"Trattoria pizzeria D'Amico."
Il figlio del proprietario dell'appartamento che papà aveva affittato per il mese d'agosto ne era il proprietario, il gestore e il pizzaiolo.
Noi ragazzi non si partecipava alle riunioni preliminari.
Il dove saremmo andati in vacanza lo avremmo saputo solo in un secondo momento.
Il 1968 fu a Sapri.
Una volta stabilito il luogo, funzionava che ci si metteva in macchina, si raggiungeva il posto stabilito, e una volta arrivati si partiva alla ricerca del "sensale". Colui o colei cioè, che avrebbero messo l'aspirante villeggiante in contatto con il padrone del quartino.
Gli hotel erano cose per ricchi e forse per famiglie senza figli, o per chi durante la vacanza viaggiava oppure aveva pochi giorni di ferie. Noi si aveva uno spirito stanziale, andavamo in vacanza per tutto il mese, eravamo in quattro e noi due, seppure ragazzi ormai troppo grandi per usufruire delle riduzioni che praticavano pensioni e hotel per i bambini.
Già da qualche anno ormai, si trascorreva il mese di agosto in casa affitto dando l'idea, al momento della partenza, di starai a preparare per un trasloco.
La speranza di ogni affittuario era che il quartino rimanesse sfitto per il mese di luglio, così che si potesse anticipare l'arrivo qualche giorno prima. In subordine che l'inquilino precedente andasse via almeno al 30 del mese per evitare il traffico dell'ultimo giorno.
Speranza sistematicamente disillusa, ma nella quale si credeva fortemente fino all'ultimo. Alla fine si partiva il 31 con la ferma convinzione di aver comunque guadagnato un giorno.
Dunque il 1968.
Sapri.
L'anno dell'invasione di Praga.
Agosto 1968: il mese e l'anno dell'invasione di Praga, per essere precisi.
Papà si era regalato da qualche tempo una radio portatile che teneva gelosamente sul comodino per accenderla appena sveglio; era il suo primo e unico bagaglio che preparava, insieme alla scorta di pile di ricambio. Le portava anche se le aveva cambiate da poco. Aveva la radio con sè anche quel giorno - aveva una particolare passione per la musica e le canzoni tanto da spingerlo a portarla sulla spiaggia - e la notizia ci raggiunse mentre si era sotto l'ombrellone. Non so se fu per la notizia o per quale altro motivo, la radio finì in un secchio pieno di acqua di mare. Alla iniziale disperazione fece seguito la consolazione che l'incidente non aveva pregiudicato nessuna delle sue funzionalità.
Quell'estate la trascorremmo dunque in un appartamentino in fitto. Un "quartino" all'interno di un edificio non ancora completato e tutto di dei D'Amico. I soldi del fitto occorrevano al proprietario per terminare i lavori. Anche quelli di papà finirono dunque per contribuire al completamento dell'opera. Il 968 fu l'unico anno in cui andammo in villeggiatura a Sapri prima che diventasse, cinque anni dopo, il nostro luogo di vacanza definitivo; in quell'anno, complice il luogo, la possibilità di acquisto facilitata da uno sviluppo turistico ancora in fasce, dalla morte della nonna paterna poco tempo dopo che consentì una breve ma necessaria disponibilità economica, si determinò la scelta definitiva delle nostre estati a partire dal 1973 in poi. L'anno prima infatti, e il 1972 fu l'unico nella storia della nostra famiglia, non si andò in vacanza perché papà aveva investito tutta la sua disponibilità economica - e noi due ragazzi dunque partecipammo con la piccola cifra che ci era stata destinata dalla nonna Emma, trecentomila lire ciascuno, che ci aveva lasciato poco tempo prima - nell'anticipo per l'acquisto di una minivilletta in un villaggio di case estive nella frazione marina del comune che precedeva Sapri di soli tre chilometri. Villammare. Fu la casa delle nostre vacanze.
