mangiare il caffelatte con i biscotti che mi ha comprato.

Sono buonissimi. Ci hanno il cioccolato sopra che mia mamma chiama le gocce di cioccolato.

Io poi mi domando: ma come fanno a farci cadere uno per uno tutte queste gocce di cioccolato? Ci vuole un sacco di tempo! Però a me questi biscotti mi piacciono moltissimo.

Dentro al caffè latte ci metto prima lo zucchero, e poi i biscotti.

Ma me li devo mangiare subito che poi se aspetto un poco si ammollano tutti e pare che scompaiono.

Ciao Casella Vocale.

Ci sentiamo più tardi. Mi raccomando ma tu rispondimi.

Non farmi aspettare troppo.

L'altro giorno mi hai fatto aspettare troppo.

Ce l'ho detto pure al dottore: dottore mi credevo che era uscita e che non c'era nessuno in casa perché non rispondeva.

Ma lui ha detto che no, non mi devo preoccupare.

Tu ti credi che non c'è mi ha detto lui, ma può essere che sta in bagno oppure sta in cucina e sta facendo due uova al tegamino - ma come se le mangia due uova questo tegamino? pure il tegamino della mia mamma si mangia sempre due uova, io però non l'ho mai visto che se le mangia.

Forse lo fa di nascosto perché si vergogna a mangiare solo due uova perché è povero e non si può comprare la spesa.

Ma non ci fa male che si mangia sempre solo due uova? mai un po' di pasta, un po' di carne: sempre due uova.

Secondo me prima o poi finisce al manicomio a mangiare sempre due uova.

Poi il dottore si è preso i cento euro della visita e mi ha detto: mi raccomando, martedi vieni un'altra volta e raccontami che cosa vi siete detti tu e la tua amica.

Questo dottore è scemo veramente: ancora non l'ha capito che tu sei mia amica perché mi fai parlare solo a me. Se no che ti chiamo a fare se parli anche tu? Per farmi contraddire che lui lo sa che non devo essere contraddetto?

Mi ha detto anche: continuala sempre a chiamare, mi raccomando! non ti dimenticare, che ti sta facendo bene.

Per lo meno ancora un altro anno devi continuare a chiamarla, perché poi in estate noi ci vogliamo fare una crociera.

Io gli volevo dire: e che mi importa che tu ti vuoi fare una crociera, io basta che chiamo all'amica mia!

Poi ho pensato che si dispiaceva se ci dicevo così.

Però domani glielo dico e poi ti racconto che cosa mi ha risposto. Va bene?

La chiamo anche per più di un anno! Ho detto io.

Bene, ha fatto lui, che così ci facciamo la crociera anche l'anno prossimo.

Veramente a me questo dottore mi sembra un poco pazzo. Speriamo bene, che non si sa mai.

Ciao.

Magari ti chiamo stasera.

Mi raccomando fatti trovare.

domenica 27 aprile 2008

… che non si può mai sapere!

