venerdì 31 agosto 2012

Lo zio giovane.




Raffaele era il fratello di Rosa. 
Rosetta aveva ormai 15 anni quando diventò sorella. 
Raffaele nacque quando i suoi genitori avevano perso la speranza di vedere la nascita non solo di un secondo figlio, ma che questo fosse addirittura un maschio. 
-Rose', devi pensare tu a tuo fratello! È ancora giovane! 
-Mamma', e non vi dovete preoccupare: prenderò il vostro posto! Ci penso io! 
E con questa rassicurazione, donna Filomena lasciò – a due anni di distanza dal marito Gaetano - la valle di lacrime nella quale a conti fatti aveva avuto la fortuna di non averne versate poi molte, di lacrime. 
Rosetta: 45 anni, maritata e con tre figli; Raffaele: 30, un diploma di perito commerciale e un impiego come ragioniere in una ditta dove fabbricavano scatole di imballaggio: 
“Premiata ditta Di Cosmo & Figli. A Napoli dal 1890”.
Il Di Cosmo nonno di figli ne aveva avuto uno solo, Elpidio.
Dopo la sua morte, e all’arrivo del secondo nipote che non riuscì a vedere, Elpidio coprì la “o” con una pennellata di vernice e trasformò “Figlio” da singolare in plurale.
Gennaro, il marito di Rosetta, ascoltando le ultime parole della suocera si fece la croce mormorando "Ci ha lasciato eredi universali e chistu bellu capitale!"
In genere tra fratelli la gelosia è un sentimento che sta sempre lì-lì per saltar fuori e può manifestarsi alle volte a sorpresa in età adulta.

Magari dopo che il primo dei due va sposo e l’altro tarda o evita del tutto di farlo.

Il primo dei due che si “inzora”, che sia il più grande o meno d’età non ha importanza, ha in questi casi la strana sensazione che l’altro possa insidiargli la moglie.
La letteratura e la storia lo hanno insegnato e continuano a farlo ancora oggi.
Difficile per il maritato sopportare la presenza dello scapolo in casa sua più del dovuto!
Soprattutto se quello dovesse trovarsi a visitare il fratello in orari troppo mattutini o peggio ancora decidere di prolungare oltre orario la sua presenza di sera; quando la cognata per stanchezza indugia a girar per casa in camicia da notte e vestaglia...

Il fratello della moglie è invece più sopportabile anche se scapolo, pur se sarebbe meglio si sposasse anche lui.

In particolare il fratello della moglie nato per secondo genito e non sposato, diventa per i nipoti lo “zio giovane" ovvero "‘o frato ’e mammà”.

Lo zio giovane e scapolo è autorizzato a girare per casa anche al mattino presto o alla sera tardi, pur se farebbe comunque bene a starsene a casa sua... quasi sempre quella di famiglia... quella destinata alla sorella...

- È vero: papà la casa l’ha lasciata a me, ma che faccio lo metto fuori alla porta?
Quella è stata anche casa sua…. fino a che non si fa una sua vita propria e una sua casa propria… e se lo caccio lui poi dove va?
E quella poi se mamma mia mi viene in sogno e mi dice “ma come? E che sorella snaturata che ho fatto!? Ha messo fuori al fratello! L’ha messo in mezzo a una strada! Tu la casa la tieni, e tieni pure marito e figli! Quel povero ragazzo sta solo, non tiene a nessuno! …e io che pensavo di averlo lasciato in buone mani… chillu povero guaglione! E po’ me l’avive prumesso…: …‘n punto ‘e morte…!”

- Ma come “in mezzo a una strada”? e con che coraggio te lo viene a dire? Quello lavora, c’ha uno stipendio…, ma possibile che non se ne può andare ad abitare da un’altra parte? Noi la casa ce la potevamo fittare che un aiuto economico ci fa pure comodo…! Stai a sentire a me: quello se ne approfitta…! E poi: ma quale ragazzo? Ragazzo…: a trentacinque anni me lo chiami ragazzo? Una donna se la poteva pure trovare e si faceva pure lui la vita sua!
- E già! Perché uno poi la prima donna che passa per strada che fa? La ferma e le dice
“Signori’ scusate, siccome che me ne devo andare dalla casa dove sono nato e cresciuto e ci abito, perchè mia madre l’ha voluta lasciare “per forza” a mia sorella, mi vorrei fidanzare con voi stasera che così domani mattina sposiamo e ce ne possiamo andare a una casa tutta nostra...
Sapete mio cognato se la deve fittare perché ‘gli servono i soldi…’ e io me ne devo andare! che mamma mia l’aveva detto sempre… ‘Rose’ statte accorta: chillo nun tene nu’ stipendio comme ‘a Raffaele!’ ”
Ma tu fusse asciuto pazzo?

