“Traditi ugualmente, ugualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo delle nostre sventure; che mai à durato lungamente l’opera della iniquità, né sono eterne le usurpazioni”. - S. M. Francesco II - Proclama di Gaeta, 8 dicembre 1860
mercoledì 22 settembre 2010
Un cittadino modello.
Primo: sono in due e senza casco sulla stessa moto
Secondo: la moto è di grossa cilindrata. 600 cc.
Mettiamoci che terzo: quello dei due seduto dietro, non riesce a nascondere del tutto la paletta, ma questo è secondario.
Conferma solo l'impressione.
Chiedono informazioni a due tipi fermi all'angolo della strada.
È fuor di dubbio che hanno perso chi stavamo inseguendo; questo aumenta la rabbia che gli traspare dalla voce e dagli occhi.
Quello seduto dietro è il più eccitato.
Alla fine decidono di transitare per l'area pedonale.
È evidente che motivi di restare nascosti non ce ne sono più. Tanto vale....
A Napoli i "falchi" si riconoscono subito.
In particolare perchè non portano mai il casco.
Sono gli unici a non portare il casco senza timore di essere fermati passando davanti a vigili urbani e polizia.
Gli altri lo portano tutti, e camminano anche piano.
Per non rischiare.
A Napoli i falchi si riconoscono da lontano.
Vestiti con jeans sdruciti, hanno i capelli arruffati e la barba di qualche giorno prima.
Chi vedendo due tipi strani in moto per giunta senza casco, e ha qualcosa da nascondere non ha dubbi: scappa via a gambe levate..
Ormai senza casco in giro ci sono rimasti solo loro.
Nei telefilm invece è la prima cosa che indossano.
La televisione deve essere educativa.
Anche se non è realistica.
Sarebbe comunque meglio se lo indossassero il casco.
Non è che se c'è un incidente non succede niente perché sono "falchi".
Io sono uscito da Fnac, e ho appena raggiunto l'angolo della strada.
A me non chiedono niente.
Non avrei potuto notare niente, e questo era evidente.
Penso a quel che ho letto spesso sui giornali su come viene trattato chi è fermato da una pattuglia di una volante o di Falchi, e sono certo che non avrei avuto il coraggio di denunciare qualcuno.
Non parliamo di chi viene fermato da un vigile urbano.
A Napoli non ci si può fidare di nessuno.
Men che meno delle forze dell'ordine.
Ma forse non solo a Napoli.
Si, sono convinto che le tante fiction su polizia e carabinieri, sono tutte tese a far vedere un lato umano che è sempre più raro a trovarsi.
Tutta pubblicità.
Mi reputo fortunato nel non aver visto.
Sono casualmente restato un "cittadino modello" mio malgrado.
mercoledì 1 settembre 2010
Quasi come figli adottivi, eppure invece...
Quello che colpisce di lui al primo sguardo, sono i due occhi "ammarrati"; l'occhio "ammarrato" è quello che si presenta con il contorno tutto nero, palpebra compresa ovviamente, e che spicca nel chiaro del viso.
Come quando si riceve un bel cazzotto che centra giusto-giusto l'orbita.
Rocco è come se avesse ricevuto due bei cazzottoni: uno per occhio.
Una simmetria sconcertante; così perfetta che si stenta a credere che non si tratti di un maquillage appositamente preparato.
Che è ancora piccolo si vede, ma già dallo sguardo si intuisce la scaltrezza di chi sa di doversi difendere per sopravvivere.
Soprattutto se per casa circolano altri coinquilini di più provata esperienza e furbizia.
Poche le notizie che ho su di lui, ma fondamentali per azzardare tra me e me un paragone con Gennarino.
In genere queste comparazioni vengono fatte tenendo in buon conto che ciascun "genitore adottivo" distintamente presenta il proprio, come il più furbo, il più invadente, il più intraprendente, il più chiassoso, il più disubbidiente ma anche quello che cerca nella maniera più ingenua possibile di farsi perdonare, cosciente di averle commesse, tutte le sue più spericolate marachelle. Sopratutto quando si tratta di rubare in tavola prima ancora che ci si sia seduti per il pranzo o la cena.
