Le Due Sicilie: La lunga morte di Villa d'Elboeuf (1711-2011): Ci sono alcuni momenti nella vita in cui si decide che quando è troppo, è troppo, e per me quel momento è stato lo scorso 10 agosto 2011. ...
Oggi la Villa è in condizioni indescrivibili.
Il 26 aprile 2013, la villa è stata venduta ad una cordata di imprenditori, che ne cureranno il restauro sotto la sorveglianza della Soprintendenza.
Il 5 febbraio 2014, un'ampia porzione del muro esterno della villa, che costeggia la linea ferroviaria, è crollata finendo sulle rotaie, interrompendo il traffico sulla tratta Napoli - Torre Annunziata.
Dal 5 Febbraio 2014 a tutt'oggi per raggiungere da Napoli i comuni che arrivano fino a Vietri sul Mare è una vera avventura.
La stessa cosa per chi dai comuni che precedono Salerno raggiungere Napoli.
Ovviamente per proseguire oltre Salerno non c'è altra soluzione che arrivare a Salerno o a Napoli e da lì ripartire.
E già chi abita da Torre Annunziata a scendere in poi può dirsi fortunato perché è in funzione un "treno navetta" che fa la spola tra Torre Annunziata Centrale e Salerno e viceversa.
Più difficile è per chi risiede tra San Giorgio a Cremano e Torre Annunziata.
Un'Italia allo sfacelo che si sta distruggendo: i finti dottori, che non sanno nulla di medicina ma non possono né vogliono confessarlo, continuano a litigare tra di loro per un consulto che non giungerà mai a termine e nel frattempo l'ammalato che è già in coma, muore.
“Traditi ugualmente, ugualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo delle nostre sventure; che mai à durato lungamente l’opera della iniquità, né sono eterne le usurpazioni”. - S. M. Francesco II - Proclama di Gaeta, 8 dicembre 1860
martedì 11 novembre 2014
domenica 2 novembre 2014
RE FERDINANDO IV RE DI NAPOLI, POI FERDINANDO I RE DELLE DUE SICILIE.
Estratto da:
Michele de Sangro Duca di Casacalenda
"I Borboni nel Regno delle Due Sicilie"
Firenze, lì 12 giugno 1884
Nel 1749, morto Filippo V Re di Spagna, gli successe Carlo III, lasciando a Napoli il suo terzogenito, che fu Ferdinando IV, calunniato ed infamato da’ nemici della Monarchia, sol perché seppe superare il terribile 1799, e sol col suo ingegno e buon senso rimediò alla mancata istruzione che il Ministro Tanucci non gli aveva fatta dare. Fu di umore allegro, amava i piaceri, specialmente la caccia e la pesca. Fu cattolico e rispettoso verso la Chiesa.
Nella sua minore età furono aboliti molti Conventi, però le rendite non furono convertite a vantaggio de’ “patriotti”, ma furono invece assegnate a’ Comuni a cui quei Conventi appartenevano.
Ecco le opere pubbliche fatte sotto quel Re.
Il 4 settembre 1762 si diede principio al Camposanto di Napoli, e fu il primo Cimitero fondato in Italia.
Si popolarono le isole di Ustica e di Lampedusa, la prima nel 1760, la seconda nel 1765, togliendo così un asilo a’ corsari barbareschi.
In Ustica edificò un Castello per guarentirla.
Nel 1763 e 1764 fu il Regno travagliato dall’epidemia e dalla fame, ed in quella triste circostanza spiegò il Governo una energia degna di ogni lode.
Restaurò la facciata del Palazzo Reale di Napoli nel 1767.
Ingrandì ed allineò la strada di Foria nel 1768.
Costruì tre Teatri, cioè quelli de’ Fiorentini, quello del Fondo, e quello di San Ferdinando.
Nel 1799 innalzò la Fabbrica de’ Granili.
La Villa Reale cominciò nel 1780.
Sono opere di quel Re i quattro Cimiteri della Città del Napoli. Anche in Palermo edificò un magnifico Camposanto.
L’orto botanico di Palermo, la Villa inglese di Caserta, il Cantiere di Castellamare, il piccolo porto di Napoli, i lavori dell’emissario di Claudio, il Palazzo Reale di Cardito, innalzato nel 1793, debbonsi a lui.
Fece costruire molte case per congiungere Napoli con le Provincie, ed in soli 14 anni ne furono fatte più di mille miglia.
Stabilì la Colonia di San Leucio, facendo venire dall’estero artefici e macchine.
Fondò parecchi Collegi militari.
Rifondò la marina, ed era talmente amato da’ suoi Napoletani che, bruciatosi il 3 aprile 1790 il Vascello Ruggiero, in costruzione a Castellamare, vi volle fare cosa grata al Re, coll’offrigli per sottoscrizione volontaria un milione di Ducati perché costruisse un altro vascello simile a quello incendiato.
Fondò un’Accademia per le armi dotte. Riordinò l’esercito.
Nel 1788 si pubblicarono le ordinanze militari pel servizio delle piazze forti del Regno. L’anno seguente si pubblicò il Codice penale militare.
Nel riordinare l’esercito e la flotta, quel buon Sovrano non trascurò le opere di beneficenza. Fondò la cassa degli orfani militari, provvedendola di una rendita di 30 mila ducati annui, ad unico oggetto di educare i figli de’ militari defunti, e dotarne le figlie.
Molto fece per l’istruzione pubblica.
Nel 1768 stabilì una scuola gratuita per ogni Comune del Regno e per ambo i sessi, e con decreto dello stesso anno prescrisse che in tutte le Case religiose sitenessero scuole gratuite per fanciulli, ed in ogni Provincia introdusse un Collegio per educare la gioventù.
Oggi si pagano tasse ginnasiali e liceali, e prima non si pagava nulla; oggi che hanno regalato l’istruzione obbligatoria, se non si hanno i mezzi come mantenere i figli ne’ capoluoghi di Provincia, gli studiosi non hanno maniera di apprendere utili cognizioni.