- Per forza…? Ma come per forza…? Quella la casa non è che te l’hanno lasciata per chi sà quale motivo, quella è la tua dote di matrimonio… e scusate signora se prendo le vostre difese visto che siete mia moglie… e che mi curo anche gli interessi della mia famiglia visto che teniamo tre figli e che doveva essere un aiuto economico per tutti quanti…
Ebbe’ io non riesco a capire perché quello all’età che tiene non ha ancora trovato una femmina che se lo prende….

- Perché te l’ho detto: e uno mica si può sposare la prima persona che incontra…? E se poi non si trova bene? Che fa, si divorzia…?! Ih, e ti immagini che scuorno?  Le persone si devono abituare tra di loro… vedere se vanno d’accordo… se si piacciono… ci vuole il suo tempo… poi tu parli come se noi ci fossimo sposati il giorno dopo che ci siamo conosciuti… ti sei dimenticato che sono passati tredici anni prima di fare il “grande passo…”?

- E certo! Il povero “ragazzo” fa pure il difficile! E quella tiene una cosa, a quella ce ne manca un’altra… neh, ma che si crede che la principessa di Inghilterra arriva a Napoli e si sposa a lui…? e si deve decidere… si deve accontentare… tiene pure un’età… non è che può pretendere…
E poi noi abbiamo dovuto aspettare tredici anni e il perchè ho visto che non te lo sei scordato… i tuoi erano fissati che io non ero sistemato e tua madre diceva che alla figlia sua non avrebbe mai permesso di “andare a mangiare pane e cipolla appresso a uno sciagurato come me…” e tuo padre sempre zitto... ‘o povero ommo!... io lo so solo io che ho passato per farci capire che non facevo l’impiegato ma ero un professionista… che facevo il geometra e che tenevo uno studio mio e che ti potevo mantenere… secondo lei uno che lavora deve prendere per forza lo stipendio a fine mese, ferie pagate e cassa malattia, che se no è un nullafacente…
L’ha crisciuto essa ‘o faticatore!
…“Raffaele…! Lui si che c’ha uno stipendio ogni fine mese! E a Natale glielo danno due volte perché se lo merita! Tu invece che fine gli vuoi far fare a mia figlia…?” eh!
E quant’anne ce so’ voluti p’a convincere!
A Natale lo 'pagano due volte' al poverino perché 'se lo merita!'… lui… “’O faticatore!”
Nu’ povero disgraziato cumme a mme che s’avuta sentì e dicere!

- Ma mo' che fai, ce l’hai pure con quella brava donna di mia mamma che in fondo in fondo t’ha voluto sempre bene…? …è che a me ci teneva… sono sempre la figlia femmina… Non voleva che facevo la stessa fine sua: a fare la serva al marito.
Lui ci ha provato, è stato fidanzato un sacco di volte ma evidentemente la donna giusta ancora non l’ha incontrata… vedrai che prima o poi…

- …e già! Più poi che prima… e certo perché lo stipendio se lo mette in tasca, la casa la tiene gratis, a mangia’ la domenica e tutti i santi giorni festivi se ne viene a magna’ qua… e chi glielo fa fare a se sposa’!
Chllo sta cumme a nu’ rre! Siente a mme: chillo nun se sposa manco si o’ pavano!

- E che vorresti lasciarlo solo a Natale e Pasqua? E la domenica…? La domenica è una festa di chiesa… è santa… è come se fosse Natale o Pasqua! Ma se fosse stato un fratello tuo…

- Lascia stare… che se fosse stato un fratello mio è da mo’ che ll’ess’ fatto una’ faccia ‘e pacchere...!

- E perché saresti stato un fratello snaturato! Voglio vede’ quando poi tua mamma ti veniva in sogno e ti faceva lei a te ‘na faccia ‘e pacchere!

- Io si tenevo a ‘nu frato accussì a me non mi veniva in sogno mia mamma ma mio padre, e mi diceva pure “Guaglio’ ‘e fatto bbuono! Frateto tene ‘na faccia ‘e cuorno!
Statte tranquillo che a tua madre nun ce rico  niente! Anzi… dacce ‘nu pare ‘e pacchere pure pe’ parta mia!”

E già, perché lo zio giovane la sorella l’invita a pranzo tutte le domeniche e pure nelle sante festività di Natale e di Pasqua, e pure a Capodanno… e pure quando sono i giorni del nome e del compleanno. 