In quel periodo le "passeggiate", come venivano definite, a Sapri furono diverse fino alla conclusione della trattativa. In quelle occasioni ci si fermava a mangiare da D'Amico. La trattoria pizzeria che ci permetteva di utilizzare un suo tavolo sul quale consumavamo quello che la mamma aveva preparato e infilato nella valigia "Jostyle" complice di tante scampagnate precedenti. Compravamo solo le bibite: acqua, Coca-Cola e birra rigorosamente Peroni. A volte la pizza? Questo non lo ricordo. Di certo quello che ricordo è che la pizza che D'Amico preparava personalmente, mancava del basilico. Cosa questa, che per un napoletano equivale a rendere banale la pur migliore pizza del mondo. Il basilico fuori stagione, ci venne raccontato, era impossibile da trovarsi a Sapri.
La mamma non si lasciò sfuggire l'occasione per manifestare la nostra e la sua personale gratitudine per l'ospitalità che in nome della vecchia conoscenza avuta nel corso dell'estate del '68 ricevemmo, e decise che gli avremmo portato ottime piantagioni di basilico napoletano nel corso di tutte le passeggiate che ancora sarebbero seguite nel tempo.
Lascio scorrere la persiana del balcone lentamente prima di chiudere la casa e lentamente scompare al mio sguardo la piantina che al rientro dalle vacanze, sono in partenza per Villammare e sono ormai trascorsi trentasette anni da quella promessa solo in parte mantenuta, troveremo disseccata. Le foglie migliori e più ricche le ha staccate Anna per surgelarle. Far seccare così, abbandonando al suo destino quel verde saporoso sarebbe un delitto. La Trattoria Pizzeria D'Amico non esiste più. Forse i nipoti di quello che fu il nostro "padrone di casa" oggi fanno altro. Forse hanno cambiato paese. Non saprei dire nè in verità mi preme saperlo.
Mancano ormai tante cose dopo trentasette anni, che raccontarle tutte diventa impossibile. Tante, tantissime forse troppe sono anche le cose che sono cambiate. Una sicuramente.
Oggi, anche fuori stagione, il basilico a Sapri troneggia festosamente sulla pizza e non c'è più bisogno che qualcuno lo porti appositamente da Napoli.
“Traditi ugualmente, ugualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo delle nostre sventure; che mai à durato lungamente l’opera della iniquità, né sono eterne le usurpazioni”. - S. M. Francesco II - Proclama di Gaeta, 8 dicembre 1860
domenica 8 agosto 2010
Il basilico.
L’anniversario
Quello importante, come in una qualsiasi "vigilia"che si rispetti, era il precedente; il tre luglio; il giorno in cui tutto aveva avuto inizio.
Quello della preparazione.
Preparazione intesa in senso generico come in una vera e propria anteprima di quello che sarebbe stato il giorno del silenzioso ripetersi del fatidico "si!", fino al raggiungimento del "venticinquesimo", non c'è mai stata una seppur breve cerimonia in chiesa.
Quando il 4 luglio capitava in uno dei cinque giorni della settimana diversamente che di sabato o di domenica, era già sicuro che papà sarebbe rientrato dal lavoro nel corso del primo pomeriggio.
Vederlo rientrare a casa prima che fosse già buio, o comunque già tramontato il sole, per noi ragazzi era di per sè già una festa.
La mamma avrebbe avuto come sempre un bel da fare per preparare lei, noi e sopratutto decidere cosa avrebbe dovuto indossare lo "sposo" per la serata fatidica.
Serata che consisteva nell'unica volta all'anno in cui si andava a mangiare al ristorante.
Occasione questa, che noi due non ci saremmo persi per niente al mondo.
Sapevamo che per papà era un momento di grande festa, e da come io ricordi, fino a quando gli è stato possibile ha fatto di tutto perché quel giorno rimanesse tale; non vi ha rinunciato neanche nei momenti più difficili che ha attraversato la nostra famiglia.
Difficili dal punto di vista economico, intendo dire.
Poi da un bel momento questa tradizione ebbe termine, anche se non saprei dire perché.
Forse non fu un vero e proprio terminare quanto una specie di cambio.
Dopo aver comprato la casetta di Villammare, fu spostata lì la sede dei festeggiamenti. Mai più però andando a mangiare fuori, fino al cinquantesimo.
