lunedì 8 dicembre 2014

La lingua Napoletana, patrimonio dell’Unesco - L’Unesco riconosce il napoletano come lingua, e non dialetto.

Perché voglio ricordare ai napoletani sparsi per l'Italia e sopratutto nel Nord, che vergognarsi di parlare la propria lingua significa il rinnegare le proprie origini.

Perché voglio che gli italiani delle altre regioni e sopratutto quelle del Nord, si rendano accettino finalmente l'idea che il Napoletano é una lingua - e una lingua viva, perbacco! - e chi non vuole capire questo e non intende riconoscerne l'importanza, commette un grave errore e perpetra un ulteriore enorme danno alla storia.
Immagine 1
Il Napoletano andrebbe studiato nelle scuole come lingua aggiuntiva e occorrerebbe farlo necessariamente almeno nell'ambito delle regioni che strutturavano il territorio del Regno delle Due Sicilie per evitarne l'imbarbarimento e la travisazione sia del parlato che dello scritto.

Personalmente mi vanto di parlarlo e di usarlo ogniqualvolta ne individuo l'occasione, lo utilizzo quando scrivo qualcosa che meriti di essere rappresentato nella mia lingua d'origine: cosa che mi piace fare con molta gioia; ho cercato di studiarne la grammatica applicandone sistematicamente le regole nella speranza di non aver commesso e non commettere molti errori: gli autodidatti hanno il problema di non avere chi li guida e corregge; hanno la presunzione, spesse volte mal riposta, di essere maestri di sé stessi.
Ma tant'è: dove iscriversi a un corso di lingua napoletana ormai?

Lo scorso anno, si era forse in marzo? era magari già aprile?
Un giovane che conosco, e ne conosco bene anche i genitori più altri suoi parenti diversamente posizionati nella scaletta della gradualità di discendenza, sarebbe andato sposo in maggio e costruì un sito a uso di amici, parenti e conoscenti affinché ciascuno vi leggesse un po' di storie e inserisse un qualcosa di personale affinché gli sposi potessero poi ripercorrere l'evento attraverso i pensieri e i racconti dei partecipanti all'evento.

Fui ispirato ancorché sollecitato a esserlo, nella costruzione di un acquerello che sintetizzava insieme invenzione e realtà.
Una breve piccola immagine giocosa.

Immagine 2.
La sua lingua non poteva non essere il Napoletano: la "mia" lingua.
Quella che cerco di studiare da anni e che uso dunque quando intendo creare intimità con chi leggerà, confermandogli affetto e simpatia per quanto magari ignoto.

Ebbene quel piccolo siparietto scomparve nel breve volgere di qualche ora se non minuti, e
piuttosto che ricevere una telefonata partecipante buon umore come mi attendevo dall'altro capo della linea telefonica una accorata voce tremando e inorridita per l'azzardo rilevato, mi chiedeva se fossi per caso proprio io il responsabile di quello scritto, immaginando un tremendo scherzo da parte di uno sconosciuto.

Come avevo mai potuto pensare di fare una cosa del genere!
Scrivere in un linguaggio così volgare e popolano! 
Cosa avrebbero mai detto se lo avessero letto - e speriamo che sia stato eliminato per tempo! - Tizio, Caio e Sempronio che non avrebbero potuto far altro che chiedersi con chi mai avesse a che fare quel ragazzo che aveva dato loro fino a quel momento una così limpida e lodevole impressione. 
Da quale vile strato sociale sarebbero mai giunti i suoi parenti e amici!
Avevo messo tutti in difficoltà! Tutti additati al pubblico ludibrio!

Eppure si trattava di napoletani: tutti! Dal primo all'ultimo.
Gli sposi, i loro parenti di vario ordine e grado, la gran parte dei loro amici; su questi ultimi non saprei ben dire, ma poco importa.

Un gruppo di napoletani che come tanti altri come loro usano fare, rinnegano le proprie origini nella speranza che non si riconosca la loro provenienza.

Immagine 3
Un gruppo di napoletani che come tanti altri come loro non vogliono avere conto che il Napoletano è parimenti una lingua come l'italiano; anzi: questa sicuramente volgare, quella invece originaria.

Ma tant'è: in genere i napoletani son fati così.
Subito pronti a osannare chi arriva da fuori non ritenendo possibile che nella propria casa possa nascere qualche cosa di buono.          Immagine 4



Io mi vanto di essere napoletano, di parlare e scrivere in napoletano: quello vero, quello che è "lingua vera" non frutto di imbarbarimento.
Penso di avere il vantaggio rispetto ai popoli delle altre regioni, di appartenere a una terra gloriosa con un passato ricco di storia e cultura.
E grazie a questo e al non rinnegare né l'una né l'altra, sono anche io stesso un piccolo sassolino nella storia della cultura napoletana.