Quelli del fratello cioè, perché alle altre feste lo zio giovane si presenta senza bisogno di invito… solo per fare gli auguri… poi però resta pure a pranzo e alle volte anche a cena…  “Vabbuo’, allora mo’ sa che faccio? Visto che s’è fatto accussì tardi… me magno primma ‘nu buccone e po’ me ne vaco…”.

"Azzo ‘nu buccone? ‘Nu piatto e maccarune , ‘na fella e carna tanta… ‘a ‘nzalata, ‘e patane, vino, acqua, caffe’..." ...perché...  
“…No! In quanto a questo so’ furtunato! Grazie al cielo io dormo ‘o stesso, nun tengo problema pure si ‘o café mo’ piglio primma ‘e me ‘i a cuccà!”
“E meno male: vire tu che furtuna! Veramente ‘na furtuna!”

Però quando viene che è una festa della famiglia lo zio giovane non arriva mai a mani vuote: porta pure i regali.
Per un po’ di volte consecutive sempre lo stesso perché lui compra più pezzi di uno stesso oggetto... per risparmiare...

Non solo scarpe, calzini, camice, cravatte...
Quando entra in un  negozio vede una cosa che gli piace… chiede il prezzo e poi fa:
- E se me ne prendo due quanto mi fate? E se me ne prendo tre?
 E finisce che se ne prende almeno dieci pezzi anche se non gli servono perché gli fanno lo sconto buono.  
Il giorno dell’onomastico e del compleanno del cognato per cinque anni ha avuto il coraggio di portare ogni volta una boccetta di dopobarba Williams: dieci tutte in fila là nell’armadio; mai usate.
A Gennaro quel dopobarba non gli è mai piaciuto, ma Raffaele aveva avuto un bello sconto comprandone dieci tutte insieme.
E poi aveva risparmiato gli aumenti degli anni a venire.
Vuoi mettere?

Poi è stata la volta delle cravatte: sempre dieci.
Ora è arrivato al sesto portafogli.
Ne mancano quattro: due anni ancora, e poi è costretto a trovare un’altra cosa.

A Natale invece uno scialle per la sorella Rosetta, e un maglione per Gennaro il cognato.
Stessa fattura, stessa marca: per fortuna cambiano i colori.
Un atto di pietà della commessa.

Ai tre nipoti libri.
Anche quando non sapevano leggere:
“Vedrai come mi ringrazieranno un giorno! Si trovano una libreria già fornita quando è il momento!”

Li comprava con il Club degli Editori che costavano meno che in libreria: almeno non era sempre lo stesso titolo perché quelli si ricordano che cosa ti spediscono.
Uno al mese: 12 libri all’anno.
Tre nipoti e cioè quattro per uno: nome, compleanno, Natale e Pasqua.

“Che il libro è meglio dell’uovo di cioccolata: non fa venire il mal di pancia, non scade, e che poi dentro ci stanno sempre le solite sciocchezze che non servono a niente e poi si buttano.
E che poi con la scusa dell’uovo di Pasqua ti fanno pagare la cioccolata dieci volte in più: meglio una tavoletta di cioccolata di marca: pesa di più e costa di meno.”

Solo che i nipoti almeno quando erano più piccoli, a Pasqua l’uovo l’avrebbero gradito di più…!
…e poi la tavoletta di cioccolata la sentivano solo nominare… non la vedevano neanche da lontano: né di marca né non di marca…
“Quando cambiate i denti lo zio ve la compra: che la cioccolata fa venire la carie!”
E poi:
“Avete appena messo i denti nuovi: se poi si cariano con  la cioccolata...! Che poi i vostri genitori dicono subito che è stata colpa dello zio…!”

Che se fosse stato per lui quei poveri ragazzi la cioccolata l’avrebbero vista solo in fotografia.

La domenica era una specie di rito: Rosetta aveva mantenuto l’abitudine della mamma: Ragù di carne!
Con le braciole di manzo e, quando le riusciva a trovarle come diceva lei da Totore il chianchiere, anche le tracchiolelle di maiale.
Totore non è che non le teneva: ad avercele ce le aveva sempre, figuriamoci!, è che non sempre le teneva come dovevano essere.

Le tracchiolelle dovevano averci l’osso perché l’osso ci doveva stare, ma non doveva essere troppo grosso; il grasso perché il grasso ci doveva stare e si doveva sciogliere dentro alla salsa, ma non doveva essere troppo spesso: giusto un filino; e poi la carne perché un po’ doveva finire nella salsa, e un altro po’ se la dovevano mangiare direttamente levandola da vicino all’osso.