"Portati l'ombrello! Che non si può mi sapere. Magari viene a piovere e poi ti prendi l'influenza!"
Piena estate, giornata di sole. Ipotesi pioggia: zero. Nemmeno le più infauste previsioni ne lasciano trasparire l'eventualità.
Non un "Magari piove e poi fai gli starnuti, ti può venire la tosse, un raschietto alla gola".
Ma che! Direttamente l'influenza.
Non un "ti potresti bagnare… può darsi che poi l'acqua ti si asciuga addosso e ti viene freddo… potresti avere di mal di testa e forse, molto forse qualche decimo di febbre…"
No. Niente di tutto questo: dalla pioggia che forse potrebbe venir giù non si sa da dove e come, all'influenza.
"Mettiti la maglia di lana! Che non si può mi sapere. Magari fa freddo e poi ti prendi l'influenza!"
L'influenza. Il solito eterno tormentone. La minaccia incombente. Il ricatto psicologico della mia - solo?- infanzia.
Si, perché ammalarsi, quanto ero in età fanciullesca, era una disgrazia.
A pagamento la visita del medico, a pagamento le medicine.
Di gratis c'era solo il nonno pronto a far le siringhe di penicillina che facevano un male terribile.
Entrambi. La penicillina ed il nonno.
Le siringhe erano quelle di una volta. Di vetro, e con il bollitore in pura latta.
E la recondita mai avverata speranza che l'oggetto maledetto cascasse a terra e si rompesse rimandando il momento fatale.
Era Comunque una specie di litania familiare. Veniva da lontano. Mia madre era soltanto l'ultimo momentaneo anello della catena.
La mia doveva averla imparata dalla mamma, mia nonna, che a sua volta doveva averla ereditata dalla sua di madre e così andando a ritroso fino a Mosè:
"Mettetevi il salvagente mentre attraversiamo il mar Rosso. Che non si può mi sapere. Metti che si richiudono le acque troppo in fretta, affogate tutti!"
Una litania dicevo.
S'andava fuori in gita o per lavoro? "Portati un pantalone di ricambio! Che non si può mi sapere. Magari ti si macchia quando mangi e che figura ci fai?"
Pantalone, giacca, maglione, ombrello, calzini, lacci da scarpe, spazzolino… Insomma: se non avessero già inventato la ruota di scorta, ci avrebbe pensato la mamma.
"Vai in giro con l'auto? Mi raccomando, portati una ruota di ricambio! Che non si può mi sapere. Magari se ne buca una e poi come torni?"
Quello di cui si poteva star certi era che se si usciva senza ombrello, non si aveva il pantalone in più, o si stava senza un maglione d'appoggio, si scatenava un temporale mai visto, ti macchiavi il pantalone, veniva giù un freddo siberiano.
Insomma più che una previsione di possibile eventualità seppure remota, una stregoneria vera e propria.
Ma credo che questa sia stata una idea del buon Signore, quando si accorse che non sempre le mamme venivano mai ascoltate e prese sul serio.
E questa storia si è così radicata, che non v'è famiglia dove in una qualche parte della casa non si conservi un pigiama buono od una comincia da notte perché "Meglio averla pronta! Che non si può mi sapere. Posso mica andare in ospedale con la camicia di tutti i giorni! Che se poi resto lì, mi devono seppellire così come sto combinata per casa."
Ma sappiamo che il Buon Dio non guarda alla camicia da notte con la quale le mamme si presentano a lui.
Non guarda niente: gli basta solo sapere che si tratta di una mamma.
A lui basta questo!
Le mamme, e su questo non ammette ragioni, lui le guarda dentro perché sa che sono bellissime così come sono.
Tutte.
Nessuna esclusa.
Anche se arrivano su con la camicia di tutti i giorni, e… senza la maglia di lana.


 

venerdì 25 aprile 2008

Oggi tema in classe

Tema:

La mia famiglia.

Svolgimento.