Nel periodo napoletano il ristorante fu sempre lo stesso.
Non sarebbe potuto essere diversamente visto il forte senso della tradizione esistente in famiglia.
A Bacoli; non ne ricordo il nome.
Si cenava all'aperto, sotto un enorme tendone che ricopriva tutti i tavoli.
Nel corso dei primi anni e nel periodo in cui iniziammo a far parte della cerimonia, la mamma ancora non aveva deciso che al papà facesse male stare fuori di sera, sopratutto per mangiare.
Il tempo della "reclusione" sarebbe arrivato dopo.
Un'altra tradizione fissa era quello che si sarebbe mangiato.
Oggi non ricordo proprio tutto, ma due sono le cose di cui sono sicuro.
L'"impepata" di cozze, che era appannaggio soltanto della mamma.
Nessun altro avrebbe "dovuto" mangiarne.
Sua convinzione era che le cozze a chi di noi avesse anche solo sfiorato l'idea di mangiarne una, avrebbero provocato malattie terribili e mortali.
Lei invece poteva a volontà perché ne era totalmente immune.
Una convinzione anche questa? Mah! Sicuramente un inganno. Aveva paura che ci facessero male, e s'inventò questa strana storia. In verità succedeva spesso che mangiasse cose impossibili a immaginarsi per noi a quell'epoca, senza subirne alcuna conseguenza. Il che per quel che potevano capirne noi, era senz'altro vero.
Cioè non aveva mai conseguenze da quello che mangiava.
Dunque di una delle due pietanze ho detto, l'altra era il "pollo alla diavola".
Per tutti gli anni in cui è stata rispettata questa tradizione della cena dell'anniversario dunque, non si è mai derogato da questi tre sani principi: ristorante a Bacoli sempre lo stesso; impepata di cozze, pollo alla diavola. Non ricordo se e chi prendesse anche il primo. Forse spaghetti alle vongole e per noi due ragazzi la pizza, ma di questo ne ho un ricordo un pò sbiadito.
Acqua di fontana, Coca Cola per noi e la birra rigidamente Peroni per loro adulti.
Durante il viaggio di andata e quello del ritorno poi, era un susseguirsi di scene e immagini del fatidico giorno di quell'anno addietro, raccontate con un entusiasmo che la riportava indietro nel tempo; quello in cui si scambiarono il loro si.
Fino a quando questa tradizione è stata mantenuta, oltre a un breve cenno di trucco era solita indossare anche alcuni dei suoi gioielli, tra i quali non mancava mai "l'anello di fidanzamento".
Quell'anello è sempre stato per lei un punto fermo. La pietra miliare della sua vita quasi più che la stessa fede nuziale.
Da un bel giorno in poi tutto rimase conservato nel cassetto.
Si, perché quella della mamma fu una vita di voti. Tutti dedicati al papà perché era su di lui solo che si poggiava la nostra sopravvivenza, ed anche una semplice influenza avrebbe potuto causarci problemi.
Poi un bel giorno tutto finì conservato in banca. La scusa fu la paura dei ladri, ma forse la verità era nel non sopportare la vista di quegli oggetti preziosi ai quali aveva rinunciato per sempre.
domenica 6 giugno 2010
Il momento non poteva essere più propizio.
Il momento non poteva essere più propizio.
Ora ci imbottiranno la testa di pallone. Alla radio hanno già cominciato.
Alcune televisioni private anche.
La RAI a breve.
Tra qualche giorno si comincia, e non ci sarà più bisogno d'altro per riempire le pagine dei giornali e le cronache dei notiziari.
Spariranno la crisi, la manovra economica, la legge bavaglio.
I tagli alla scuola, alle forze di polizia, alla magistratura, all'università; il precariato, i licenziamenti, la cassa integrazione.
Tutto questo sarà sostituito dalle infinite, solite, banali, inutili, stupide dissertazioni su partite, giocatori, schemi di gioco, allenatori e chi più ne ha più ne metta.
Come sempre i giornali sportivi vedranno incrementare le loro venditre in maniera esorbitante.