Le tracchiolelle di maiale piacevano a tutti!
Dovevano essere sei, una per uno, e tutte uguali!
Ognuno si doveva trovare nel piatto una braciola e una tracchiolella; o almeno quello che di quest’ultima ne restava dopo la cottura.

“Rose’, se chiudo gli occhi me pare de vedè a mammà… Fai ‘o rraù tale e quale a essa! Na cunsulazione! Me pare ‘e stà ‘mparaviso!”

E già, perché Rosetta il ragù l’aveva imparato a fare proprio buono!
Lo faceva con la conserva di pomodoro, che nessuno la usa più.
Lei se la preparava, la conserva, da sola in casa: faceva tanti vasetti per quante domeniche ci stavano nell’anno, e ogni domenica ne apriva uno.

Andava anche a comprare appositamente la pasta quella lunga e che poi si deve spezzare: gli zitoni!

Quelli a casa sua li spezzava il padre: era il suo compito domenicale, poi se ne doveva solo andare dentro a leggere il giornale in soggiorno.

La  cucina diventava un posto proibito per tutti tranne che per Raffaele.
L’unico ammesso era lui e quando ogni tanto infilava una mezza fetta di palatone nella pentola del sugo, la mamma girava la testa dall’altra parte facendo finta che non guardava...
Ah! Che fortuna essere il “figlio maschio di mamma’!”

Quel sugo era una meraviglia! Morbido e compatto: il pane si impregnava tutto di salsa e non ne colava a terra neanche una goccia.

E sì, gli ziti dovevano essere quelli lunghi: gli “zitoni!”; quelli che una volta spezzati generano tutti quei piccoli frammenti che si amalgamano con la salsa, restando confinati in fondo alla zuppiera!

Una volta che l’ultimo maccherone era finito sotto i denti, arrivava il momento della “pulitura del piatto”: una specie di rito che Raffaele eseguiva a occhi chiusi e lentamente.
Il pane raccoglieva tutto insieme: pasta e salsa.
Gennaro lo guardava invidioso… così come succedeva anche al papà… una volta...

A Raffaele quasi venivano le lacrime al ricordo del viso sorridente della mamma che lo guardava bearsi come stesse mangiando chissà quale prelibatezza.

Pure a Gennaro piacevano: non solo gli ziti dunque, ma anche tutto il resto.
Rosetta però il piatto di Raffaele lo preparava per ultimo con la scusa di servire per primo al marito, e così a Raffaele andava il meglio della zuppiera.

- Raffae’…, e ce ne stanno n’ati ddoie: ‘e vvuo’?
- Rose’, e che ti devo dire… finisce che poi si devono buttare… è ‘nu peccato d’o cielo! Vuol dire che m’’e magn’io… pure se sto’ pieno!
- E sì, e fallo stu’ sacrificio! Issa remmane’ cu ‘o pensiero…? Fernesce ca po’ nun riesci a ddurmì! Ce vulisse fa veni’ stu’ scrupolo…!?

- Genna’… ma che sì geluso pe’ dduie maccarune? Tu te ne sei già mangiato ‘nu bellu piatto! Te ponno fa male si te ne magne assaje!
- Pe’ carità! Geluso io? E po’ ‘o guaglione ll’ave ragione: adda magna’! Adda crescere!

E tutte le domeniche la stessa storia, ma a Rosetta non le importava: la mamma le aveva affidato il fratello e lei questa la considerava una missione.
E poi era ancora giovane… sicuramente più avanti si sarebbe fatto una vita sua… magari se ne sarebbe andato pure in un’altra città… lontana da Napoli... forse anche all'estero... chissà pure se si sarebbero visti a Natale o a Pasqua…
Su questo pensiero spesso ci piangeva in silenzio senza farsene accorgere… “Sperammo ca nun se sposa ca si no ‘o perdo!”


No-no! Finchè Raffaele non si “inzorava” ci doveva pensare lei.
Già era tanto che due volte alla settimana sopportava che andava a casa una donna a fargli le pulizie, il bucato e gli stirava le camice.
Ci sarebbe pure andata lei una volta mandati i figli a scuola, ma se lo veniva a sapere Gennaro ci avrebbe litigato di brutto!

Non c’era domenica però che Raffaele non si presentava a casa con la guantiera delle pastarelle!
Tre cannoli alla siciliana, tre sfogliate e tre babà: per non far vedere che si limitava a comprare una pasta a testa, ne prendeva nove.