******************

La lingua Napoletana, patrimonio dell’Unesco
di Angelo Forgione.
L’Unesco riconosce il napoletano come lingua, e non dialetto, seconda solo all’italiano per diffusione tra quelle parlate nella penisola. 
Sicuramente si tratta dell’idioma italico più esportato e conosciuto grazie alla canzone classica partenopea, una delle maggiori espressioni artistiche della cultura occidentale che da più di un secolo diffonde in tutto il mondo la bellezza della parlata napoletana. 
Una lingua romanza che, nelle sue variazioni, si parla correntemente nell’alto casertano, nel sannio, in irpinia, nel cilento, e nelle zone più vicine di Lazio, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise e Puglia, ovvero tutti quei territori che nelle antiche Due Sicilie costituivano il Regno al di qua del faro di Messina laddove la lingua nazionale era appunto il Napolitano, mentre il Siciliano era la lingua nazionale del Regno al di la del faro (Sicilia).
Nonostante la meritoria e imponente opera dei grandi scrittori e compositori di musica napoletana classica, dal 1860 in poi, con la perdita d’identità del popolo meridionale, il Napoletano è però purtroppo andato sempre più degradando e oggi si sta trasformando volgarmente per molteplici cause. 
Prima fra tutte la mancata valorizzazione e il negato insegnamento che stanno mistificando la grammatica e la pronuncia di questa meravigliosa lingua riconosciuta dall’Unesco ma non dallo stato italiano. 
Di qui, dunque, l’aggressione delle contaminazioni moderne fatte di un volgare slang giovanile e di vocaboli stravolti nel significato. 
Ad esempio, un vocabolo come “vrénzola”, ossia “cosa da poco (sta ascénno ‘na vrenzola ‘e sole), è stato tristemente trasformato in indicazione di donna volgare.
Iniziative a tutela provano a metterle in piedi timidamente le istituzioni locali e nella seduta del 14 Ottobre 2008, il Consiglio Regionale della Regione Campania approvò un disegno di legge d’iniziativa provinciale sotto titolo “Tutela e valorizzazione della lingua napoletana”.
La risoluzione attende però di trovare il suo seguito con adatte soluzioni strutturali che permettano ai più giovani di imparare grammatica, ortografia e dizione corrette.
Provate a chiedere a un napoletano, per esempio, la differenza tra apostrofo e aferesi, elementi cardini della scrittura partenopea.
Probabilmente resterà muto al sentire la seconda, ovvero quel segno diacritico che deve precedere un articolo determinativo. 
E qui si presenta il più frequente degli errori di scrittura oggi ravvisabili sulle insegne e sui manifesti pubblicitari in napoletano: l’articolo “il”, che si traduce in “lo” per poi divenire tronco ponendovi l’aferesi, appunto, che ne cancella la consonante iniziale, viene frequentemente scritto o’, con l’apostrofo dopo la o che segnala un’elisione inesistente, mentre andrebbe scritto ‘o, con l’aferesi che invece cancella la consonante iniziale e la sua pronuncia nella parola.
È un piccolo ma significativo esempio a cui a cascata ne potrebbero seguire tantissimi. 
E allora, per dare un senso didattico a questo scritto, prendo a spunto un’insegna (vedi foto), come tante se ne vedono al centro di Napoli, che è l’esatta fotografia di questa perdita di patrimonio linguistico.
Immagine 5
Vi si legge “A’ TAVERNA DO’ RÈ”, e chi conosce e ama la lingua di Partenope non può non trasalire. 
Sei errori sei in una sola stringata frase! Va detto subito che la forma grammaticale napoletana corretta è: ‘A TABERNA D’ ‘O RRE. E vediamo perché.
Come detto, l’articolo determinativo “la” diventa tronco e vi si pone l’aferesi che cancella la consonante iniziale, non l’apostrofo dopo la a. 
La parola “Taverna” in Napoletano è più correttamente tradotta in “Taberna”, vocabolo derivante dalla lingua spagnola; ma questa è poca cosa di fronte alla preposizione articolata “del” che in napoletano diventa “d’ ‘o”, ovvero “de lo” in cui si pone l’apostrofo dopo la d che sancisce l’elisione della o e la dizione tronca, nonchè l’aferesi prima della o (vale il discorso dell’articolo “la”). 
Infine, in molti casi, l’articolo determinativo singolare maschile fa raddoppiare la consonante della parola che segue per indicarne e sottolinearne la dizione corretta, come nel caso di “il Re” che diventa ‘o Rre e non ‘o Ré con una sola erre e con l’improprio accento sulla e.
Insomma, un’insegna che non insegna ma disorienta e che fa tristezza pensando a quanto valga la nostra lingua e cosa significhi per la nostra cultura identitaria, che non è seconda a nessuno nel mondo.
Ai meno superficiali non resta che andare in libreria e dotarsi di testi di grammatica napoletana o spulciare in internet dove è possibile recuperare piccoli ma utilissimi saggi. Si salvi chi vuole, dunque, e trasferisca poi ai propri figli. 