Per questo governo sarà com avere a disposizione uno Scudo fiscale delle leggi.
Nessuno si accorgerà di niente di quello che verrà approvato sotto silenzio e senza colpo ferire.
Il "Calcio" in Italia è una specie di vasellina di popolo.
Tutti pronti ad accettare qualsiasi cosa per una vittoria!
La "gente normale" non avrà più niente da seguire né in TV né in Radio. Fortunatamente la "gente normale" è abituata già da tempo a seguire poco le trasmissioni televisive; smettere del tutto non sarà poi così difficile; la "gente normale" è abituata a trascorrere le serate tra amici a parlare di cose meno idiote che non il calcio; ad andare al cinema o a leggere.
Radio e televisione saranno preda della malattia preda dell'italiano: il Calcio.
Non quello medio. Dire medio soprattutto in questo periodo sarebbe riduttivo: in queste occasioni l'"italiano medio" viene sostituito dall'"italiano di massa".
Idiota come al solito sì, ma durante il periodo dei mondiali particolarmente esagerato.
Sono già terminati gli unici programmi che fornivano una informazione. Abbastanza violentata, ma non troppo; già senza i mondiali saremmo stati preda di una forma di disinformazione generalizzata; ora la "cricca" ha davvero campo libero per muoversi e agire come meglio crede.
Una specie di Banda Bassotti alle prese con la più fortunata delle situazioni: porte e finestre della casa aperte mentre gli abitanti sono in vacanza.
Da una parte elogerà le avventure della nazionale e dall'altra ad agire nel minor breve tempo possibile.
Nella capacità di questa squadra di andare avanti nel torneo infatti, non ci crede nessuno.
E non voglia mai il cielo la squadra in maglia azzurra passi il primo turno o addirittura il secondo!
Sarebbe davvero la fine.
lunedì 24 agosto 2009
Trenitalia: non smette mai di stupirmi!
Sono le nove e venti del 24 agosto 2009.
Mio figlio Gabriele ha preso il treno che da Sapri lo riporta a casa. Destinazione Pompei.
Sono circa due ore e venti minuti di viaggio.
È partito alle sette e trenta – con dieci minuti di ritardo sul previsto per problemi alla chiusura delle porte – con il treno inter regionale 2426.
Alle nove e venti cerco di seguire il percorso utilizzando il sito di Trenitalia http://www.viaggiatreno.it.
In genere molto funzionale e preciso.
Non questa mattina. A voler dar credito al risultato, sia inserendo il numero del treno sia le stazioni di arrivo e partenza, non risulta alcun treno in giro sul percorso! Anzi: facendo una indagine più approfondita, mi viene specificato che all'ora in cui mi trovo sulla linea tra Paola e Salerno non risulta alcun treno in percorrenza!
Il 2426 è scomparso!
Per un istante ho la sensazione di essere in un telefilm di quelli da tele spazzatura che in genere circolano per l'etere.
Provo allora a chiamare un Call Center di Trenitalia idoneo a darmi la risposta di cui ho bisogno: il treno è in orario? A che ora ne è previsto l'arrivo?
Ho bisogno di informare chi dovrà andare alla stazione a ricevere il ragazzo.
La scelta cade sul numero "199 092 021". Dal sito sembra quello giusto alle mie esigenze.
Come da prassi vengo informato sui costi; li accetto e procedo seguendo le istruzioni vocali scegliendo tra "1" e "2" per arrivare all'informazione che cerco.
Il numero del treno è quello giusto: 2426. La voce metallica me lo ripete con invito a cambiarlo quando avessi sbagliato a digitare.
Lo confermo, e pronta arriva la risposta: il treno è arrivato alle dieci e tredici.
Quando e dove oltretutto non si sa, visto che nel corso della sua percorrenza il treno effettua una lunga serie di fermate.
La prontezza di riflessi nel chiudere una telefonata inutile il cui costo non potrò recuperare non mi manca.
Chi mi ha seguito ha letto bene: ho telefonato alle ore 09:20, del 24 Agosto. Sono trascorse due ore dalla partenza programmata da Sapri del treno, ed un'ora e cinquanta da quella effettiva.