E poi a lui piaceva sia il cannolo che la sfogliata: così se ne poteva mangiare due con la scusa che “Visto che ce ne stanno…mo’ ma magno ‘na sfugliata…”

- Rafe’, esordiva Gennaro ridacchiando quando le paste arrivavano in tavola, perché ti fermi sempre a nove…? nunn’haie mai chiesto a Don Vittorio si te faceva o sconto pigliannone dieci? Vuo’ vede’ ca pe’ ‘na pasta e meno te si perzo ‘o sconto ‘e tre centesimi?
- Genna’, e quanto sei stupido – interveniva Rosetta – perché lo devi mortificare a mio fratello…? Chillo ha avuto ‘o penziero…! e tu Rafe’ putive pure evita’! te miette sempre in cerimonia: stai a casa di tua sorella e di tuo cognato! Mica di estranei: non c’era bisogno!
- Rose’… lasso ‘o sta’ che a Gennaro ce piace ‘e pazzia’!  … chillo io ho saccio: me vo’ bbene cumme ‘a ‘nu frato!  E poi ‘o ssaje che me fa piacere: nunn’è mica per disobbligo!... ai ragazzi ci piacciono: se le aspettano…
- Rafe’, in quanto a fratello a Gennaro… sient’a mme: lascia perdere ca nunn’è cosa… meglio che resti fratello mio e basta!”

Alla domenica sera poi, quando lo zio giovane restava anche a cena perché “Vabbuo’, visto che insisti ma magno ‘na cusarella… tanto per non andare a letto proprio a stomaco vuoto… mo’ mi trovo che me veco pure ‘a trasmissione sportiva… ma ‘e maccarune ‘e scarfi dinto ‘a padella ca veneno tutti abbruciacchiati comme 'e faceva mamma’…?”

…e alla fine sistematicamente…
- Genna’… mi sento un poco lo stomaco pesante… tenisse ‘nu poco ‘e bicarbonato?
- E grazie! te si fidato e magna’ chillu poco! Te si fatto tre braciole ca me parevano tre sottomarini tanto ch'erano gruosse....
Mo' te sient' 'o stommaco pesante…?  ma tu ia' ringrazia' 'o cielo si 'o stomaco nun t'ha sputato in faccia e nun se n'egghiuto schifato!
- Genna', e non dire così... davanti ai bambini.... quelli poi chissà che si penzano...”
- E che se ponno penza': ca teneno nu' zio che è unu muorto ‘e famma!
- E no Genna', e mo’ stai esageranno! Raffaele si è mangiato quello che io gli ho messo davanti, e lui che è una persona educata non ha saputo riufiutare...
- Non ha saputo rifiutare? ma tu staie pazzianno? Nunn' ha vuluto rifiutà!
Nun s'è manco sunnato e fa 'o gesto 'e rifiuta'!
- E dai Genna', mo' nun fa accussì! O’ ssaje che te considero comme a ‘nu frato… Mo' faccio na cosa: me piglio nu bicchierino 'e limoncello... chillo ca te purtaie l'ata vota... e me metto nu poco 'ncoppa 'o divano...
chello poi me passa! 

- Rafe’… lascia perdere ‘o fatto r’o frato… tua sorella te l’ha già detto…
'O limuncello? certo l'’e purtato... due dommeneche addietro... ma t’ho beviste tutto quanto ca' scusa che t'era rimasta 'ncoppa 'o stommaco a fella 'e carne arrustuta…
 - A verità…? Io sta cosa r’’o frato nun l’aggio capita tanto... Rose’ magari poi n’ata vota me la spieghi…
- Nun te preoccupa’… nunn’è necessario…
- Genna’, hai ragione.... e che ci vuoi fare, ho preso da papà: tengo 'o stommaco delicato....
- Rafè, ma famme 'o piacere.... tene 'o stommaco delicato 'o guaglione....


sabato 25 agosto 2012

Villammare Film Festival 2012!







22/08/2012 - 25/08/2012
Orario: 21:00

Dal 22 al 25 Agosto a Villammare si terrà la VI edizione del "Villamare Film Festival", una kermesse a base di dibattiti, incontri, spettacoli, proiezioni e degustazioni enogastronomiche. L'emittente 105 TV, organizzatrice del Festival, trasmetterà l'evento in diretta.
Telefono: 0973 365787
Email: info@villamarefilmfestival.it