Nel 1799 nell’abolita casa dei Gesuiti di Napoli si fondò un Collegio per nobili giovanetti, detto Ferdinandeo, ed un Conservatorio al Carminello per l’istruzione delle orfane povere.
Nel 1778 fu creata l’Università di Cattaneo, nell’anno seguente quella di Palermo sotto il titolo di Accademia, con teatro anatomico, laboratorio chimico, ed un ricco gabinetto fisico.
Fondò una specola astronomica nel Palazzo Reale di Palermo, diventata celebre per l’illustre Teatrino Giuseppe Pazzi; altro osservatorio astronomico fondò sulla Torre di San Gaudioso in Napoli.
Sorsero in Sicilia 4 Licei e 18 Collegi e molte Scuole Normali.
Fondò in Palermo un seminario nautico per l’istruzione di marini, commercianti.
Istituì una deputazione per sorvegliare tutti i Collegi del Regno.
Anche i Greci Albanesi, sparsi in Sicilia e in Calabria, sperimentarono la beneficenza di Ferdinando IV: furono riuniti in colonie, in diversi villagi, si fondarono due Seminarii e varie scuole per essi. S’istituì un Vescovado per ritogreco-unito, ed egli accordò loro, per quei del Continente, uno stabilimento in Brindisi, onde esercitarvi il commercio.
Nel 1778 istituì l’Accademia delle scienze belle arti nel palazzo degli Studi a Napoli. Fondò una Società letteraria Tipografica. Aprì una Biblioteca inPalermo, che è una delle più ricche in Italia, facendole dono de’ libri che egliaveva comperati con proprio danaro dal Canonico Barbarici.
Dopo aver ordinato le 3 Università del Regno, creò quelle cattedre richieste dal progresso delle scienze, così si videro per la prima volta negli ospedali quelle di ostetricia e di osservazioni chirurgiche.
Scelse i più grandi ingegni, senza badare a politica opinione, e così insegnarono il Genovesi, il Calmieri, il Galanti, il Troja, il Pedagna, il Cavalieri, il Serrao, il Gagliardi.
Onorò i sommi dell’arte musicale di quei tempi, come Cimarosa, Guglielmo, Paisiello, destinando quest’ultimo a maestro del Principe ereditario; somministrò i mezzi a molti giovani artisti per perfezionasti in Roma.
Questi è quel Re che i rivoluzionarii hanno l’impudenza di chiamare ignorante, nemico dell’intelligenza e de’ dotti. Molti decreti utilissimi emanò circa l’industria ed il commercio. La pesca del corallo si deve a lui, ed a Napoli fondò la Borsa del Cambio. Cedette a canone e provvide di ottime leggi il Tavoliere di Puglia, facendo sorgere molte colonie in quei deserti.
Nel 27 maggio 1787 esentò per 40 anni da ogni dazio tutti coloro che avessero piantati oliveti in terreni ingombri di macchie, ed agli allevatori di bestiame che li avessero raccolti in determinati luoghi.
Fondò Monti frumentarii che somministravano il grano per la semina negli anni di scarsezza. Restaurò ponti, ne fece de’ nuovi, prosciugò maremme, arginò fiumi, eseguì lavori utilissimi in luoghi malsani, ed acquistava terreni vergini all’agricoltura.
Nel 1790 bonoficò la Baja di Napoli. Abolì i donativi che i cittadini erano costretti a fare al Sovrano ed ai Baroni, e quando diè la sposa al Principe ereditario, e la città di Napoli offrese al Re una gran somma,egli la rifiutò, accettando solo 70 mila ducati che fece dividere ai poveri della città stessa.
Ferdinando fece abolire molte tasse, dirette ed indirette, cioè quella di grascina, degli allogati, del tabacco, de’ pedagi, ed in alcune provincie quella della seta, ed altre.
Nel terremoto delle Calabrie si mostrò vero padre de’ suoi popoli, soccorrendo i danneggiati. In quelle nefasta occasione duecento tra villaggi, paesi e città subissarono, seppellendo più di 60 mila calabresi.
Prima che la rivoluzione francese del 1789 con modi tanto selvaggi ed abominevoli avesse distrutto la feudalità, i Borboni di Napoli l’avevano diveltalegalmente.
Dall’epoca della maggiorità di Ferdinando sino ai primi moti rivoluzionari, il Governo di quel Sovrano fu equo, caritatevole, e di graduale progresso per le leggi, per l’istruzione, per l’industria, per il commercio, per le finanze, per la marina.
sabato 1 novembre 2014
LIBORIO ROMANO
LIBORIO ROMANO
UNIVERSITÁ DEGLI STUDI DI NAPOLI
FEDERICO II
DIPARTIMENTO DI STUDI UMANISTICI
Biblioteca digitale sulla camorra e cultura della legalitá.
http://www.bibliocamorra.altervista.org/index.php?option=com_content&view=category&id=37&Itemid=68
Liborio Romano
Discusso personaggio dell’Italia risorgimentale, Liborio Romano ebbe un ruolo fondamentale nelle vicende che traghettarono le regioni dell’Italia meridionale dal Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia, che stava nascendo, guidato dai Savoia.
Aderendo alla causa risorgimentale, partecipò ai primi moti del 1820 e poi agli avvenimenti del 1848 che portarono alla concessione della costituzione da parte del re Ferdinando II di Borbone.
Nel 1860, mentre Garibaldi organizzava i suoi Mille, e mentre si avvicinava la fine del Regno delle Due Sicilie, Liborio Romano venne nominato dal re Francesco II, ultimo monarca del casato dei Borbone, prefetto di Polizia.
Conferitogli in seguito la carica di ministro di polizia, fu lungimirante nel capire in che direzione strava andando il regno, prese perciò contatti segreti con Camillo Benso conte di Cavour e con Giuseppe Garibaldi e pensò a preparare il terreno per il passaggio del Mezzogiorno dai Borbone ai Savoia.