L'arrivo a Napoli Centrale – stazione terminale – è effettivamente prevista per le ore 10:13, ma nel frattempo sono le ore 09:20, e quindi seppure il treno dovesse arrivare in orario, è comunque ancora in viaggio e non potrebbe essere mai già pervenuto.
Non tanto per non voler ironizzare sulle presunte possibili mancanza di puntualità del treno, ma non fosse altro perché non sono ancora le 10 e 13!
Se non fossi al SUD, e quindi abituato alla comicità, forse mi sarei incavolato non poco.
Forse dal Nord non ci differenzia soltanto il costo della vita, ma anche il saper prendere quest'ultima con filosofia.
Ho risolto telefonando a mio figlio chiedendogli dove si trovasse e – alle 9:20 di oggi Lunedi 24 Agosto 2009 – stava lasciando la stazione di Battipaglia.
Grazie al cielo il treno 2426 non è scomparso nel nulla.
Per fortuna il triangolo delle Bermuda ferroviario ancora non è nato.
Almeno per oggi!
domenica 5 luglio 2009
L’ Anniversario
Mio papà era legato alle tradizioni.
Non ho mai capito bene se anche il suo di papà, il nonno cioè, lo era o se sia stato lui a crearle.
C'era il giorno dei quaresimali, specie di biscotti che ho scoperto poi essere in tutto e per tutto somiglianti ai toscani "cantuccini", quello della "Santarosa" – ma si scrive così? Mai capito bene -, una specie di sfogliatella riccia napoletana sovradimensionata con una ampia ferita nella sua parte superiore dalla quale fuoriesce crema gialla sormontata da una grossa ciliegia; poi il giorno del torrone, quello classico del due di novembre, e via così.
Lui arrivava a casa dal lavoro con il pacchettino ben infiocchettato, e sorridente esordiva con il suo solito festoso "Tanti auguri!" collettivo.
La sua "festosità" la esprimeva in particolare con gli occhi e con lo sguardo. In verità ogni occasione per lui era buona per festeggiare con un qualcosa da mangiare.
C'era anche la serie tradizionale delle pietanze; la minestra maritata e capretto a Pasqua, sartù di riso per il lunedi in albis, il capitone per la sera dell'ultimo dell'anno, la lasagna a carnevale, i cannelloni ed il pollo a ferragosto e via andando. Superfluo e troppo lungo elencarle tutte.
Ogni momento – sacro o profano che fosse stato nell'anno - era scandito da una particolare pietanza o dolce.
Mai un errore od una distrazione, a mia memoria.
Ogni occasione di "pappatoria" speciale era davvero una festa perché mai nel corso dell'anno, una delle pietanze o di un dolce veniva preparato o mangiato in un momento diverso.
Insomma a farla breve, se la pastiera era il dolce della Pasqua mai in è stata portata in tavola fuori periodo; la cassata era il dolce del Natale. Altrettanto mai preparata prima o dopo. Dicasi lo stesso per le carnascialesche lasagne od i ferragostani cannelloni con pollo alla griglia aggiunto.
Ed ero stato tanto abituato a tutto questo che scoprire che si potesse mangiare pastiera o cassata tutto l'anno, e che altri addirittura le acquistasse era da me considerata una anomalia.
La mamma, che sicuramente tradizioni – soprattutto mangerecce conoscendo il nonno, ovvero suo papà – non ne aveva, deve aver accolto questa cosa con il suo solito entusiasmo infantile facendolo suo a tal punto che guai al pensiero di saltarne uno.
Ma per sua fortuna che c'era papà che "partiva" un bel po' di giorni prima dell'evento a ricordarlo.
Uno dei giorni dell'anno in cui la tradizione la faceva da padrone era il quattro del mese di luglio di ogni anno. E non certo per motivi di patriottismo americano quanto per il fatto che in quel giorno festeggiavano il loro anniversario di matrimonio.