Testo: Fonte Napoli.com-Quotidiano online della città. - http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=34942 - Anno XII - N°342 - 8 Dicembre 2014
Immagine1: Fonte Web.
Immagine 2: Fonte Archivio personale.
Immagine 5: Fonte Napoli.com-Quotidiano online della città. - http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=34942 - Anno XII - N°342 - 8 Dicembre 2014

venerdì 5 dicembre 2014

Per non perdere l'orgoglio di essere nati nella parte migliore di una Italia disgraziata e disunita, e di discendere della parte migliore di una popolazione per altri versi infausta, arrogante, predatrice.

Nicola Zitara, 22 dicembre 2006

"Siamo stati un grande popolo, abbiamo una grande storia. 
Non c'era alcun bisogno che arrivasse Garibaldi per insegnarci la libertà, sapevamo difenderla per antiche virtù, l'avevamo difesa in cento passaggi della storia. 

Siamo stati grandi quanto gli altri, qualche volta più degli altri. 
Siamo stati civili quanto gli altri, qualche volta più degli altri.

Il nostro passato non è lontano millenni, come si racconta, ma solo centocinquant'anni. 
E' necessario che la coltre di bugie che circonda la nostra identità collettiva sia fugata. 
La consapevolezza del passato ci aprirà gli occhi e ci permetterà di guardare al futuro."

*******************
Fonte:
“Il SUD Quotidiano” del 8/2/97

Pagina ripresa da "Eleaml.org" - http://www.eleaml.org/ 

Nicola Zitara. Scrivo a proposito di: L'invenzione del mezzogiorno. Una storia finanziaria. E riporto quanto proposto su Onda del Sud.


Scopro Nicola Zitara continuando a indagare sul Web alfine di conoscere e capire meglio il perché della storia che il Meridione sta vivendo dal 1861 a oggi.

Una costante e lenta involuzione voluta e perpetrata da una politica e da uomini che non sapendo governare e gestire il proprio territorio, hanno agito con malafede e pura cattiveria pensando così di poter porre rimedio ai danni economici e sociali causati.
Inventandosi di sana pianta la necessità di una unificazione nazionale di cui lo stato aggredito e colonizzato non aveva alcun bisogno.
Lasciando credere di essere i salvatori di un popolo, di una "liberazione" di uno stato da una tirannia borbonica inesistente e del tutto inventata. 
Nicola Zitara. Fonte Onda del Sud.
Cavour e compagni hanno operato come farebbe chi per riempire nuovamente d'acqua un secchio rotto, si sufficiente farsi dare altra l'acqua dai vicini.
Il secchio resterà rotto e l'acqua continuerà a disperdersi; i vicini resteranno senza acqua.

Facile poi dire di loro: come sono sporchi! Non si lavano mai!

Nicola Zitara è nato a Siderno nel 1927 e a Siderno è morto nel 2010.
Riprendo da Wikipedia le brevi sole seguenti indicazioni essenziali:

"Studioso meridionalista, autore di numerosi saggi tra cui "L'Unità d'Italia: nascita di una colonia" e "L'invenzione del Mezzogiorno - una storia finanziaria". È stato uno dei principali esponenti della classe culturale meridionalista che vede nella rinascita di uno Stato "delle due Sicilie" indipendente e separato l'unica soluzione efficace dei problemi del Sud."

Leggo quanto riportato sulla fonte indicata in calce a questo Post: Onda del Sud.