Fu lo stesso Liborio Romano a suggerire al re Francesco II di Borbone di lasciare la capitale e di riparare a Gaeta e poi a Roma senza opporre resistenza alle truppe garibaldine che si avvicinavano alla città, con l’intento di evitare spargimenti di sangue. In questo momento arriva la sua intuizione di cooptare i più forti camorristi e delinquenti dell’epoca per tenere buona la città all’ingresso di Garibaldi.
Grazie al suo intervento si evitarono problemi di ordine pubblico e Garibaldi entrò in una città calma e tenuta sotto controllo.
Ma il prezzo da pagare per la città fu importante, vista l'escalation criminale che ne seguì.
Garibaldi confermò Romano ministro dell’interno fino al 24 settembre 1860, data in cui entrò a far parte del Consiglio di Luogotenenza. Alle prime elezioni del neonato Regno d’Italia, Liborio Romano venne eletto deputato. Ritiratosi dopo pochi anni, morì nel 1867.
Da: Michele de Sangro Duca di Casacalenda "I Borboni nel Regno delle Due Sicilie"
Michele de Sangro Duca di Casacalenda
"I Borboni nel Regno delle Due Sicilie"
Firenze, lì 12 giugno 1884
Col rifare indipendente lo Stato ci apportò Carlo III, sicurezza, industria e ricchezza. Tutti i più belli e grandi edifizii che Napoli possiede li deve a Carlo III, le cui opere principali furono:
il Palazzo di Portici.
Il Forte del Granatello.
La Fabbrica di Porcellane di Capodimonte.
Il Ritiro delle Donzelle povere dell’Immacolata Concezione.
L’Opera del Vestire gli ignudi.
A Palermo il Collegio de’ Chierici regolari detto delle Scuole Pie.
Il magnifico Obelisco di San Domenico a Napoli.
Il Teatro di San Carlo, compiuto in 270 giorni.
La Casina di Persano.
Il Palazzo Reale ed il bosco di Capodimonte.
Gli Scavi di Ercolano e di Pompei, comprendo del tutto i suoi fondi.
L’Accademia Ercolanese.
La Fabbrica de’ Musaici.
La strada della Marinella e del Chiatamone.
Il Molo ed il Porto.
L’Immacolatella.
La Piazza del Mercatello.
Il grande Albergo de’ Poveri a Palermo.
Il Quartiere di Pizzofalcone.
Il monastero delle Teresiane a Chiaja e l’altro a Pontecorvo.
L’Obelisco delle Concezione al Gesù Nuovo.
Il Quartiere di Cavalleria della Madellena.
I due grandiosi Alberghi per i Poveri del Regno, l’uno a Porto Nolano, l’altro a
Sant’Antonio Abate; per questo Albergo furono soppressi undici conventi
Agostiniani e la rendita di 34 000 Ducati fu data ai poveri.
Eresse il ritiro di S. Maria Maddalena per le donne ravvedute.
A Capua, il Monastero delle Carmelitane. I quartieri militari di Aversa, Nola e Nocera.
Restaurò i Porti di Salerno, di Taranto e di Molfetta.
Rifece la Chiesa dell’Annunziata, di Napoli, incendiata.
Il Palazzo di Caserta.
Restaurò le fortezze, ne aggiunse di nuove.
Creò l’esercito Nazionale e la flotta, che fu al prima fra quelle di second’ordine in Europa. Fondò fabbriche di oggetti militari, emancipandoci in parte dal monopolio straniero.
Animò il commercio con trattati.
Istituì consolati e Monti frumentarii. Apri strade. Fece leggi per l’incremento dell’agricoltura e per la pastorizia. Istituì accademia in varie Città del Regno e fondò nuove cattedre.
Infine fu Carlo III che queste Provincie povere, abiette, abbruttite, tiranneggiate, dallo straniere, le rese ricche, rispettate, indipendenti, ponendole sulla via del vero progresso ed incivilimento.
La Religione, che gli eretici hanno sempre minacciata, che l’aristocrazia non ha saputo difendere, era protetta dallo scettro, ed essa non si è mostrata né integrata, né sterile. Dappertutto apriva scuole, ed una brillante civilizzazione faceva sorgere da’ disastri accumulati dalle nuove guerre civili, e la società non era mai stata più forte, più unita, più coltivata.
Da ogni classe ed in genere sorgevano uomini illustri. Il più grande abusi che si rimproverò in quell’età passata si era quello di considerare l’aristocrazia come un seminario di pubblici impiegati. Potremmo rispondere che in tutte le epoche il vero merito si faceva la sua strada, ed uomini eminenti salivano a’ primi posti della gerarchia, fondavano una famiglia, legavano il nome a’ discendenti loro, che quando lo portavano degnamente marciavano al pari con le più antiche famiglie della Monarchia.
La mafia che garantiva l'unità nazionale di Ruggiero Capone - 05 ottobre 2012
Quanti patti stato-mafia sono stati siglati dall’Unità d’Italia ad oggi?
Soprattutto, siamo certi che il Tricolore sarebbe durato senza la forte mediazione d’una certa “nobiltà agraria”: un discorso che vale per l’intero Mezzogiorno.
E perché dalla Sicilia alla Calabria, e dalla Basilica alla Puglia ed alla Campania, affermare la presenza del nuovo stato risultava assai difficile.
Erroneamente i libri di storia hanno per 150 anni sovrapposto la Carboneria risorgimentale alle società segrete: ed allora perché nessuno sa spiegare tutte le finalità delle oltre tremila società segrete che continuarono ad operare nell’intero Sud Italia anche dopo l’unificazione?
È più che nutrita la bibliografia sulle società segrete siciliane, ed è certo che i loro affiliati hanno gestito nell’Isola la fase di transizione dal regno borbonico a quello sabaudo. Non si sbaglia ad asserire che nell’intero Mezzogiorno gli affiliati alle società segrete erano per numero ben maggiori di carabinieri, garibaldini, bersaglieri, prefetti e regi magistrati militari.