Non saprei dire come sia cominciato questa specie di rito secondo la modalità che è rimasta nella mia memoria, perché immagino che durante i loro primi anni usassero una maniera senz'altro diversa per festeggiarlo
Il 4 di luglio non era una giornata in cui mio papà "marinava" il lavoro, però faceva il possibile per non rientrare molto tardi rispetto al suo solito orario.
Arrivava a casa mentre la mamma aveva già iniziato la sua opera di preparazione molto, ma molto per tempo.
Nel frattempo aveva predisposto tutto quello che avremmo dovuto indossare tutti: papà compreso; cravatta inclusa.
Finalmente vestiti di tutto punto e ben improfumati - sembravamo invitati ad un matrimonio -, tutti e quattro ci si avviava in auto verso la solita e sempre uguale destinazione: Bacoli. Era lì che, in non ricordo il nome di quale trattoria – sempre la stessa e soltanto per quella occasione -, andavamo a "cena fuori".
L'andare a cena fuori – per me e mia sorella - era di per sé stesso una festa particolare; perchè non era cosa che potevamo permetterci, ed infatti non lo facevamo mai. Neanche mai a mangiare una pizza; al più la si mangiava a casa. Ma quello era un giorno particolare ed era il giorno in cui mio papà decideva che la spesa andava affrontata. Qualunque fosse stata!
Noi due ragazzi si prendeva pizza e la Coca-Cola.
"Quella" Coca-Cola era tutta un'altra cosa rispetto a quella di oggi. Già la bottiglietta era quella di vetro. Si "stappava" come una andava fatto con una "vera" bottiglia, e poi frizzava che metteva dentro una particolare euforia. Era bellissmo, berne un mezzo bicchiere tutto d'un fiato! Dava una eccitazione particolare. Fa niente se poi tutta l'aria iniziava subito a risalire per dove era scesa, costringendo a fatiche enormi per non dar scandalo a cacciarla fuori dalla stessa parte dalla quale era entrata.
Mio papà non ricordo bene cosa prendesse, ma la mamma era legata a due cose in particolare: impepata di cozze e pollo alla diavola. Le cozze le mangiava solo lei perchè diceva che se erano infettate a lei non avrebbero fatto male – a quell'epoca non ho mai capito bene il perché a lei e solo a lei, le cozze non avrebbero dovuto far niente; in verità ancora oggi questa cosa mi è totalmente oscura -, e che comunque se proprio dovevano far male a qualcuno meglio che fosse lei che uno di noi.
Il pollo alla diavola era una costante che ho visto solo ed esclusivamente in questa occasione. Mia mamma non ha mai mangiato altrove – neanche in casa – un pollo "alla diavola".
Una pietanza che confesso a me ha sempre fatto una certa impressione: arrivava in tavola un ricordo di quello che era stata una gallina, completamente spiaccicata nel piatto. Come uno che dorme in un letto a pancia sotto con braccia e mani allargate e la testa girata di lato. Insomma una cosa un po' macabra.
Della Coca-Cola ho già detto; c'è da aggiungere che all'epoca l'acqua veniva portata in brocca di acqua ed era di rubinetto - che le minerali erano scarsamente in uso -, e poi "birra" per i due festeggiati. Peroni "Nastro azzurro". Che altre marche non erano in voga come invece oggi.
Non era certo una cena pantagruelica, ma era una festa meravigliosa che noi due ragazzi non vedevamo il momento che arrivasse.
Eravamo soltanto noi quattro. La mamma voleva così. Mai venuti nessuno dei nonni. Neanche i due materni che vivevano in casa con noi.
La mamma la considerava una cosa intima, perché riguardava solo noi. Quando la famiglia ha cominciato ad allargarsi questa è stata l'unica tradizione che è stata abbandonata.
Forse perché già in cinque la spesa era diventata più alta, o forse perché l' intimità della quale la mamma era affezionata sarebbe stata intaccata.
Poi iniziò anche il periodo in cui si faceva in modo di essere per quel giorno già in vacanza, nella casetta che papà aveva comprato al mare.
A quella data si era tutti un bel po' più grandi. Rimase intatta però la volontà di festeggiare, cosa che continuammo a fare con uno dei soliti pranzi che papà definiva "speciali" preparati dalla mamma, e con un bel gelato preso durante la consueta passeggiata serale.