Diversamente che quando si parla di figli, chi possiede un cane cerca di esaltare del proprio tutte le possibili e inimmaginabili scelleratezze.
Come fosse un vanto.
Tanto addirittura creando invidia in chi, vergognandosi quasi della tranquillità del proprio "figlio" adottivo, fa il possibile per far recuperare al suo troppo tranquillo virgulto posizioni negative il più possibile, spesso non riuscendovi pur inventandone di belle e buone.
Difficile raggiungere chi è ormai lanciato alla grande in un elenco descrittivo del suo beniamino casalingo, corroborato sopratutto dalla presenza se non fisica almeno delle immagini a garanzia del palmares.
E per quanto si può intuire di Rocco, non c'è che dire: davvero le immagini parlano da sole.
Le premesse per restare sulla cresta dell'onda ci sono tutte!
Considerando oltretutto che deve vedersela con dei furbissimi e scaltrissimi gatti... non ha scelta!
Cosa dire io di Gennarino che non sia stato già raccontato in giro?
Niente in verità. Perché ormai dopo oltre nove anni di vita, come si dice in queste austere aree meridionali "Gennarino è carta conosciuta!"
Il circo equestre libico e i nuovi colonizzatori.
martedì 31 agosto 2010
Diario delle vacanze. 1
venerdì 27 agosto 2010
Recuperi da un vecchio taccuino. 2
Recuperi da un vecchio taccuino. 1
Piccole pillole quotidiane….
Chi non conosce la verità è uno sciocco.
Ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente.
Bertold Brecht
Nel paese della bugia, la verità è una malattia.
Gianni Rodari
Ci pisciano addosso e ci dicono che sta piovendo
Detto catalano
In tempi di menzogna universale, dire la verità diventa un atto rivoluzionario.
George Orwell
C'è un solo modo per vedere realizzati i propri sogni: svegliarsi.
Paul Valéry
domenica 8 agosto 2010
Il basilico.
"Trattoria pizzeria D'Amico."
Il figlio del proprietario dell'appartamento che papà aveva affittato per il mese d'agosto ne era il proprietario, il gestore e il pizzaiolo.
Noi ragazzi non si partecipava alle riunioni preliminari.
Il dove saremmo andati in vacanza lo avremmo saputo solo in un secondo momento.
Il 1968 fu a Sapri.
Una volta stabilito il luogo, funzionava che ci si metteva in macchina, si raggiungeva il posto stabilito, e una volta arrivati si partiva alla ricerca del "sensale". Colui o colei cioè, che avrebbero messo l'aspirante villeggiante in contatto con il padrone del quartino.
Gli hotel erano cose per ricchi e forse per famiglie senza figli, o per chi durante la vacanza viaggiava oppure aveva pochi giorni di ferie. Noi si aveva uno spirito stanziale, andavamo in vacanza per tutto il mese, eravamo in quattro e noi due, seppure ragazzi ormai troppo grandi per usufruire delle riduzioni che praticavano pensioni e hotel per i bambini.
Già da qualche anno ormai, si trascorreva il mese di agosto in casa affitto dando l'idea, al momento della partenza, di starai a preparare per un trasloco.
La speranza di ogni affittuario era che il quartino rimanesse sfitto per il mese di luglio, così che si potesse anticipare l'arrivo qualche giorno prima. In subordine che l'inquilino precedente andasse via almeno al 30 del mese per evitare il traffico dell'ultimo giorno.
Speranza sistematicamente disillusa, ma nella quale si credeva fortemente fino all'ultimo. Alla fine si partiva il 31 con la ferma convinzione di aver comunque guadagnato un giorno.
Dunque il 1968.
Sapri.
L'anno dell'invasione di Praga.
Agosto 1968: il mese e l'anno dell'invasione di Praga, per essere precisi.