Al punto che, fino ai primi del ‘900, la gente comune che riceveva torti si rivolgeva ancora al barone, e per fatti più piccoli al massaro del nobile o al compaesano autorevole. I carabinieri del Regno ed i tribunali militari non offrivano fiducia al popolo.
E come dare loro torto? Gli esempi di vita quotidiana offerti dalle truppe d’occupazione non erano tutti edificanti, e le voci di angherie o ingiuste carcerazioni si diffondevano rapidamente.
Quando nel 1866 a Palermo scoppiarono i focolai di ribellione anti-piemontese, subito ribattezzati “rivolta del sette e mezzo”, era già di dominio pubblico la novella d’un umile giovinetto di campagna caduto sotto i colpi dei militari che giocavano a tiro al bersaglio.
È un fatto che la “rivolta del sette e mezzo”, fortemente appoggiata dalle società segrete, venne placata da accordi che lo stato piemontese dovette raggiungere con i notabili delle campagne palermitane.
Oggi si parla tanto di patto stato-cosa nostra, stato-stidda, stato-’ndrangheta, stato-’ndrine, stato-camorra, stato-sacra corona, stato-criminalità in genere.
La stessa Unità d’Italia è stata un grande patto, un accordo anche con potenze straniere.
In Calabria si narra che, nell’areale della Sila piccola, sia avvenuto nel 1862 un episodio d’ineguagliabile efferatezza: il padre ed il fratello d’una ragazza violentata dalla truppe d’occupazione chiesero ad un aiutante di campo di poter conferire col colonnello Fumel, da poco in Calabria per arginare il brigantaggio (quello militare, finanziato dall’ufficiale borbonico spagnolo José Borjes).
Inaspettata la reazione del colonnello Pietro Fumel: ordinò l’arresto di padre e figlio, che poi vennero impiccati insieme ad altri contadini sospettati di brigantaggio.
La risposta della popolazione fu di diverso tipo: tanti migrarono da un territorio ormai inospitale, ma altri (in contatto anche con organizzazioni segrete) decisero d’intralciare l’opera del colonnello piemontese.
«Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio - scriveva nel suo proclama il colonnello Fumel - prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita.
Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati.
Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati.
È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti».
Le parole e le azioni (fucilazioni) di Fumel fecero il giro del mondo, e le filantropiche Stati Uniti e Gran Bretagna offrirono ospitalità ai Meridionali in fuga dai militari sabaudi.
Il colonnello decimò le bande calabresi di Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci, Pinnolo…
Ma proprio dalle quelle zone partiva una massiccia migrazione alla volta degli Usa.
Infatti nel 1880 la famiglia Colosimo lascerà i monti della Sila piccola per trasferirsi a Chicago: il giovane Giacomo Colosimo raggiungerà i suoi parenti nel 1894, e qualche anno dopo assurgerà a primo boss ufficialmente riconosciuto della “Chicago Outfit”.
Intanto lo stato italiano già annoverava nel Parlamento del Regno non pochi notabili calabresi, e tutto sembrava essere rientrato: anzi garantivano agli increduli piemontesi che il brigantaggio stava finendo.
Ma molti parlamentari del Regno ribattevano che fino ad un anno prima i briganti venivano segnalati persino alle porte di Napoli: 25 lire era la ricompensa per chi catturava un brigante.
Bettino Ricasoli succedeva a Camillo Benso di Cavour e, all’atto d’insediarsi, rendeva noto che «il nostro governo in queste province è debolissimo».
Nell’agosto del 1862 Re Vittorio Emanuele II decretava lo stato d’assedio del Sud: a giudicare la Reggio Calabria di oggi sembra che quel proclama non sia mai stato revocato.
Infatti nel dicembre 1862 nasceva la «Commissione Parlamentare d’Inchiesta per studiare il fenomeno del brigantaggio nelle province meridionali e le sue cause politiche e sociali»: l’ormai nota “commissione anti-brigantaggio”.
Nel maggio 1863 la Commissione d’Inchiesta pubblicava una lunga relazione, e di brigantaggio s’è parlato fino al 1963, quando la Repubblica italiana istituiva la commissione anti-mafia.
Ma sul patto-stato mafia qualche refolo era già trapelato, almeno oltre Atlantico.
Antefatto: i sindaci delle città lungo la traiettoria Chicago-New York avevano stretto tra il 1908 ed il 1910 accordi col piano alto della criminalità organizzata, nello specifico con i boss “five points gang”.
L’obiettivo era stato matematicamente calcolato, corrispondeva al non far elevare oltre una certa percentuale statistica omicidi, rapine e visibilità a fenomeni come prostituzione ed estorsioni.
Ed in una delle prime “intercettazioni ambientali” della storia (siamo prima del 1920) un luogotenente di Johnny Torrio ammette senza mezzi termini “qui lo stato si deve sempre mettere d’accordo con noi, in Italia è pure così”.
Nasceva il “sindacato del crimine”, e sarà lo stesso Torrio ad indicare Luky Luciano come suo erede.
Lo scenografico Luciano che, grazie al Dipartimento di Stato, rammenterà all’Italia del dopo guerra l’importanza di tenere fede al patto.
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L'OPINIONE delle Libertà
Organo del movimento delle Libertà per le garanzie e i Diritti Civili
Registrazione al Tribunale di Roma n.8/96 del 17/01/96
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IL Colonnello Pietro Fumel.
Antonio Ciano (1) lo inserisce tra i principali "macellai", della repressione del brigantaggio: La Marmora, Cialdini, Pinelli, Fantoni, Bixio, e qualche altro.
Lorenzo Del Boca tira più forte: "Il Piemonte peggiorò se stesso e l'Italia. La legge della prevalenza del cretino trovò un'occasione per essere applicata su larga scala: Fumel era doganiere.