Penso a un amico che qualche tempo addietro contestava le mie considerazioni appoggiando tesi e sottolineando titoli di volumi di storici che hanno tutto l'interesse a continuare a nascondere la verità.
Lapide commemorativa in onore delle 
vittime del Regno delle Due Sicilie posta
 all'interno del forte, andata distrutta nell'agosto
 2013 in seguito ad atti vandalici.
Fonte Web: Wikipedia
Mi è stato portato ad esempio del mio essere in errore in particolare la tesi di Alessadro Barbero, storico del medioevo, torinese, probabilmente una autorità nell'ambito delle materie di sua specifica competenza, ma che da quanto ho letto a proposito di quello che scrive a riguardo delle atrocità e dei delitti commessi dai piemontesi fino alla completa annessione del Regno delle Due Sicilie, giudico di parte e volutamente non obiettivo.
Avevo scritto riportando come mio solito testi e documentazioni, a riguardo della Fortezza di Fenestrelle.
Fonte Web: Google images
Quello che viene definito il primo lager in assoluto.

Portato alle glorie della televisione da Piero Angela con il quale ha condiviso almeno una pubblicazione edita da Rizzoli, di Alessandro Barbero ho letto quel che pensa di quanto riportato da chi sta aprendo il vaso di Pandora del Risorgimento; tesi le sue poco o scarsamente attendibili, che non credo di aver capito che siano state supportate da documentazioni storiche quanto piuttosto da semplici supposizioni.
Ah! Se almeno i professori che a questa terra appartengono riuscissero a capire l'importanza di educare correttamente i loro alunni in qualsiasi altra parte d'Italia si trovino a svolgere il proprio compito! Se almeno alle nuove generazioni venisse loro svelata la verità! 
Non dico assolutamente che debbano essere di parte, ma obiettivamente corretti.

Perpetrare in questo silenzio non può aggiungere che ulteriori danni per la conoscenza storica e per la comprensione del da dove nasca il disagio economico e sociale di una parte di Italia.
Disagio dovuto e voluto da chi ha compiuto una annessione con soprusi e vigliaccheria, depredando i territori annessi e lasciando che questi morissero da soli nella speranza che scomparissero al mondo e alla storia.

I piemontesi credevano forse che gli eccidi perpetrati sarebbero stati sufficienti per annientare definitivamente un popolo oltre che uno stato; e forse in un certo senso e per una sua parte così è stato.
Perché di quello che restava di quel popolo davvero poco è rimasto e solo una piccola percentuale è riuscita a sopravvivere alla propria memoria.
Tutto il resto è il frutto di una "ripopolazione" goffamente e malamente voluta.

Se esporti e pianti altrove la malerba che si ha nel proprio giardino, altro non può che nascere e crescere altra malerba; più forte e resistente di quella dalla quale proviene.

§§§§§§§§§§§§

Per Nicola Zitara l’Italia è una “non nazione” nata da una guerra di conquista. 