Papà si era regalato da qualche tempo una radio portatile che teneva gelosamente sul comodino per accenderla appena sveglio; era il suo primo e unico bagaglio che preparava, insieme alla scorta di pile di ricambio. Le portava anche se le aveva cambiate da poco. Aveva la radio con sè anche quel giorno - aveva una particolare passione per la musica e le canzoni tanto da spingerlo a portarla sulla spiaggia - e la notizia ci raggiunse mentre si era sotto l'ombrellone. Non so se fu per la notizia o per quale altro motivo, la radio finì in un secchio pieno di acqua di mare. Alla iniziale disperazione fece seguito la consolazione che l'incidente non aveva pregiudicato nessuna delle sue funzionalità.
Quell'estate la trascorremmo dunque in un appartamentino in fitto. Un "quartino" all'interno di un edificio non ancora completato e tutto di dei D'Amico. I soldi del fitto occorrevano al proprietario per terminare i lavori. Anche quelli di papà finirono dunque per contribuire al completamento dell'opera. Il 968 fu l'unico anno in cui andammo in villeggiatura a Sapri prima che diventasse, cinque anni dopo, il nostro luogo di vacanza definitivo; in quell'anno, complice il luogo, la possibilità di acquisto facilitata da uno sviluppo turistico ancora in fasce, dalla morte della nonna paterna poco tempo dopo che consentì una breve ma necessaria disponibilità economica, si determinò la scelta definitiva delle nostre estati a partire dal 1973 in poi. L'anno prima infatti, e il 1972 fu l'unico nella storia della nostra famiglia, non si andò in vacanza perché papà aveva investito tutta la sua disponibilità economica - e noi due ragazzi dunque partecipammo con la piccola cifra che ci era stata destinata dalla nonna Emma, trecentomila lire ciascuno, che ci aveva lasciato poco tempo prima - nell'anticipo per l'acquisto di una minivilletta in un villaggio di case estive nella frazione marina del comune che precedeva Sapri di soli tre chilometri. Villammare. Fu la casa delle nostre vacanze.
In quel periodo le "passeggiate", come venivano definite, a Sapri furono diverse fino alla conclusione della trattativa. In quelle occasioni ci si fermava a mangiare da D'Amico. La trattoria pizzeria che ci permetteva di utilizzare un suo tavolo sul quale consumavamo quello che la mamma aveva preparato e infilato nella valigia "Jostyle" complice di tante scampagnate precedenti. Compravamo solo le bibite: acqua, Coca-Cola e birra rigorosamente Peroni. A volte la pizza? Questo non lo ricordo. Di certo quello che ricordo è che la pizza che D'Amico preparava personalmente, mancava del basilico. Cosa questa, che per un napoletano equivale a rendere banale la pur migliore pizza del mondo. Il basilico fuori stagione, ci venne raccontato, era impossibile da trovarsi a Sapri.
La mamma non si lasciò sfuggire l'occasione per manifestare la nostra e la sua personale gratitudine per l'ospitalità che in nome della vecchia conoscenza avuta nel corso dell'estate del '68 ricevemmo, e decise che gli avremmo portato ottime piantagioni di basilico napoletano nel corso di tutte le passeggiate che ancora sarebbero seguite nel tempo.
Lascio scorrere la persiana del balcone lentamente prima di chiudere la casa e lentamente scompare al mio sguardo la piantina che al rientro dalle vacanze, sono in partenza per Villammare e sono ormai trascorsi trentasette anni da quella promessa solo in parte mantenuta, troveremo disseccata. Le foglie migliori e più ricche le ha staccate Anna per surgelarle. Far seccare così, abbandonando al suo destino quel verde saporoso sarebbe un delitto. La Trattoria Pizzeria D'Amico non esiste più. Forse i nipoti di quello che fu il nostro "padrone di casa" oggi fanno altro. Forse hanno cambiato paese. Non saprei dire nè in verità mi preme saperlo.