La mia è una famiglia di origini lontanissime.
Uno dei miei avi emigrò dalla Grecia quando, avendo egli un commercio di olio tra il suo ed alcuni paesi dell'Europa occidentale in società con altri due suoi amici, decise che era giunto il momento di provarci.
Partito con la solita nave da Patrasso carica di oltre 300 barili d'olio da destinare in Spagna, cambiò rotta facendo scalo in un porto nascosto della Sicilia occidentale dove lo aspettavano degli acquirenti greci che si erano messi d'accordo con lui per comprare, di nascosto, tutta la partita ad un prezzo convenuto.
Lì avvenne la transazione. I barili d'olio furono sostituiti con barili pieni di acqua salata di mare e la nave intraprese la rotta per la Spagna non riuscendo a raggiungere la destinazione prevista perchè naufragò. Ovviamente una finzione.
Ma mentre i soci del mio bisnonno credettero alla disgrazia e piansero la triste sorte dell'amico e socio morto e sepolto in fondo al mare lui, con una barca acconciata all'uopo, raggiungeva remando con foga le coste napoletane; intanto quando i compratori greci s'accorsero che i barili non contenevano l'olio d'oliva puro che credevano, ma del vile olio di semi vario misto ad acqua di mare, era ormai troppo tardi.
Il mio bisnonno, che sapeva non aver molto tempo per sfuggire alla loro ira, inscenò una rissa in una taverna del porto di Puteoli, vicino Napoli, riuscendo a far credere di essere rimasto vittima di un ferimento mortale nel corso della colluttazione.
Si inventò solenni funerali con deposizione di una bara vuota in una fosse comune del cimitero; quindi restò nascosto per oltre un mese cibandosi di bacche e di erbe selvatiche, e si fece crescere una folta barba che dipinse, insieme alla fluida chioma che nel frattempo gli era cresciuta, di un rosso ramato che piuttosto che ringiovanirlo come credeva, lo aveva invecchiato di vent'anni.
Forse quella fù la sua salvezza. Cambiò identità modificando il suo cognome e trasformando tutte le "K" e le "omega" che contenevano; riuscì a fingersi muto perchè non si riconoscesse la sua stentata pronuncia dialettale ed iniziò così una nuova vita sposando quella che divenne la nonna di mio padre; tra tutti il quinto dei loro sette figli.
Io il suo secondogenito. Il mio bisnonno sperperò tutta la fortuna truffaldinamente accumulata in speculazioni sbagliate; d'altronde la farina del diavolo finisce sempre in crusca.
A tal motivo ciascuno dei suoi sette figli dovette ricominciare daccapo ed anche mio padre, a sua volta, non fù da meno.
Ora noi viviamo una vita decorosa in una casetta acquistata col sudore della fronte e con sacrificio ma, nelle serate d'inverno, quando la nostalgia ci prende, vorremmo ritornare in Grecia per conoscere i discendenti della prima famiglia.

La corriera per Lecce

L'autobus rosso aveva appena imboccato l'ingresso della statale in direzione Taranto allorché una pattuglia della Guardia di Finanza, ferma un po' più avanti dell'immissione, paletta bene in vista, intimò l'alt all'autista che allegramente viaggiava con perfetta sincronia tra i tempi d'arrivo previsti e quelli effettivi.
Quello che a coloro che erano alla prima esperienza sembrava un semplice controllo, apparì agli altri come una iattura; una ispezione foriera di un fastidioso ritardo se non addirittura altro.
Qualcuno raccontò di un controllo terminato presso gli uffici della questura dove furono registrati i documenti di tutti.
Nel mentre quindi, la preoccupazione cominciava a serpeggiare negli animi, i volenterosi agenti, dando l'impressione di mirare ad un obiettivo ben preciso, infilati all'interno del vano bagagli, tirate fuori borse, buste e zaini incominciarono una attenta analisi dei loro contenuti.
D'un trattato il volto d'uno di quei giovani in divisa, saliti i tre gradini dell'ingresso, sbucò orgoglioso al centro del corridoio dietro il suo trofeo: uno zaino bicolore che si reggeva ben alto e rigido in tutta la sua ampiezza.
Si udì dietro quegli occhi gioiosi una voce invitante il proprietario a farsi avanti subito onde evitare noiose perdite di tempo.
Nemmeno per inteso: sguardi indagatori d'intorno e silenzio.
Unica possibilità, per gli altri ben inteso, per andar via presto: che il proprietario dello zaino si facesse avanti.
Macchè; quasi che quell'oggetto dell'attenzione di tutti si fosse infilato da solo nel bagagliaio.
Ed ecco dunque il risultato: tutti giù dall'autobus.
Recuperato ciascuno il suo bagaglio personale, in un piglia-piglia generale, tutti furono messi bene in fila per quanto era lungo l'autobus; in attesa della conta e del controllo; più incuriositi che preoccupati quelli che erano i viaggiatori abituali.
Già a metà del controllo tutto sembrava finito: erano "saltati fuori" due i possessori dello zaino pieno di CD-ROM masterizzati.
I due furono infilati velocemente nell'auto e portati via insieme al corpo del reato, senza por tempo in mezzo.
I commenti furono dei più svariati e certamente qualcuno avrebbe preferito che ad esser fermati fossero stati i tre di colore che invece, indisturbati ed innocenti, continuavano il viaggio con le loro enormi buste piene di borse e borsette ben sistemate nel bagagliaio.
Viaggio terminato allegramente deliziati dalla voce dell'autista che, pregustando la cenetta telefonicamente concordata con la consorte, passò in rassegna i migliori brani italiani e non, degli anni sessanta.