di Ruggero Guarini  -  Da iltempo.it


Uno dei contributi più seri, meno demagogici, alle celebrazioni dell’Unità d’Italia è forse la pubblicazione dell’ultimo, monumentale lavoro di quel grande, ma purtroppo misconosciuto, meridionalista anti-unitario che fu Nicola Zitara. 
Fonte: Onda del Sud.
Il libro («L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria») è un volumone di circa cinquecento pagine pieno di documenti e tabelle. Zitara (che si è spento nell’ottobre scorso, a 83 anni, nella natia Siderno, in provincia di Reggio Calabria) ne aveva rivisto le bozze proprio pochi giorni prima di morire. Presso lo stesso editore, fra il 1971 e il 1972, aveva già pubblicato due saggi fondamentali – «L’unità d’Italia: nascita di una colonia» e «Il proletariato esterno» – nei quali aveva gettato le basi della sua analisi degli effetti perniciosi che l’impresa risorgimentale ebbe a suo avviso sul nostro Mezzogiorno. 
Ma la sua opera capitale è proprio questo suo ponderoso libro postumo. Quale insolito, eccentrico tipo di «meridionalista» fu Zitara! 
Dopo aver militato a lungo, dalla prima giovinezza fino alla maturità, nel partito socialista, diventò pian piano uno dei principali esponenti di quella singolare famiglia di intellettuali che oggi ritiene che soltanto la rinascita di uno Stato meridionale indipendente, corrispondente geograficamente al Regno delle Due Sicilie, potrà assicurare la risoluzione dei problemi del Sud. 
Questa conclusione, ovviamente, non poteva non portarlo ad avvicinarsi al movimento neo-borbonico. Ma a spingerlo in questa direzione contribuì non poco, paradossalmente, la sua fedeltà ad alcuni aspetti del marxismo.
Di Marx egli infatti accettò fino all’ultimo l’analisi del processo della famosa «accumulazione primitiva» del capitalismo, in cui volle vedere la chiave per analizzare le cause dello sviluppo contraddittorio del capitalismo italiano nel corso del nostro Ottocento pre- e post-unitario. 
Riassumere il suo pensiero sull’argomento non è certo semplice. Ma negli innumerevoli scritti (saggi, articoli, discorsi, lettere) in cui espose per anni le conclusioni politiche delle sue analisi storiche, non cessò mai di sostenere che un elemento fondamentale del programma di Cavour fu l’intento, consapevole e deliberato, di liquidare il Sud economicamente e asservirlo culturalmente al Nord. 
Concepito e messo in opera da lui stesso, il progetto fu portato a una prima conclusione dalla Destra Storica, proseguito poi da Depretis, Cairoli, Crispi e Giolitti, quindi ancora da Mussolini, De Gasperi ed Einaudi. 
Ammetteva che forse Fanfani e Nenni avrebbero voluto cambiare rotta, ma la Confindustria e i sindacati – avallati dal Pci, La Malfa e De Martino – li bloccarono.
Foto N.5
Ne consegue – diceva inoltre – che siamo ancora una non-nazione. 
Il Sud, da quando il Nord lo ha conquistato, è stato squalificato sia nell’immagine che nella capacità produttiva. 
I padani, per svilupparsi, volevano un popolo di iloti, e lo hanno avuto. Hanno regalato ai ricchi le terre della Chiesa e il Demanio pubblico, hanno prezzolato i politicanti, hanno scatenato il clientelismo, hanno inaugurato il notabilato, hanno escogitato l’assistenzialismo, hanno governato simultaneamente coi carabinieri e con la mafia. 
E coi partiti e i sindacati nazionali hanno falsificato lo scontro politico Il Meridione – spiegava ancora – è oggi un paese che si identifica solo per negazione. I meridionali sono italiani negati dalla stessa Italia.
 L’obiettivo, tuttavia, non è – concludeva – la rivalutazione dei Borbone. 
Il problema è un altro: far sapere finalmente a tutti, e in primo luogo agli stessi meridionali, sui frutti di quali saccheggi e razzie piemontesi e nordiste è stata edificata l’Italia. 
Su quali costi vivi, a carico del popolo meridionale, essa va avanti prosperosamente. A spese di chi si europeizza e si eurizza.


giovedì 4 dicembre 2014

Il 13 febbraio 1861 a Gaeta - di Roberto Maria Selvaggi - Pagina ripresa da "Eleaml.org" - http://www.eleaml.org/

Cerco, leggo e riporto, affinché si conosca la storia della propria terra e delle proprie origini. 
Perché sia finalmente resa pubblica l'infamia iniziata e perpetrata dal governo sabaudo, e continuata dalla ignoranza, dalla incapacità, dalle fatue manie di grandezza e dalla arroganza di chi gli è succeduto nel tempo.

La viltà e la vigliaccheria di chi è riuscito per 150 anni a nascondere la verità a sé e agli altri.
La viltà e la vigliaccheria di un re e di un governo che ha procurato morte, distruzione, depauperazione diffondendo calunnie e infamando una nazione e un popolo.
Infamie e calunnie che ancora oggi, a 153 anni di distanza vengono ripetute e sollecitate approfittando della credulità e dell'ignoranza ampiamente diffusa in una nazione di sessanta milioni di persone che inermi assistono alla loro virtuale fucilazione.

Per far conoscere il vero volto di colui definito "re galantuomo" ancor oggi ritenuto "padre della patria".
Di padri così il "Regno delle Due Sicilie" non ne aveva mai avuti e non ne avrebbe avuto bisogno: i padri in genere danno ai figli la vita, non la tolgono! 
Dal 1861 a oggi sono state e sono senza alcuna soluzione di continuità morte e distruzione.
E quando tutto sarà finalmente finito resteranno solo loro: seduti sugli scranni del parlamento continuando a litigare e votando leggi e decreti non rendendosi neanche conto che non c'è più nulla da governare né possibilità di applicazione delle leggi emanate.
Come già oggi: come le leggi sul lavoro promulgate quando ormai il lavoro non c'è più, è finito!