Mancano ormai tante cose dopo trentasette anni, che raccontarle tutte diventa impossibile. Tante, tantissime forse troppe sono anche le cose che sono cambiate. Una sicuramente.
Oggi, anche fuori stagione, il basilico a Sapri troneggia festosamente sulla pizza e non c'è più bisogno che qualcuno lo porti appositamente da Napoli.
L’anniversario
Quello importante, come in una qualsiasi "vigilia"che si rispetti, era il precedente; il tre luglio; il giorno in cui tutto aveva avuto inizio.
Quello della preparazione.
Preparazione intesa in senso generico come in una vera e propria anteprima di quello che sarebbe stato il giorno del silenzioso ripetersi del fatidico "si!", fino al raggiungimento del "venticinquesimo", non c'è mai stata una seppur breve cerimonia in chiesa.
Quando il 4 luglio capitava in uno dei cinque giorni della settimana diversamente che di sabato o di domenica, era già sicuro che papà sarebbe rientrato dal lavoro nel corso del primo pomeriggio.
Vederlo rientrare a casa prima che fosse già buio, o comunque già tramontato il sole, per noi ragazzi era di per sè già una festa.
La mamma avrebbe avuto come sempre un bel da fare per preparare lei, noi e sopratutto decidere cosa avrebbe dovuto indossare lo "sposo" per la serata fatidica.
Serata che consisteva nell'unica volta all'anno in cui si andava a mangiare al ristorante.
Occasione questa, che noi due non ci saremmo persi per niente al mondo.
Sapevamo che per papà era un momento di grande festa, e da come io ricordi, fino a quando gli è stato possibile ha fatto di tutto perché quel giorno rimanesse tale; non vi ha rinunciato neanche nei momenti più difficili che ha attraversato la nostra famiglia.
Difficili dal punto di vista economico, intendo dire.
Poi da un bel momento questa tradizione ebbe termine, anche se non saprei dire perché.
Forse non fu un vero e proprio terminare quanto una specie di cambio.
Dopo aver comprato la casetta di Villammare, fu spostata lì la sede dei festeggiamenti. Mai più però andando a mangiare fuori, fino al cinquantesimo.
Nel periodo napoletano il ristorante fu sempre lo stesso.
Non sarebbe potuto essere diversamente visto il forte senso della tradizione esistente in famiglia.
A Bacoli; non ne ricordo il nome.
Si cenava all'aperto, sotto un enorme tendone che ricopriva tutti i tavoli.
Nel corso dei primi anni e nel periodo in cui iniziammo a far parte della cerimonia, la mamma ancora non aveva deciso che al papà facesse male stare fuori di sera, sopratutto per mangiare.
Il tempo della "reclusione" sarebbe arrivato dopo.
Un'altra tradizione fissa era quello che si sarebbe mangiato.
Oggi non ricordo proprio tutto, ma due sono le cose di cui sono sicuro.
L'"impepata" di cozze, che era appannaggio soltanto della mamma.
Nessun altro avrebbe "dovuto" mangiarne.
Sua convinzione era che le cozze a chi di noi avesse anche solo sfiorato l'idea di mangiarne una, avrebbero provocato malattie terribili e mortali.
Lei invece poteva a volontà perché ne era totalmente immune.
Una convinzione anche questa? Mah! Sicuramente un inganno. Aveva paura che ci facessero male, e s'inventò questa strana storia. In verità succedeva spesso che mangiasse cose impossibili a immaginarsi per noi a quell'epoca, senza subirne alcuna conseguenza. Il che per quel che potevano capirne noi, era senz'altro vero.
Cioè non aveva mai conseguenze da quello che mangiava.
Dunque di una delle due pietanze ho detto, l'altra era il "pollo alla diavola".
Per tutti gli anni in cui è stata rispettata questa tradizione della cena dell'anniversario dunque, non si è mai derogato da questi tre sani principi: ristorante a Bacoli sempre lo stesso; impepata di cozze, pollo alla diavola. Non ricordo se e chi prendesse anche il primo. Forse spaghetti alle vongole e per noi due ragazzi la pizza, ma di questo ne ho un ricordo un pò sbiadito.