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L’undicesima edizione dal 22 al 25 Agosto 2012
“Il cinema è uno dei tre linguaggi universali; gli altri due sono la matematica e la musica”
Così diceva il celebre regista e sceneggiatore della Hollywood degli anni d’oro Frank Capra. E di questo linguaggio universale torna a fregiarsi il Villammare Film Festival che anche per il 2012, doppiato il capo dei dieci anni, punta a sviscerare le mille arti e mestieri, i mille sogni e personaggi che questa arte sa regalare in tutte le sue sfaccettature.
Dal 22 al 25 Agosto Villammare tornerà capitale del cinema per una 4 giorni che come al solito raggrupperà ospiti di prestigio, dibattiti interessanti, pellicole di valore, siparietti divertenti, performance culturali e degustazioni enogastronomiche. La scoppiettante formula del Villammare Film Festival, organizzato dal Comune di Vibonati con la collaborazione dell’Associazione Villammare Film Festival Golfo di Policastro e 105 Tv, tornerà ad animare l’estate del Golfo di Policastro con la sua consueta squadra di instancabili volontari. Per il momento la direzione artistica della kermesse si sta apprestando a visionare i corti giunti in questa edizione un po’ da tutto il mondo e tra cui verranno selezionati i dodici semifinalisti che si daranno battaglia nelle prime tre serate del Festival, per poi approdare, solo in 4,  il 25 Agosto alla finale che decreterà il vincitore del 2012.
Due le categorie tematiche previste, quella di carattere generale e quella dedicata all'ambiente, in onore del meraviglioso Parco del Cilento che attornia questo territorio.
Fonte del testo: ricerca effettuata by Google testo inserito da: -© 2001-2012 CONSIGLI DI VIAGGIO.IT - TUTTI I DIRITTI RISERVATI - Centro Studi di Cultura, Promozione e Diffusione del Cinema - Presidente Alessandro Masini, Corso di Francia 211 - 00191 Roma

venerdì 24 agosto 2012

“Michela Murgia - Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una telefonista precaria. ” Io lettore penso che…





Il libro ha tre valenze:
1 - Innanzitutto si tratta di una lettura piacevole.
Scorrevole: un libro scritto per bene, senza sbavature e volgarità. Cosa rara in una scrittrice donna.
Le espressioni utilizzate un po' "forti" non creano alcun disagio.
Il tono discorsivo da diario o da blog, che alla fine è la stessa cosa, lo rende davvero amabile.
Si capisce sin da subito che l'autrice ha piena consapevolezza di quello che scrive dal modo stesso in cui plasma e conforma il testo secondo la sua personalità di espressione.
Giammai appare una indecisione o una incertezza.
Definirlo un libro divertente mi sembra una forzatura e non rende giustizia all'intento di chi ha scritto e alle vicissitudini raccontate: non fa ridere – cosa propria di un testo umoristico, cosa che non è questo libro – quanto piuttosto sorridere in alcune delle sue parti.
Forse siamo così abituati a trovarci dinanzi a brutture abbandonate senza finirle, che l'avere davanti un libro del quale non si stanno a contar le pagine lette grazie alla sua leggereza narrativa, ce lo fa sembrare chissà cosa.

2 - È una guida utile per chi viene sistematicamente assalito dalle telefoniste dei call center che propongono di tutto.
Dai vini ai cambi di provider per forniture elettriche, telefoniche, internet e il cielo sa cos'altro!
A nulla è valso farsi inserire nell'elenco di coloro che vogliono essere esclusi dalle finte indagini di "marketing" e quant'altro.
Fatta la legge trovato l'inganno: ogniqualvolta rispondiamo di accettare che i nostri dati possano essere utilizzati per ricevere informazioni su prodotti e servizi - spesso rispondendo "no" non si procede alle registrazioni - confermiamo di voler ricevere telefonate dai call center proponenti le cose più disparate.
Inutile dichiarare di non voler far cedere i propri dati a terze parti: quasi sempre quelle "terze parti" sono dipendenti strettamente dalla prima, e quindi...
Questo libro non permette più di poter dire "Io non avevo capito, non sapevo, mi hanno fregato." La risposta è "Ti sei voluto/ta far fregare coscientemente!"

3 – È una immagine dettagliata di uno "spaccato" di vita dei giovani e dei non più tanto giovani.
Svela definitivamente la presenza di quei veri e propri "Falchi" autorizzati che si aggirano tra le pieghe delle leggi sul lavoro,  per arricchirsi con vero e proprio cinismo sulla pelle di persone deboli, indifese e disilluse.
Il precariato è una piaga della società e le leggi che lo permettono sono frutto di una truffa colossale perpetrata ai danni di tutti: giovani e vecchie generazioni.
I primi non riescono a sganciarsi dai secondi, e i secondi hanno sempre più difficoltà a sostenere i primi.
L'autrice fa più volte riferimento alla Legge Biagi la cui approvazione bipartizan è stata uno dei drammi degli ultimi anni, e che è all’origine della esperienza lavorativa raccontataci.