Cartello affisso fuori ad un ristorante di Catania.

IF YOU GO THIS WAY

FOOD AND NOT MUCH PAY

TIPICAL SICILIAN RESTAURANT

giovedì 24 aprile 2008

S. Francesco di Paola. Festa del Patrono a Scafati

News del folklore. Dal 27 Maggio al 07 Giugno festa patronale a Scafati: si festeggia S. Francesco di Paola.

Corteo cittadino per le vie del centro con esposizione della statua del Santo allietato dalle note del Gruppo Bandistico Raffaele Viviani di Castellammare.

Il corteo, composto principalmente dalla statua del Santo portato a spalla, era preceduto dal gruppo di prelati afferenti la Parrocchia di pertinenza, e seguito da uno sparuto insieme di cittadini più intenti a raccontarsi fatti privati – di amici parenti ed affini - che oranti.

Il termine del corteo vedeva allineati in bella mostra gli ancora ed i non più ragazzi, dell'associazione Boys Scout del posto suddivise nei tradizionali gruppi di ogni ordine e grado, e dalle Guardie Municipali del Comune.

La supervisione accondiscendente del comandante della locale stazione VV.UU. ha benevolmente accondisceso a trasgressioni alle leggi di tipo vario. Tra gli altri si sono distinti i venditori di musicassette e Compact Disk contraffatti che hanno avuto modo di proporre la loro mercanzia senza timori di sequestri e multe.

I cani randagi al seguito con la speranza di un inatteso pranzo succulento da disputarsi, facevano parte della iconografia abituale.

Gli automobilisti fermati dalla possente macchina organizzatrice e costretti ad attendere che il corteo che occupava le vie del centro avesse termine, hanno avuto pensieri non proprio ecumenici nei confronti degli astanti.

Ai balconi venivano esposte, come d'uopo, i pezzi pregiati dei corredi; hanno fatto bella mostra di sé lenzuola finemente ricamante e coperte pregiate.

La popolazione presente, indigena e non, invitata a partecipare alle celebrazioni sacre, era munita di cartocci pieni delle cibarie preparate dai venditori di zeppole e panzarotti il cui pungente olezzo impregnava insistentemente l'aria circostante.

Molti di loro, con la tipica aria del "cca' nisciun' è fesso" ovvero "i so' napulitano, e tu fuss' venut' da' Cina pe' fa fess' a mme?" hanno avuto l'abilità di lasciarsi infinocchiare dai venditori cinesi nell'acquisto di chincaglierie ed oggetti vari.

In tanti hanno colto l'occasione per intrattenere rapporti sociali con conoscenti, manifestando reciprocamente un tale entusiasmo per l'occasionale inatteso incontro da far trasparire all'unisono un unico pensiero: si nun t'incontravo era meglio!

Alcuni dei presenti, non riuscivano a nascondere nel volto il desiderio di rientrare alla propria abitazione per liberarsi degli abiti della festa indossati per l'occasione.