Acqua di fontana, Coca Cola per noi e la birra rigidamente Peroni per loro adulti.
Durante il viaggio di andata e quello del ritorno poi, era un susseguirsi di scene e immagini del fatidico giorno di quell'anno addietro, raccontate con un entusiasmo che la riportava indietro nel tempo; quello in cui si scambiarono il loro si.
Fino a quando questa tradizione è stata mantenuta, oltre a un breve cenno di trucco era solita indossare anche alcuni dei suoi gioielli, tra i quali non mancava mai "l'anello di fidanzamento".
Quell'anello è sempre stato per lei un punto fermo. La pietra miliare della sua vita quasi più che la stessa fede nuziale.
Da un bel giorno in poi tutto rimase conservato nel cassetto.
Si, perché quella della mamma fu una vita di voti. Tutti dedicati al papà perché era su di lui solo che si poggiava la nostra sopravvivenza, ed anche una semplice influenza avrebbe potuto causarci problemi.
Poi un bel giorno tutto finì conservato in banca. La scusa fu la paura dei ladri, ma forse la verità era nel non sopportare la vista di quegli oggetti preziosi ai quali aveva rinunciato per sempre.
domenica 6 giugno 2010
Il momento non poteva essere più propizio.
Il momento non poteva essere più propizio.
Ora ci imbottiranno la testa di pallone. Alla radio hanno già cominciato.
Alcune televisioni private anche.
La RAI a breve.
Tra qualche giorno si comincia, e non ci sarà più bisogno d'altro per riempire le pagine dei giornali e le cronache dei notiziari.
Spariranno la crisi, la manovra economica, la legge bavaglio.
I tagli alla scuola, alle forze di polizia, alla magistratura, all'università; il precariato, i licenziamenti, la cassa integrazione.
Tutto questo sarà sostituito dalle infinite, solite, banali, inutili, stupide dissertazioni su partite, giocatori, schemi di gioco, allenatori e chi più ne ha più ne metta.
Come sempre i giornali sportivi vedranno incrementare le loro venditre in maniera esorbitante.
Per questo governo sarà com avere a disposizione uno Scudo fiscale delle leggi.
Nessuno si accorgerà di niente di quello che verrà approvato sotto silenzio e senza colpo ferire.
Il "Calcio" in Italia è una specie di vasellina di popolo.
Tutti pronti ad accettare qualsiasi cosa per una vittoria!
La "gente normale" non avrà più niente da seguire né in TV né in Radio. Fortunatamente la "gente normale" è abituata già da tempo a seguire poco le trasmissioni televisive; smettere del tutto non sarà poi così difficile; la "gente normale" è abituata a trascorrere le serate tra amici a parlare di cose meno idiote che non il calcio; ad andare al cinema o a leggere.
Radio e televisione saranno preda della malattia preda dell'italiano: il Calcio.
Non quello medio. Dire medio soprattutto in questo periodo sarebbe riduttivo: in queste occasioni l'"italiano medio" viene sostituito dall'"italiano di massa".
Idiota come al solito sì, ma durante il periodo dei mondiali particolarmente esagerato.
Sono già terminati gli unici programmi che fornivano una informazione. Abbastanza violentata, ma non troppo; già senza i mondiali saremmo stati preda di una forma di disinformazione generalizzata; ora la "cricca" ha davvero campo libero per muoversi e agire come meglio crede.
Una specie di Banda Bassotti alle prese con la più fortunata delle situazioni: porte e finestre della casa aperte mentre gli abitanti sono in vacanza.
Da una parte elogerà le avventure della nazionale e dall'altra ad agire nel minor breve tempo possibile.
Nella capacità di questa squadra di andare avanti nel torneo infatti, non ci crede nessuno.
E non voglia mai il cielo la squadra in maglia azzurra passi il primo turno o addirittura il secondo!
Sarebbe davvero la fine.