È dunque con questo ricordo che ho trascorso il 4 luglio di quest'anno. Quello che sarebbe stato il loro cinquantaseiesimo anniversario di matrimonio se fossero stati ancora con noi.
Ma forse lo è stato lo stesso, perchè in realtà non sono stati distanti che pochi mesi.
Poco più di sette. Troppo poco il tempo trascorso per interrompere una tradizione e far pensare ed un amore interrotto e che invece resterà immutato per sempre.
domenica 10 maggio 2009
La seconda domenica di maggio
domenica 12 aprile 2009
L'addore d''e ffresie
domenica 1 febbraio 2009
In ospedale. In visita alla zia.
Nella stanza sono in due. La zia di mia moglie, ed una ragazza.
È l'orario della cena, e l'infermiera si affaccia nella stanza. Verifica i nomi delle due degenti, controlla sulla sua cartella: per entrambe è prevista soltanto una bottiglietta d'acqua. Non possono mangiare niente.
La zia ha subito un intervento operatorio abbastanza serio all'intestino. Forse restare digiuna per chissà ancora quanti giorni.
La ragazza è stata invece ricoverata la sera precedente per una sospetta appendicite. Si sta decidendo se sarà il caso di operarla o meno.
Per ora soltanto medicinali che forse stanno risolvendo la situazione. Probabile una infiammazione, la sua.
Anche lei non può mangiare niente. È in osservazione.
Tutto tranquillo quando in visita alla ragazza arrivano due signore; forse parenti. Forse la mamma con una zia, la nonna…
Sono in due. La più anziana delle due è la più chiassosa.
Persone dall'aspetto indefinibile. La solita esuberanza meridionale le contraddistinge.
D'un tratto salta fuori una scatoletta di plastica. La ragazza si siede sul letto, si sistema di lato, gambe "appese", apre e preso il necessario inizia a mangiare mentre in tre stanno lì ad osservarla sorridendo e scherzando. Le due nuove arrivate, più un giovane dall'aspetto indecifrabile che era stato lì a tenerle compagnia.
Mangia tutto il contenuto, fino alla fine. Salsa compresa.
Nemmeno un ripensamento, nemmeno un dubbio.
Solo una breve domanda dal becero che era rimasto, fino all'arrivo delle nuove arrivate, a farle compagnia con la testa infilata in un giornale di scandali al sole: "Ma ho sient' ancora 'o dulore? Nun te fa male cchiù a panza? Te sta passanno? Eh… e visto… !
In ospedale, se qualcosa dovesse non andare per il verso giusto, quali spegazioni potranno darsi i sanitari?
Se starà male, si accuserà di certo il dottore e quindi l'intero ospedale, che…………
martedì 6 gennaio 2009
Pensieri serali
Sempre più spesso si vive con lo stesso spirito di quando in auto, dopo aver percorso cinquanta chilometri, siamo certi che mancandone ancora 50 all’arrivo sicuramente li percorreremo qualunque cosa possa accaderci per via. Ingorgo, traffico, sosta per il caffè, neve, gelo…incidenti… ovviamente di altri.
Perché non può essere possibile diversamente; non è pensabile che non sia così.
Poi d’un tratto, e senza alcun preavviso, al cinquantesimo chilometro siamo belli e che arrivati.
Avevamo sbagliato i calcoli? Strada? …I conti…?
Tutto è possibile.. magari scopriamo anche di non essere stati i soli, a trovarci a destinazione avendo fatto minor strada…
Per chi avrà percorso ogni chilometro come se fosse stato l’ultimo, sarà quello colui che effettivamente sarà giunto alla meta.
…tutti gli altri si saran fermati soltanto a metà, pur essendo giunti alla fine della via…
domenica 4 gennaio 2009
Ferrovie Italia: ogni giorno una nuova. Mai termine al peggio…
Sono sempre più convinto che una delle ragioni del degrado dei servizi primari, sia stata la loro presunta privatizzazione.
Le Ferrovie Italia, sono sempre più scadenti come peggio a mio avviso non si potrebbe.