L'attesa per il solito serale tripudio di fuochi artificiali é stato grande; la cosa non ha mancato di destare stupore ed ammirazione per l'abilità dei maestri fuochisti che il prossimo sette giugno vedranno concludere in gloria le loro annuali fatiche.

L'autore del presente testo, coinvolto da consorte e vicini in un tentativo di massima integrazione con l'ambiente, si è premurato di contribuire alla manifestazione approvvigionandosi di un portafoglio costatogli l'iperbolica cifra di ben quattro euro.

Il portafoglio è protetto da una lampo ed è munito di catena da allacciarsi alla cintola dei pantaloni alfine di intimorire i malintenzionati.

Tanto al fine di rendere difficili eventuali tentativi di furto con destrezza.

Al momento il valore dell'oggetto supera il contenuto dello stesso.

Il gruppo del quale l'autore del presente inserto era parte integrante, avendo sorbito in un graziosissimo bar del luogo bibite varie a soddisfazione, ha fatto rientro a casa gioioso per aver trascorso una bella serata.

Napoli/Torino A/R: il ritorno.

Le prime slides (diapositive? banale!) erano già scorse accompagnate dalla loro inesorabile quanto scontata descrizione raccontata dalla voce, cadenzatamente arrotondata dalla erre alla "francese", di Angelo allorché possiamo dire che tutto si era già compiuto. L'assalto degli uomini di Geronimo, i terribili Apaches, vestiti della loro tuta mimetica di indiani metropolitani, alle strutture fondamentali dell'aeroporto di Capodichino, era avvenuto. I punti chiave erano in possesso dei suoi uomini che minacciavano, con frecce avvelenate al sindacato, chiunque osasse presentarsi ai varchi d'ingresso.

Già da alcune ore nessun aereo azzardava più avvicinarsi da terra, da cielo e da mare e la voce era corsa in tutti gli aeroporti della nazione tant'é che i velivoli diretti a Napoli, venivano indirizzati per la loro gran parte su Roma rendendo Fiumicino più caotica di quanto non lo fosse già normalmente. Solo il nostro migrante ignaro, godeva della calda e soporifera cadenza con cui la descrizione di Link Source gli veniva lentamente somministrata. Le spiegazioni erano metabolizzate a rilento. Gli occhi, che facevano fatica a restare attenti, correvano veloci tra lo schermo, a leggervi con trascurato ed incolpelvole disinteresse le frasi peraltro incomprensibili che vi si avvicendavano (customizzato? marcappizziamo? ma che lingua è?) e l'immagine della sua casetta alla quale, dopo un viaggio non breve ma rapido, si vedeva approdato.

Stanco ma felice.

Arrivo a Capodichino alle sedici e trenta, alla stazione ferroviaria alle diciassette e trenta. Alle diciassette e cinquanta il regionale... Insomma, mal che vada, pensava, alle diciannove sono a casa sempre che sopravviva a questo strazio.

Ma Geronimo, e lui non sapeva di Geronimo, aveva programmato diversamente. A Capodichino, e lui nel frattempo nel taxi che lo portava spedito all'aeroporto di Caselle assaporava il momento in cui alla signora - sì, era sicuro sarebbe stata una bella signora ad accoglierlo al banco - avrebbe chiesto un posto in corridoio, cercavano di trattare con l'agguerrito capo indiano.

Il generale Custer era stato allertato già dalla sera prima, e lui aveva promesso di intervenire. Ma l'ormai vegliardo stratega, assaporando a suo modo il momento della vittoria che riteneva ineluttabile - da dove poi gli venisse quella sicumera resta un mistero visto l'ultimo suo infausto precedente -, non riuscì a chiudere occhio per tutta la notte finendo con l'addormentarsi, e profondamente, alle cinque del mattino del giorno successivo per svegliarsi, di sorpresa, verso le dodici.