Fu premiato colonnello”.
Pietro Fumel, nato ad Ivrea, in Piemonte, Maggiore e Colonnello dell'esercito unitario, è rimasto "famoso" per aver distrutto le bande calabresi Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci e Pinnolo, e anche per avere ucciso "più di cento contadini inermi" di Fagnano (2).
L'uomo di Ivrea aveva sconfitto alcune bande, anche nel Salernitano.
Venne mandato in Calabria come Ispettore della Guardia nazionale mobile.
Fumel adottò i metodi della tortura e del terrore, attuati da Carlo Antonio Manhès nel primo brigantaggio.
Agiva senza tenere conto di alcuna garanzia legale, faceva uso delle spie prezzolate, fucilava indistintamente, briganti e manutengoli, le esecuzioni più crudeli le faceva in pubblica piazza e lungo le strade.
Leggete i suoi terroristici bandi emanati da Cirò, da Celico, da Cosenza e anche dagli Abruzzi:
"Tutte le pagliaie e le case di campagna devono essere bruciate. Chi dà ricovero e sussistenza ai briganti, sarà immediatamente fucilato (3).
Le sue ferocissime punizioni, i suoi disgustosi trofei, le teste dei briganti conficcate sui pali, i corpi di altri briganti galleggianti sul fiume Crati sconcertarono uno dei suoi più stretti ufficiali, Auguste de Rivarol, che ebbe a scrivere pure le sue memorie (4).
Con questi crudelissimi metodi, non fu difficile a Manhès di sradicare il primo brigantaggio.
Il Colletta, che gli fu pure ostile, ebbe ad ammettere:
"Io non vorrei essere stato il generale Manhès, ma nemmeno vorrei che il generale Manhès non fosse stato nel regno nel 1809 e nel 1810. Fu per opera sua, se questa pianta venefica del brigantaggio venne alla peifine sradicata”.
La Calabria (tramite il prefetto di Cosenza Giuseppe Guicciardi e il direttore del Bruzio, Don Vincenzo Padula) lo invocò per due volte, perchè "Fumel solo avrebbe sollevato il lurido panno che copre le piaghe della Calabria" (5).
Mentre il capo-banda Palma, nel 1865, lo sfidava con una lettera, indirizzata pure contro i Rossanesi, che lo "rapportavano", chiamandolo "Pietro Vulli-vulli": "stu guappùne, dintra Russanu lu vie gnu ammazzari" (6).
Ma il colonnello Fumel colpiva soprattutto contadini e pastori.
L'arresto del barone Luigi Campagna di S. Marco fu la sua unica eccezione dei manutengoli "galantuomini”.
Non ci possiamo meravigliare di Ciano e di Del Boca: il colonnello Fumel, viene descritto, seppure in termini elogiativi, dal suo amico generale Michele Scano, che fu comandante in Calabria dal nov.1861 al nov. 1862:
"aveva una rara abilità a far confessare ai briganti tutti i loro segreti. Era più temuto della sua truppa, perché si prendeva certe libertà che la truppa non si prendeva" (7).
Ma se questo non basta, ricordiamo che contro l'eccessiva violenza del Fumel non si battè solo il deputato calabrese Luigi Miceli, che il 18 aprile 1863, nella Camera del Parlamento unitario, stigmatizzò le crudeltà usate dal noto militare, chiamato per la repressione del brigantaggio calabrese.
Si ribellò anche Nino Bixio, il massacratore dei contadini di Bronte (8).
NOTE
1) A. Ciano, 40 (p.40)
2) Antonio De Leo, Brigantaggio e lotte contadine; Chiaravalle C. (CZ), 1977
3) Da Celico (CS), 1° marzo 1862, e Cirò (CZ) -v. Molfese, 411. Sul generale Manhès vedi Notizia storica del conte Antonio Manhès, scritta da un antico ufficiale dello Stato Maggiore del predetto generale Mannès, nelle Calabrie; Napoli, Ranucci, 1846, e Memorie auto grafe del generale Manhès intorno ai briganti compilate da Francesco Montefredini, Napoli, flli Morano, 1861.
4) A. Rivarol; Nota storica sulla Calabria, Bordigbera, 1990.
5) Padula, Il Bruzio nn. 2 e 45/3/1864 ; e Molfese, 170 e 321
6) Il Bruzio, n. 14 (11 maggio 1865, p.2).
7) Molfese, 411-412.
8) Molfese, 412.
martedì 28 ottobre 2014
L'arroganza di chi del Nord continua a insultare e a mortificare il Sud e il popolo meridionale indipendentemente dal dove lavorano e vivono.
C'é stata una volta una lapidaria osservazione da parte di un general manager di una piccola azienda, burattino di coloro che reggendogli i fili gli mandano il copione da recitare stando al di là del mare, che mi sentí dire che il benestare allo svilupparsi della camorra quale organizzazione ben radicata nel mondo politico a tal punto da essere essa stessa fornitrice di personaggi politici saliti ai massimi livelli, risale agli anni del cosiddetto risorgimento in cui per sopprimere definitivamente i contadini e le popolazioni e i soldati rimasti fedeli a Francesco II, definiti ancora oggi spregiativamente "briganti" creando un altro falso storico, è stato di fatto dato da Cavour che si servì dei delinquenti che taglieggiavano le popolazioni con minacce e ruberie, operando per conto dei proprietari terrieri dai quali quei contadini e quelle popolazioni credevano sarebbero state liberate definitivamente con l’arrivo di Garibaldi.
Quel general manager mi rispose sorridendo alla maniera di chi intenda sottolineare nell’altro una ignoranza palese e irrecuperabile, che ero in errore non avendo io alcuna nozione di storia e conoscenza di quel di cui parlavo.