Si è fatto leva sulla emotività collettiva scaturita da un episodio drammatico per far passare una legge che forse lo stesso promotore avrebbe potuto rivedere forse anche in un secondo momento per magari migliorarla, cambiarla, meglio definirla forse non proporla affatto.

Con questo libro sottolineo che come descritto al secondo e al terzo punto di questo commento vengono tutti informati, tutti allertati: i potenziali acquirenti sono avvisati, i potenziali lavoratori/trici altrettanto.

Per i primi: fate attenzione, per un pollo è facile finire spennato e bollito.
Non vergognatevi a considerarvi polli se doveste scoprire di poter essere annoverati in questa categoria: solo se ne avrete coscienza potrete salvarvi!

Per i secondi: fatevi furbi. Non fatevi sottomettere il cervello e restate sempre voi stessi. Nessuno vi regala niente; nessuno Buon Samaritano si preoccuperebbe mai di risolvere da solo quello che lo Stato e le Leggi se ne fregano di risolvere.
Questo tipo di imprenditori possiamo considerarli il “Gatto e la Volpe”!

Immagine da "www.bookrepublic.it"



mercoledì 22 agosto 2012

La Festa di Maria SS. di Portosalvo - Villammare 2012



Villammare si trova sulla costa tirrenica al centro del Golfo di Policastro, lungo la SS 18. Dista circa 3,5 km da Sapri, 8 daPolicastro, 15 da Scario e 3 da Vibonati. Vicina a Villammare si trova un'altra località balneare, Capitello, frazione di Ispani.
Villammare è una località turistica balneare piuttosto rinomata, a ridosso delle colline del basso Cilento e vicina al suo parco nazionale. L'economia locale è basata, principalmente, sulle attività turistiche e sulle iniziative legate al terziario.
Il borgo di Villammare è anche ricco di tradizioni e strutture secolari, come l'antica torre di avvistamento costruita per difendere la località dalle incursioni dal mare di vari popoli predatori.

La Festa di Maria SS. di Portosalvo

Il piccolo borgo è molto fedele alla sua madonna patronale (Maria SS. di Portosalvo). Ogni anno, durante la seconda Domenica di Agosto, tutto il paese festeggia la suddetta madonna denominata protettrice dei pescatori, dunque in tale ricorrenza tutti i pescatori, di mattina, con un insieme di barche, seguono la processione per mare mentre di sera la processione secolare viene fatta per le vie del paese, trasportata a turno dai pescatori per motivi di devozione. Il programma cosiste anche in due messe, una di mattina alle 10:00 (appena si ritorna dalla processione) e una di sera alle 19:00 (che è la più solenne) celebrata dal vescovo.
Fonte: Wikipedia


 

Immagini prelevate con Google Images.

I fuochi pirotecnici!

La Torre Eiffel a Villammare!



Estate 2012: tipe da spiaggia...




Il "Filetto di Luna"


Alto nel cielo
appare già dopo l'ultimo raggio di sole
in attesa di quel sorriso pieno di meraviglia 
ad ogni suo apparire,
là sul balcone fermo
a fissare il cielo.
Fanciullo ancora per quanto antico!
Ma il sorriso non c'è:
non ci sarà mai più!
E abbasso gli occhi
vergognoso delle lacrime
che mi rigano il viso
come sempre quando riappare
nella sua indifesa semplicità
di un gesto, 
di una parola.
Di quello sguardo
implorante un aiuto 
che non ho saputo dare...
che non potrò più dare!

domenica 1 luglio 2012

Considerazioni fisiologiche.


Aprile.
Domenica: una di quelle dal sapore primaverile!
Sono in bicicletta e percorro la strada sulla quale affaccia pretenzioso l’ingresso principale della Casa Comunale di Pompei.

L'edificio, una volta residenza del Beato Bartolo Longo, si trova proprio di fronte alla facciata del santuario dedicato alla Madonna ricco di marmi, colonnati e ingresso al campanile.
Oltre ai giardini con la fontana ricettacolo di materiale di vario, li divide un ampio tratto di strada inglobato in quella che è la piazza dedicata al Beato.

In corrispondenza dell'ingresso della casa comunale dunque, al centro della strada e ben troneggianti in tutto il suo spettacolare quanto maleodorante aroma si palesa impossibile a non vedersi la testimonianza del passaggio di uno o forse più d'un cavallo.

Cavalieri della domenica in mostra? A volte se ne vedono.
Militi in assetto da parata? Anche di questi a volte se ne vedono.
Questa volta si tratta proprio di questi ultimi: carabinieri che non avendo null’altro da fare inducono sofferenze ai garretti degli animali loro affidati costringendoli su strade asfaltate piuttosto che liberarli su terreni battuti o strade predisposte a essere calpestati da zoccoli.