Troppo tardi: lo sciopero degli autobus era iniziato e così, già pur tutto bardato per la battaglia, rimase bloccato a Little Big Home senza potersi muovere. Saputo del sicuro arrivo di Custer, Geronimo dal canto suo pensò:

"Azz''o, ma chist' è scemo 'overamente! Manco ll'é bastato 'o mazziatone che l'ha rato 'o cumpagno mio!" palesemente riferendosi a Toro Seduto, a Capo Seattle ed ai loro Sioux solo poco più d'un centinaio d'anni prima. A quel punto non aspettava altro che arrivasse per incontrarlo.

"S'add'essere rincuglionito bbuono, o viecchio! Guagliò - fece ai suoi - quanno vene 'nce facimmo nu' mazz' 'accussì!" e nel contempo fece un ampio gesto con le mani a significare quello che, nel linguaggio gestuale degli indiani, vuole dire "A cappiello 'e prevete".

In torinese si dice "Gli daremo tanti di quei calci che non potrà sedersi per un bel po' di tempo da nessuna parte, visto che si troverà ad avere un posteriore molto ma molto grosso". Uéh! Ce l'ho fatta. Non c'é dubbio che il napoletano è una lingua sintetica ed espressiva.

A Capodichino Geronimo ed i suoi si fregavano le mani dichiarando apertamente:

"Nuje 'a ccà nun ce muvimmo. Vulimm''aspettà a Castér. 'O vulimmo veré 'nfaccia, stù piezz'e fetente pe' sentì che ce vo' ricere. Poi 'nce facimmo n''ata vota nu mazzo tanto e ce ne jammo. Accussì s'empara a rompere 'o c... 'a ggente che fatica. Isso e tutti chilli fetienti ca ce trattano manc''a chiavica".

In sintesi: il Capo Indiano è arrabbiatissimo.

Dunque mentre a Capodichino, si diceva, Geronimo si manifestava apertamente agguerrito, il nostro migrante si rifocillava al ristorante a spese Alitalia. Si sa che nel nostro Paese il primo pensiero è il mangiare, e per un meridionale è l'unica cosa che conta. Figuriamoci quando poi è gratis.

"Guardi che per il volo su Napoli c'é un problema. L'aeroporto è stato occupato dagli Apaches della Gesac. Ci sono trattative in corso. Se Custer arriva in tempo e risolve la situazione si parte. D'altronde aereo ed equipaggio sono pronti, se ci danno l'OK si decolla al massimo alle quindici e trenta. Stiamo anche provando ad essere autorizzati a portarvi a Roma"

"E da Roma? Come ci fate arrivare a Napoli?"

"Beh, lì dovete pensarci voi. Non è un nostro problema, cioè non è un problema della compagnia, ma dell'aeroporto. Non possiamo far nulla di più."

"Ma mi sembra strano che l'Alitalia non si prenda cura della sua clientela in una situazione di disagio. Una volta a Roma poi che si fa?"

"Guardi, faccia una cosa. Ripassi tra una mezz'ora. Tra mezz'ora sapremo se si arriva a Napoli o se vi si porta a Roma. Faccia così, nel frattempo utilizzi questo buono pasto. Lo può spendere presso il self-service del piano di sopra, quando ha terminato ripassi e saprà cosa è successo e qual'é la decisione presa."

"Allora ripasso per le due? (le due, in napoletano, sono le quattordici ora di Torino)"

"Si, alle due". Strano ma ha capito.

Ed il migrante meridionale abbocca! Ah il poter mangiare a sbafo che fa fare!

D'altronde perché vergognarsi. La storia del Risorgimento lo ha ampiamente denunciato. Il piemontese prese per fame il meridionale, e con la scusa di saziarlo corruppe e vinse il napoletano.

Lì, al self-service del primo piano, si ritrovarono in tanti. Erano tutti napoletani sulla via del ritorno. Alla cassa eran più i pasti pagati con i buoni che quelli pagati in euro. Tutti che nel frattempo pensavano a sistemar lo stomaco. Tanto poi qualcosa succede.