Oggi, 4 Gennaio 2009; è domenica; giorno di festa, quindi presumibilmente giorno in cui potrebbe evidenziarsi una maggiore movimentazione da e per le città confinanti – Napoli e Salerno - e per le loro più immediate periferie. Senza contare le percorrenze interregionali lunghe.
Pompei. Siamo in Campania, in provincia di Napoli. Censimento 2001: numero abitanti residenti 25.751.
Tra decessi, nuove nascite, trasferimenti da e per, dopo otto anni il numero potrebbe ancora essere abbastanza attendibile.
Un numero ritengo di tutto rispetto.
Dicevo oggi 4 Gennaio 2009, domenica. In una giornata di questo tipo, il numero – tra residenti, pellegrini, gitanti ed altri – aumenta considerevolmente.
Non tutti viaggiano in auto, ovviamente.
Scrivevo Pompei: dal punto di vista ferroviario un centro di smistamento di una certa importanza, vista la quantità e qualità di treni che operano fermate per i collegamenti tra il Sud ed il Nord dell’Italia.
In considerazione della giornata festiva, l’unica garanzia di movimentazione anche per brevi spostamenti sono proprio i treni di Ferrovie Italia.
Biglietteria della Stazione Ferroviaria di Pompei: mi occorrono i biglietti non altrimenti acquistabili; si tratta di biglietti regionali; di fascia, e quindi non disponibili attraverso il sito internet.
Sono le 19:00: l’orario, per quanto mi è dato conoscere, è senz’altro giusto. La chiusura degli sportelli è prevista alle ore 20:30.
Un breve cartello dinanzi al vetro comunica che il “giorno 4 Gennaio 2009 l’orario per la vendita dei biglietti è previsto dalle ore 06:40 sino alle ore 13:30”.
Ovviamente “sono spiacenti” di non poter soddisfare la mia esigenza.
Non solo la mia: a scoprire l’avviso in quel frangente eravamo un bel po’. Tutti a dover prendere un treno.
Come potevo essere io avvisato di questo? Impossibile che altrimenti recandomi alla biglietteria per acquistare “i biglietti” per la partenza.
Accanto alla biglietteria, la tabaccheria che opera all’interno dei locali della stazione ferroviaria.
Sono biglietti regionali, di “fascia” come si sogliono definire, e quindi “dovrebbero” essere disponibili anche lì.
Infatti lo sarebbero, se ci fossero.
Sono terminati!
Partire lo stesso? E poi? Come giustificare i biglietti di cui non sono in possesso?
I cosiddetti “Capotreno” altro non vedono che cogliere l’occasione per “vestirsi d’autorità”!
Ci mancherebbe anche di pagare anche la multa per una responsabilità non mia.
Possibile che chi gestisce la stazione ferroviaria di Pompei non abbia organizzato la funzionalità del servizio, in modo tale da gestire i turni in per assicurare un servizio fondamentale?
Possibile che non si sia neanche preoccupato che la tabaccheria che opera all’interno della stazione fosse fornita di un numero adeguato di biglietti, per soddisfare le esigenze dell’utenza alla quale viene dato, in cambio di un costo esagerato, anche un pessimo servizio?
Chi non ha mai viaggiato su di un regionale a lunga percorrenza? La sporcizia dei sedili, dei finestrini, la mancanza di funzionalità dei servizi di climatizzazione…?
Chi inoltre può dire di essere mai arrivato in orario viaggiando con un regionale a lunga percorrenza?
Mi vergogno sempre più di vivere in questo Stato; evidentemente questo è quello che ci meritiamo!
D’altronde quale esempio ne viene dall’alto se non quello che l’unico a valere è l’interesse privato e personale al di sopra di tutto e di tutti?
Anche alla stazione ferroviaria di Pompei hanno tutti capito ed imparato come si fa.
Chi può s’arrangi. Nel frattempo io e la mia signora abbiamo dovuto rinunciare alla partenza.
Grazie Responsabile della Stazione Ferroviaria di Pompei, per averci manifestato la tua inadeguatezza all’emergenza!