Fonte:
“Il SUD Quotidiano” del 8/2/97

Pagina ripresa da "Eleaml.org" - http://www.eleaml.org/ 
Il 13 febbraio 1861 a Gaeta finivano tragicamente la libertà e l’indipendenza dell’antico e prospero Regno del Sud

Con la caduta della piazza dove per tre mesi 10000 napoletani con alla testa i loro giovani sovrani si erano eroicamente battuti di fronte all’intero esercito piemontese, iniziava una tragica parabola che in breve avrebbe trasformato una Nazione in una Colonia
di Roberto Maria Selvaggi

Alle tre del mattino del 2 novembre 1860 l’esercito napoletano, o almeno quel che ne rimaneva di quell’armata che dai primi di settembre combatteva una guerra estenuante, dovette abbandonare le posizioni lungo il fiume Garigliano.
La flotta francese, che aveva impedito a quella piemontese di cannoneggiare la costa, dovette all’improvviso ritirarsi: Cavour aveva un’altra volta convinto Napoleone III a desistere dal proteggere i napoletani.

Amm. Le Barbier de Tinan
L’ammiraglio francese Le Barbier de Tinan, che nutriva un profondo disprezzo per i piemontesi e per la loro barbara aggressione, dovette suo malgrado obbedire, ed ottenere soltanto di presidiare l’area antistante Gaeta.
Non mancò però di togliersi la soddisfazione di tirare qualche bordata contro le navi piemontesi che sconfinavano.
La flotta piemontese fu rafforzata da unità napoletane i cui ufficiali erano passati al nemico, equipaggiate da personale piemontese raccogliticcio, a causa della fedeltà assoluta dimostrata dai marinai napoletani che si recarono in massa a Gaeta.
Una batteria di artiglieria fu messa in campo in tutta fretta sulla vecchia torre di Formia al comando di un ufficiale svizzero, il capitano Enrico Fevot e del suo sottoposto tenente Casimiro Brunner: morirono tutti, ufficiali e soldati, ma prima di soccombere riuscirono a danneggiare gravemente alcune navi piemontesi.

A Mola si svolse una prima battaglia, nella quale i napoletani difesero palmo a palmo il passaggio, consentendo a buona parte dell’esercito di prendere la strada per Itri e Fondi.
In quella furiosa battaglia fu ferito gravemente l’anziano capitano del 10° cacciatori, Ferdinando De Filippis, che morirà in ospedale il 21 novembre dopo una straziante agonia.
Ristretti ormai al campo di Montesecco, antistante Gaeta, i napoletani per tre giorni e tre notti tennero le posizioni contro un esercito che li sovrastava in uomini e materiali, perdendo ben 2400 uomini tra morti, feriti e prigionieri.

Re Francesco allora comandò che l’esercito entrasse nella piazza, e a questo punto iniziò il vero e proprio assedio di Gaeta, una pagina che lascerà al popolo napoletano la memoria di una fine gloriosa e dignitosa, che rimarrà di esempio per i posteri.

Dal 12 novembre 1860 al 13 febbraio 1861 diecimila uomini decimati dalle fatiche, dai bombardamenti e dal tifo resistettero, senza mai piegarsi, ad un assedio condotto da vili quali furono gli uomini di Enrico Cialdini.

Con l’impiego dei modernissimi cannoni rigati, l’ex avventuriero romagnolo, divenuto generale piemontese, poté dalla sua comoda poltrona sul terrazzo della modesta villa privata comprata da Ferdinando II a Mola, far bombardare senza essere colpito la piazza ed i suoi abitanti.
La presenza del Re e della Regina fu determinante per tenere sempre alto il morale della guarnigione. La fedelissima isola di Ponza rifornì incessantemente la piazza di vettovaglie e generi vari, per mezzo dei suoi pescatori che mai dimenticarono che la loro stessa esistenza era dovuta alla lungimiranza dei Borbone, che colonizzarono l’isola a spese dello Stato.

Il maggiore Pietro Quandel fu incaricato di tenere il giornale degli avvenimenti dell’assedio e, grazie al suo lavoro poi pubblicato a Roma, abbiamo i particolari giornalieri di quell’avvenimento.

Il 29 novembre all’alba con una colonna di 440 soldati uscì dalla cittadina per compiere una importante ricognizione, onde scoprire lo stato di avanzamento dei lavori del nemico. Comandava la colonna il Tenente Colonnello dello stato maggiore Aloysio Migy, svizzero ormai naturalizzato napoletano.
Compiuta l’operazione nel più assoluto silenzio, il distaccamento si apprestava a rientrare nella piazza quando il nemico si accorse della loro presenza, ed attaccò la colonna con forze nettamente superiori. Migy si batté da leone, finché non fu colpito mortalmente da una scarica di fucileria insieme a tre suoi soldati.

Il Re volle che gli fossero tributati i massimi onori, e lo fece tumulare nel Duomo.
Il 2 dicembre partì da Gaeta, non senza protestare, l’ottantenne Tenente Generale Pietro Vial, indomito soldato, al quale il Re volle evitare, a causa dell’età avanzata, le immani fatiche dell’assedio. Vial morirà in Roma, in esilio, alcuni anni dopo, ed è sepolto nella Chiesa della Nazione Napoletana, in via Giulia.