Quel general manager, lombardo di non saprei bene quale estrazione sociale, che si fregia di un titolo di studio esemplificativo piuttosto che motivato, altro non ha fatto che manifestare la presunzione di chi é prevenuto nei confronti di quella parte di Italia che di fatto é quella che ha civilizzato il Nord della penisola.
Non palesarne l’identità, né esemplificare apertamente quel che ne penso come persona e come uomo: non ha alcuna importanza sapere chi esso sia, essendo il suo un pensiero simile a quello di tanti altri.
Nulla dissi allora per evitarmi problemi, e ancora oggi ritengo superfluo meglio il significarlo.
Non credo a pare mio però di averlo offeso nell'esemplificare la considerazione che ne ho di lui seppure lasciandolo incognito, sentendomi io libero di contro di poter esprimere il mio parere a riguardo di quel che un qualcuno, chiunqu’esso sia, abbia detto, scritto, o imposto in funzione di un suo ruolo, al di lá di ogni ragionevole correttezza e logica.
Questo la premessa a quanto più in avanti, avendo io reperito navigando in rete, riporterò oppure ho già riportato.
Il macellaio del risorgimento: Il Colonnello Pietro Fumel.
Di Redazione A.L.T.A.
Pubblicato da Associazione legittimista Trono e Altare a 07:20
Avviso al pubblico
Il sottoscritto incaricato della distruzione del brigantaggio promette una mangia di franchi cento per ogni brigante vivo, o morto, che si prenderà, tale mangia sarà data pure a quel brigante che ucciderà un suo compagno, oltre di aver salva la vita.
Diffida che sarà immediatamente fucilato chiunque darà ricovero o mezzo qualunque di sussistenza o di difesa ai briganti, o vedendoli, o sapendone il luogo ove sono rifugiati, non ne dia tosto avviso alla forza ed all'autorità civile e militare.
Nonostante ciò, ricevette la cittadinanza onoraria da tre cittadine calabresi: Roseto Capo Spulico e Amendolara nel 1862, San Marco Argentano nel 1863. Ma il temibile e temuto Colonnello Fumel, ebbe anche un’altra funzione, indiretta ma non meno incisiva : con la sua feroce repressione di "briganti" e "fiancheggiatori" , di indubbia crudele efficacia, ha senz’altro contribuito a ingrossare il flusso migratorio che dalle Due Sicilie , strette nella morsa della povertà , dell'occupazione e della paura (denunce, delazioni, azioni di polizia brutali, oltre all'ostilità ed al timore nei riguardi di quell’oggetto misterioso, remoto ma sempre pronto a colpire, il nuovo governo sabaudo) si è riversato nelle Americhe.
Etichette: Regno delle Due Sicilie
Successivamente alla nefasta unità d'Italia, dopo l'arrivo della spedizione di José Borjes, Pietro Fumel fu mandato in Calabria (nel Cosentino) con il titolo di colonnello per domare il "brigantaggio". La repressione attuata da Fumel fu spietata, usando i metodi più estremi per eliminare i partigiani delle Due Sicilie , ricorrendo alla tortura e al terrore, senza distinzioni tra "briganti" e "manutengoli" o presunti tali e a prescindere dall'osservanza di qualsiasi garanzia legale. Egli decimò le bande di Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci e Pinnolo. Le esecuzioni comandate da Fumel avvenivano in pubblica piazza e lungo le strade. Le vittime venivano decapitate e le loro teste venivano impalate come avvertimento per chi aderiva o appoggiava le "bande brigantesche" , altri cadaveri invece venivano gettati nei fiumi. L'episodio più noto della sua attività di "antibrigantaggio" avvenne a Fagnano Castello, quando ordinò la fucilazione di cento contadini inermi.
Il 12 febbraio del 1862, Fumel scrisse un proclama sulla risoluzione del "problema del brigantaggio”:
Il 12 febbraio del 1862, Fumel scrisse un proclama sulla risoluzione del "problema del brigantaggio”:
Il sottoscritto incaricato della distruzione del brigantaggio promette una mangia di franchi cento per ogni brigante vivo, o morto, che si prenderà, tale mangia sarà data pure a quel brigante che ucciderà un suo compagno, oltre di aver salva la vita.
Diffida che sarà immediatamente fucilato chiunque darà ricovero o mezzo qualunque di sussistenza o di difesa ai briganti, o vedendoli, o sapendone il luogo ove sono rifugiati, non ne dia tosto avviso alla forza ed all'autorità civile e militare.
Per la custodia degli animali sarà bene che si facciano più centri con competente forza armata, perché non sarà valevole la scusa di forza maggiore.
Tutte le pagliaie dovranno essere abbruciate, le torri, le case di campagna che non sono in intonico a forza devono tra lo spazio di tre giorni venire scoverte e le aperture murate.
Scaduto tal termine saranno abbruciate come saranno uccisi gli animali senza la necessaria custodia.
Resta proibito di portar pane e viveri qualunque fuori l'abitato e sarà tenuto complice dei briganti il contravventore. Provvisoriamente per questa circostanza i Sig. Sindaci sono autorizzati di concedere il porto di armi sotto la responsabilità del proprietario che ne farà la richiesta.
L'esercizio della caccia è pure provvisoriamente vietato, e perciò non si potrà sparare se non per dare avviso ai propri armati della presenza o fuga dei briganti.
La Guardia Nazionale è responsabile del territorio del proprio Comune.
Il sottoscritto non intende vedere in questa circostanza che due partiti: Briganti e controbriganti, perciò tra i primi terrà chi voglia tenersi indifferente e contro questi prenderà misure energiche perché quando il bisogno generale lo richiede è delitto rifiutarsi.
I soldati sbandati se non si presenteranno entro quattro giorni saranno considerati pure briganti
Segnato Il Maggiore Fumel
Tutte le pagliaie dovranno essere abbruciate, le torri, le case di campagna che non sono in intonico a forza devono tra lo spazio di tre giorni venire scoverte e le aperture murate.
Scaduto tal termine saranno abbruciate come saranno uccisi gli animali senza la necessaria custodia.