Ed il resto infatti è quello che è successo.

La decisione è presa: si va a Roma. Beh, nessun obbligo. Se proprio si vuole, altrimenti si può rinunciare e provare a farsi rimborsare il biglietto. Ma c'é una bella fila da fare. Se si ha un po' di pazienza...

Altrimenti si raggiunge Fiumicino e poi lì ci si arrangia.

Un autobus per raggiungere Napoli?

Nemmeno a parlarne. Alitalia non c'entra, perché dovrebbe pensarci. Son costi, son spese. Non se ne parla nemmeno.

Un autobus per raggiungere Termini? (per gli ignari è la stazione ferroviaria di Roma).

Impossibile: c'é lo sciopero. Anzi: per chi vuol raggiungere Roma sappia bene che c'é lo sciopero, i mezzi pubblici mancano; lo sciopero forse finisce alle venti.

Come sempre la presunzione savoiarda: a Torino lo sciopero finisce alle venti, quindi anche a Roma deve finire alle venti. Bah! Meno male che si sbagliavano. A Roma finiva alle sedici e trenta.

Organizzare un autobus privato?

Ma che fa, scherza? E chi lo organizza? Chi lo paga? Per carità. Alitalia non ha colpe.

Certo, la colpa è di chi vuol partire per forza.

"Ci pensi bene. Allora che fa? Parte?"

"Sì, parto."

"Allora si ricordi che una volta a Roma lei s'arrangia."

Cosa si voleva che il misero migrante, che vedeva sempre più lontano il momento di riabbracciare il proprio cane... pardon, si voleva scrivere i propri cari - un lapsus con tutta quella stanchezza è giustificabile - facesse, se non pensare d'arrangiarsi?

E così fù.

L'arrivo a Fiumicino, poi il lungo tragitto al treno. La fila alla biglietteria, il primo viaggio per Roma Termini si conclude in una stanca sauna tra gente affranta ed incapace di reagire; una minzione liberatrice, una banana residuo del pranzo del mattino, e finalmente alle diciannove e quarantacinque si riparte per la destinazione agognata.

Lo sciopero a Roma era terminato alle sedici e trenta, ma forse per i treni che collegano l'aeroporto alla città non c'é mai stato. Ma che importa.

E di Geronimo? Che cosa ne é stato di lui? Dei suoi indiani, di Custer e di tutti gli altri protagonisti della storia?

Non abbiamo saputo nulla di loro, né in verità ci interessa più saperlo.

Il nostro migrante, e questo è quello che ci importa, è tornato. Stanco, affranto, ma felice. Come sempre con il suo solito dubbio: non è che se prendevo il treno ci mettevo solo un paio d'ore in più ed arrivavo riposato?

Ma non c'é tanto rammarico; il pensiero è sempre quello: da Torino? In aereo ci vuole poco più d'un'ora!

Sì, ma sempre che si parta e che si arrivi!

Bah.

Morale: Perché un diritto calpestato possa essere rivendicato, è necessario che lo si faccia conoscere, lo si renda noto. E come si fa a farlo conoscere agli altri se non nell'unico modo possibile? Facendo cioè sciopero, creando disagio, manifestando. Infatti mai, in questa vicenda, il nostro migrante si è adirato od ha inveito contro coloro che lo hanno costretto all'avventura imprevista narrata. Lui è fortunato. Un lavoro lo ha, la sua Azienda non sembra essere in crisi. Almeno per ora. Non così per quegli altri. E lui, il nostro migrante, sa che siamo tutti sotto al cielo, che nessuno può sentirsi sicuro, che la vita è una ruota che gira.

Lui ha solidarizzato così con quei lavoratori pur stando lontano: accettando di buon grado la situazione, senza adirarsi. Prima o poi lui sarebbe tornato comunque a casa. Ed è accaduto proprio così.