Il governo della piazza fu assunto dal Brigadiere Gennaro Ma rulli, ufficiale giovane ed esperto.
Il 4 dicembre il Re emanò un proclama ai soldati, nel quale li incoraggiava a dimostrare il loro valore ed a difendere la causa del diritto e l’onore della Bandiera napoletana: “Voi avete ad emulare una guarnigione più antica quale è quella che nel 1806 resistette con impareggiabile valore agli attacchi dei primi soldati del mondo”.

L’inverno del 1860 fu fra i più freddi del secolo. Neve pioggia e vento battente flagellarono le coste tirreniche, ma il vero nemico della guarnigione fu il micidiale tifo, che si manifestò ai primi di dicembre e che mieterà un numero impressionante di vittime civili e militari, tra cui i generali i generali de Sangro, Ferrari e Caracciolo di San Vito.

Il generale Antonio Ulloa fu inviato a Marsiglia per trattare la vendita di tre navi militari ferme in quel porto per riparazioni. Con i denari ricavati si poté dare un po’ di sollievo alla guarnigione ed ai suoi ospedali ricolmi di feriti.
Il governo piemontese tentò di impedire la vendita sostenendo che i piroscafi erano ormai di sua proprietà, ma i tribunali francesi giudicarono diversamente, proclamando che l’unico Re delle Due Sicilie si trovava ancora sul suo territorio, ed era solo vittima di una vergognosa aggressione.
Il 14 dicembre venne ridotto drasticamente l’organico della guarnigione che era in assoluta sovrabbondanza, molti corpi furono sciolti e gli uomini inviati nello Stato Pontificio.

Rimasero così nella piazza fino al termine 994 ufficiali ed impiegati e 12219 soldati.
Il 20 dicembre gli ufficiali inviarono al Re un messaggio, nel quale ribadirono la loro ferma intenzione di resistere ad oltranza, per tener fede al giuramento dato: 
“Signore, in mezzo ai disgraziati avvenimenti, dei quali la tristizia dei tempi ci ha fatto spettatori afflitti ed indignati, noi sottoscritti Ufficiali della Guarnigione di Gaeta, uniti in una ferma volontà, veniamo a rinnovare l’omaggio della nostra fede innanzi al trono di V. M. renduto più venerabile e più splendido dalla sventura.
Nel cinger la spada noi giurammo, che la bandiera confidataci da Vostra Maestà sarebbe stata da noi difesa anche a prezzo di tutto il nostro sangue: noi intendiamo restare fedeli al nostro giuramento. Quali che sieno per essere le privazioni, le sofferenze, i pericoli, ai quali la voce dei nostri Capi ci chiami, noi sacrificheremmo con gioia le nostre fortune, la nostra vita ed ogni altro bene pel successo o pei bisogni della causa comune. Gelosi custodi di quell’onor militare che, solo, distingue il soldato dal bandito, noi vogliamo mostrare a V. M. ed all’Europa intera che, se molti dei nostri col tradimento o con la viltà macchiarono il nome dell’Esercito Napoletano, grande fu anche il numero di quelli che si sforzarono di trasmetterlo puro e senza macchia alla posterità.
Sia che il nostro destino si trovi presso a decidersi, sia che una lunga serie di lotte e di sofferenze ci attenda ancora, noi affronteremo la nostra sorte con rassegnazione e senza paura; noi andremo incontro alle gioie del trionfo o alla morte dei bravi con la calma fiera e dignitosa che si conviene a soldati, ripetendo il nostro vecchio grido VIVA IL RE”.

Il 7 gennaio il Re, la Regina ed i Principi Reali Conti di Trani e Caserta dovettero abbandonare i palazzi nei quali erano stati ospitati, perché i colpi nemici li avevano ripetutamente danneggiati, e si trasferirono tutti in una modesta casamatta della batteria Ferdinando.


Per iniziativa dell’imperatore francese Napoleone III fu stabilita una tregua dall’8 al 19 gennaio, in considerazione della partenza della flotta francese, che da quel giorno non avrebbe più garantito la città dal mare.
Scopo dell’armistizio era quello di convincere Francesco II ad abbandonare Gaeta, avendo ormai salvato l’onore.

Pochi giorni prima del suo scadere i rappresentanti diplomatici di Austria, Prussica, Sassonia, Baviera, Belgio, Paesi Bassi, Portogallo, Brasile, Toscana, Russia e Stato Pontificio raggiunsero Gaeta per presentare i loro omaggi al Re. 