Resta proibito di portar pane e viveri qualunque fuori l'abitato e sarà tenuto complice dei briganti il contravventore. Provvisoriamente per questa circostanza i Sig. Sindaci sono autorizzati di concedere il porto di armi sotto la responsabilità del proprietario che ne farà la richiesta.
L'esercizio della caccia è pure provvisoriamente vietato, e perciò non si potrà sparare se non per dare avviso ai propri armati della presenza o fuga dei briganti.
La Guardia Nazionale è responsabile del territorio del proprio Comune.
Il sottoscritto non intende vedere in questa circostanza che due partiti: Briganti e controbriganti, perciò tra i primi terrà chi voglia tenersi indifferente e contro questi prenderà misure energiche perché quando il bisogno generale lo richiede è delitto rifiutarsi.
I soldati sbandati se non si presenteranno entro quattro giorni saranno considerati pure briganti
Segnato Il Maggiore Fumel
Le sue pratiche di epurazione, furono segnalate da più autori (il Molfese: “Il Fumel non badava ai mezzi [...], Bixio (che non era uno stinco di santo) stigmatizzò alla Camera dei Deputati, con roventi espressioni, le crudeltà della repressione di Fumel [...] ‘Si è inaugurato nel Mezzogiorno d’Italia un sistema di sangue’”.
Questi orrendi misfatti ebbero un’eco perfino alla camera dei Lords di Londra, dove nel maggio del 1863, il parlamentare Bail Cochrane, a proposito del proclama del Fumel, affermò : «Un proclama più infame non aveva mai disonorato i peggiori dì del regno del terrore in Francia», per cui gli ufficiali che avevano emanato quegli ordini furono allontanati dai propri reparti. Persino il suo più stretto collaboratore, l'ufficiale Auguste de Rivarol, rimase sconcertato dalle azioni di Fumel, tanto da annotare nelle sue memorie (Nota storica sulla Calabria) i suoi pensieri sulle atrocità volute dal colonnello. Il deputato Giuseppe Ricciardi disse alla Camera il 18 aprile 1863: «Questo colonnello Fumel si vanta d'aver fatto fucilare circa trecento briganti e non briganti». I metodi brutali del colonnello attirarono lo sdegno dell'opinione pubblica europea e, spinto principalmente dalle proteste del parlamento italiano e britannico, il governo decise di rimuoverlo dall'incarico. Vittorio Emanuele II, altro rozzo macellaio , difese il suo operato e lo decorò con la medaglia d'argento al valor militare.
Questi orrendi misfatti ebbero un’eco perfino alla camera dei Lords di Londra, dove nel maggio del 1863, il parlamentare Bail Cochrane, a proposito del proclama del Fumel, affermò : «Un proclama più infame non aveva mai disonorato i peggiori dì del regno del terrore in Francia», per cui gli ufficiali che avevano emanato quegli ordini furono allontanati dai propri reparti. Persino il suo più stretto collaboratore, l'ufficiale Auguste de Rivarol, rimase sconcertato dalle azioni di Fumel, tanto da annotare nelle sue memorie (Nota storica sulla Calabria) i suoi pensieri sulle atrocità volute dal colonnello. Il deputato Giuseppe Ricciardi disse alla Camera il 18 aprile 1863: «Questo colonnello Fumel si vanta d'aver fatto fucilare circa trecento briganti e non briganti». I metodi brutali del colonnello attirarono lo sdegno dell'opinione pubblica europea e, spinto principalmente dalle proteste del parlamento italiano e britannico, il governo decise di rimuoverlo dall'incarico. Vittorio Emanuele II, altro rozzo macellaio , difese il suo operato e lo decorò con la medaglia d'argento al valor militare.
Nonostante ciò, ricevette la cittadinanza onoraria da tre cittadine calabresi: Roseto Capo Spulico e Amendolara nel 1862, San Marco Argentano nel 1863. Ma il temibile e temuto Colonnello Fumel, ebbe anche un’altra funzione, indiretta ma non meno incisiva : con la sua feroce repressione di "briganti" e "fiancheggiatori" , di indubbia crudele efficacia, ha senz’altro contribuito a ingrossare il flusso migratorio che dalle Due Sicilie , strette nella morsa della povertà , dell'occupazione e della paura (denunce, delazioni, azioni di polizia brutali, oltre all'ostilità ed al timore nei riguardi di quell’oggetto misterioso, remoto ma sempre pronto a colpire, il nuovo governo sabaudo) si è riversato nelle Americhe.
lunedì 27 ottobre 2014
Associazione legittimista Trono e Altare: Il macellaio del risorgimento: Il Colonnello Piet...
Associazione legittimista Trono e Altare: Il macellaio del risorgimento: Il Colonnello Piet...: Col. Pietro Fumel. Successivamente alla nefasta unità d'Italia, dopo l'arrivo della spedizione di José Borjes, Pietro Fumel f...
domenica 5 ottobre 2014
Ho appena acquistato sul sito di Bookrepublic.com: Max Hastings - Catastrofe 1914. L'Europa in guerra.
Ho appena acquistato sul sito di Bookrepublic.com:
Max Hastings - Catastrofe 1914. L'Europa in guerra.
Vado alla pagina delle Epigrafi e mi colpisce questa che sottolinea un passo prelevato da
Field Marshal Sir Henry Wilson: A Political Soldier, pagina 80 di Keith Jeffrey.
Eccolo:
'Nel 1910, quando era comandante della scuola per ufficiali di stato maggiore dell'esercito britannico, il brigadier generale Henry Wilson affermò che una guerra in Europa era probabile, e sostenne che la scelta più prudente, per la Gran Bretagna, era allearsi con la Francia contro i tedeschi.
Uno degli studenti si permise di obiettare, dicendo che solo "un'inconcepibile stupidità da parte dei politici" avrebbe potuto scatenare un conflitto generalizzato.