Nonostante gli ordini dei loro governi rimasero nella piazza a sopportare i disagi ed i pericoli dell’assedio solo i ministri di Spagna, Austria, Baviera, Sassonia ed il Nunzio Apostolico.

Il 15 gennaio Francesco II, all’approssimarsi della scadenza della tregua e della partenza della flotta francese, scrisse una nobile lettera all’Imperatore, che lo esortava a cedere: 

“Come cedere, quando in tutte le province del mio Regno con sentimento spontaneo si insorge contro la dominazione piemontese? Il mio diritto è ora il solo mio patrimonio, ed è mestiere che per difenderlo io mi faccia seppellire, se necessario, sotto le fumanti rovine di Gaeta. Ho fatto ogni sforzo per persuadere S. M. la Regina a separarsi da me. Ella vuole dividere con me la mia fortuna, consacrandosi alle cure degli ammalati e dei feriti. Da questa sera Gaeta conta nelle sue mura una suora di carità in più”.

Il 22 gennaio, unilateralmente, i napoletani decisero di riaprire il fuoco. 
Alle 8 del mattino un colpo della batteria Regina dette il segnale: fu una giornata memorabile.
La flotta piemontese dovette allontanarsi per i danni che i colpi della piazza le avevano inferto: oltre 10000 colpi furono sparati dai napoletani, a dimostrazione che non si sarebbero arresi.

Il nemico ne sparò oltre 18000, ma il morale napoletano rimase alle stelle.
Ad ogni colpo echeggiava il grido VIVA IL RE, e le bande militari intonavano l’inno di Paisiello. Ad ogni colpo mancato dal nemico una selva di uomini aveva ancora il morale ed il coraggio di fare gesti irripetibili dall’alto dei parapetti delle batterie.

L’11 febbraio il Re prese la decisione di interrompere la carneficina. Il colonnello Delli Franci fu inviato a parlamentare, ed a presentare una proposta di armistizio cui far seguire una vera e propria capitolazione.

Ormai i piemontesi tiravano soltanto da molto lontano, e non prendevano mai l’iniziativa di assaltare la piazza: “li prenderemo per fame” scrisse Cialdini a Cavour, naturalmente in perfetto francese visto che l’italiano non era molto contemplato da questi signori.

Quando iniziarono le trattative il vile assassino Cialdini non volle interrompere i bombardamenti, anzi li rinnovò con maggiore accanimento perché “sotto il tiro dei cannoni cederanno a condizioni più vantaggiose per noi”, scriveva ancora il generale a Cavour.

Fu così che a capitolazione già firmata venne centrata la polveriera della batteria Transilvania, dove morì l’ultimo difensore di Gaeta. 

Un ragazzo di sedici anni, Carlo Giordano, fuggito dalla Nunziatella per difendere la sua Patria. Egli non ha degna sepoltura, come non la hanno i tremila altri caduti di caduti di Gaeta perché, è bene saperlo, solo nel 1881 i parenti dei generali de Sangro e Caracciolo ebbero l’autorizzazione di apporre i nomi dei loro congiunti su di una lapide commemorativa.

I poveretti, gli umili, stanno ancora sotto la terra di Gaeta, magari nelle fondamenta di qualche nuovo ed orrendo palazzo costruito dai barbari che l’hanno calpestata dopo la resa.

La memoria dell’assedio e della sua meravigliosa difesa non passerà… Gaeta è stata punita più volte per la sua fedeltà a prova di bomba: è stata un famoso carcere militare, è stata retrocessa da vicecapoluogo provinciale a città qualsiasi, ed infine forzatamente collocata nel Lazio, in provincia di Latina.

La partenza del Re quella notte del 14 febbraio fu la prima di una serie di milioni di partenze di meridionali alla ricerca della dignità e di un futuro non di fame nera.
E’ bene non dimenticarlo.


Testo ripreso da "Eleaml" con inserito il Link diretto al testo, e a supporto di quanto da me testualmente ripreso e in buona fede riportato inserisco quanto dichiarato in merito:  
Diritto d'autore - Copyright - La riproduzione dei documenti pubblicati in questo sito (ELEAML) è libera purchè venga citata esplicitamente la fonte con un link a http://www.eleaml.org/ e non abbia fini di lucro. In caso di pubblicazioni a carattere commerciale bisogna contattare gli aventi diritto per ottenere il permesso alla pubblicazione
Fotografie da WEB: Google images - provenienze varie.