Wilson reagii con determinazione: "Ah! Ah! Ah! Un inconcepibile stupidità e proprio quella che avrete".
Il prossimo sarà l'anno celebrativo del centenario dell'inizio prima guerra mondiale.
Quella che prima dell'avvento della "seconda guerra mondiale" era definita "La grande guerra".
Forse si pensava che da quella esperienza giammai sarebbe accaduto un ripetersi di un qualcosa di quel genere.
Ma l'uomo si sa, non fa tesoro delle sue esperienze.
Pensa sempre che all'altro non sia riuscito un qualcosa perché incapace, inadatto o per aver aver commesso un qualche banalissimo errore: "A me non succederà che! Io riuscirò dove lui ha fallito!"
Infatti c'è chi sta a considerare che a quella che è poi stata la seconda ce ne possa essere una terza: questa volta definitiva.
Nel frattempo di promuovere guerre non si è mai smesso: nessuno che si sia fermato un momento a pensare che nessuna di queste, ancora oggi che si continuano a commettere eccidi e stragi dappertutto nel nome di una non si sa bene quale divinità, abbia avuto mai un vincitore ma solo ed esclusivamente dei vinti.
Dedico continuamente più di un pensiero al mio Nonno materno Federico Buccino, Colonnello Maggiore del Regio Esercito, Cavaliere di Vittorio Veneto decorato con con croce di merito al valore.
Sto cercando tra le carte e i documenti che ha conservato e che dopo tanti anni mi sono giunte ancora in buona parte leggibili, di trovare quelli che possano partecipare all'evento.
Ha combattuto a Caporetto ritornando anche lui tra i superstiti di quella battaglia.
Uno dei sette figli di una famiglia di terra di Puglia: Torre Maggiore.
E un pensiero costante dedico a tutti i suoi commilitoni, l'attendente, e a coloro che erano al comando del battaglione di cui faceva parte.
Lui uno dei tanti meridionali andati a combattere per una nazione diventata lo zimbello d'Europa grazie a un presidente del consiglio cabarettista, e poi regalata da un presidente della repubblica finto comunista a un giocoliere che con quel cabarettista si produce continuamente in sketch di dubbia qualità.
Il mio Nonno materno, Lui che come tanti meridionali dal 1860 in poi, hanno combattuto in difesa e per le ragioni di un Re discendente dalla stessa dinastia di regnanti che quel meridione hanno invaso, saccheggiato, distrutto e vilipeso privando della loro identità intere popolazioni.
Una terra che era un Regno fiorente diventato "Sud" di uno stato ormai svuotato delle ragioni della sua esistenza autonoma governato da persone insensate e irresponsabili.
Max Hastings - Catastrofe 1914. L'Europa in guerra. Vado alla pagina delle Epigrafi e mi colpisce questa che sottolinea un passo prelevato da
Field Marshal Sir Henry Wilson: A Political Soldier, pagina 80 di Keith Jeffrey.
Eccolo:
'Nel 1910, quando era comandante della scuola per ufficiali di stato maggiore dell'esercito britannico, il brigadier generale Henry Wilson affermò che una guerra in Europa era probabile, e sostenne che la scelta più prudente, per la Gran Bretagna, era allearsi con la Francia contro i tedeschi.
Uno degli studenti si permise di obiettare, dicendo che solo "un'inconcepibile stupidità da parte dei politici" avrebbe potuto scatenare un conflitto generalizzato.
Wilson reagii con determinazione: "Ah! Ah! Ah! Un inconcepibile stupidità e proprio quella che avrete".
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Quella che prima dell'avvento della "seconda guerra mondiale" era definita "La grande guerra".
Forse si pensava che da quella esperienza giammai sarebbe accaduto un ripetersi di un qualcosa di quel genere.
Ma l'uomo si sa, non fa tesoro delle sue esperienze.
Pensa sempre che all'altro non sia riuscito un qualcosa perché incapace, inadatto o per aver aver commesso un qualche banalissimo errore: "A me non succederà che! Io riuscirò dove lui ha fallito!"
Infatti c'è chi sta a considerare che a quella che è poi stata la seconda ce ne possa essere una terza: questa volta definitiva.Nel frattempo di promuovere guerre non si è mai smesso: nessuno che si sia fermato un momento a pensare che nessuna di queste, ancora oggi che si continuano a commettere eccidi e stragi dappertutto nel nome di una non si sa bene quale divinità, abbia avuto mai un vincitore ma solo ed esclusivamente dei vinti.
Dedico continuamente più di un pensiero al mio Nonno materno Federico Buccino, Colonnello Maggiore del Regio Esercito, Cavaliere di Vittorio Veneto decorato con con croce di merito al valore.
Sto cercando tra le carte e i documenti che ha conservato e che dopo tanti anni mi sono giunte ancora in buona parte leggibili, di trovare quelli che possano partecipare all'evento.
Ha combattuto a Caporetto ritornando anche lui tra i superstiti di quella battaglia.
Uno dei sette figli di una famiglia di terra di Puglia: Torre Maggiore.
E un pensiero costante dedico a tutti i suoi commilitoni, l'attendente, e a coloro che erano al comando del battaglione di cui faceva parte.
Lui uno dei tanti meridionali andati a combattere per una nazione diventata lo zimbello d'Europa grazie a un presidente del consiglio cabarettista, e poi regalata da un presidente della repubblica finto comunista a un giocoliere che con quel cabarettista si produce continuamente in sketch di dubbia qualità.Il mio Nonno materno, Lui che come tanti meridionali dal 1860 in poi, hanno combattuto in difesa e per le ragioni di un Re discendente dalla stessa dinastia di regnanti che quel meridione hanno invaso, saccheggiato, distrutto e vilipeso privando della loro identità intere popolazioni.
Una terra che era un Regno fiorente diventato "Sud" di uno stato ormai svuotato delle ragioni della sua esistenza autonoma governato da persone insensate e irresponsabili.
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