Un tempo i comuni facendo di necessità virtù, provvedevano a organizzare un adeguato smaltimento dei liquami e quant’altro lasciati liberi in strada da animali da soma.

Dunque oggi non è difficile incrociare lungo la strada ufficiali della benemerita a cavallo e signori di tutto punto vestiti da rustici cavallerizzi che invece che percorrere praterie, campagne e sentieri di montagna onde consentire ai loro destrieri di esprimere il meglio di sé, amano mostrarsi con ondeggiante e parsimonioso passo, percorrendo il centro cittadino, con le fetide conseguenze del caso.

Così come per tutti quelli appartenenti ad altre razze, anche i cavalli – in quanto animali - hanno necessità di espletare i loro bisogni direttamente in strada; il cavalli come tutti gli altri loro consimili, hanno però la caratteristica di lasciarsi andare con maggiore libertà ed entusiasmo!

Lo fanno restando in piedi lì dove si trovano quando stazionano in attesa di riprendere il cammino, oppure si liberano lungo la strada senza darsi cura di chi viene dappresso.

Colpa del cavallo?
No, perchè il cavallo non è un animale domestico!
Non è dunque un animale educato!
Obbediente a ordini perché domato, meglio dire schiavizzato; non certo domestico, non quindi educato perché non educabile.

Oltretutto tenendo in buon conto che tanto grande è l’animale, tanto più grande è il risultato! si può immaginare lo spettacolo che si apre agli occhi di coloro che oggi, domenica di turisti e pellegrini, attraversano la piazza!

Dunque ci sarebbe da chiedersi: se quella dei cani deve essere raccolta dal padrone che lo porta a spasso, perché mai la defecazione dei cavalli deve restare lì, in bella mostra, maleodorante, fetida, ingombrante senza che nessuno si curi né di levarla ma soprattutto di far sì che non venga raccolta dai “cavalieri” di turno?

Che il centro di un comune destinato a essere punto di aggregazione di pellegrini che si recano al santuario, o di turisti in visita agli scavi sia destinato a un tale scempio, e soprattutto nel corso di un giorno festivo: quando cioè maggiore è l’affluenza, è davvero uno scempio più che una vergogna!
Una offesa alla umana decenza!

Perché poi proprio i carabinieri invece che dare il buon esempio come dovrebbero, nel rispetto che devono alla popolazione indigena e forestiera, non raccolgono – se proprio devono mostrarsi al popolo circolando in sella a cavalli dallo sguardo afflitto, per mantener vivo inutilmente il ricordo di un ormai desueto passato - quanto gli animali da loro condotti lasciano andare liberamente in strada, e se ne infischiano di aver sporcato la strada e infestato l’aria?

Mi fan pena i cavalli perché sicuramente soffrono.

Sono insopportabili i “cavalieri” per la loro presunzione, ma sicuramente più ancora insopportabili per la loro arroganza e inutile manifestazione di autorità sono i carabinieri.

Quelli a cavallo in particolare, ovviamente.

"Andrea Vitali-La mamma del sole." Io lettore penso che...


Alzi la mano chi, leggendo uno dei racconti di Andrea Vitali, non abbia ritrovato chiudendo gli occhi, uno spaccato di vita del proprio paese, del suo quartiere. Le fotografie di strade e palazzi a lui ben conosciute e note. Vite di vicini di casa, negozianti, amici e conoscenti che condividono insieme una stessa unica comunità.

Nelle grandi città in effetti, il quartiere è costituito proprio da una piccola comunità completa di tutto.
La sezione comunale, la farmacia, la parrocchia, gli uffici giudiziari, la salumeria, il macellaio e tutte quelle tante voci silenzione e aun tempo chiassose, invadenti, petulanti che sono proprie di un qualsiasi paesello di provincia.

Magari il momento storico è diverso, ma l’ambientazione di tutte le storie negli anni che precedono la seconda guerra mondiale, dà l’idea di immaginare cosa sarebbe stato e come sarebbe vissuto il lettore se fosse nato poco prima o poco dopo l’anno 1900.

Le storie si susseguono intrecciando le vite private e lavorative nonchè le abitudini personali di cisacuno dei personaggi, fino a farle confluire tutte in una unica storia complessiva.

Sin dalla sua presentazione, si sa che ogni personaggio che si inserisce per un qualche motivo nel contesto del racconto, sarà parte integrante della storia. Tutti sono a loro volta  “Il Protagonista” e nessuno di loro, per quanto breve possa sembrare la sua apparizione è da ritenersi un comprimario.

Ogni parte del libro è un racconto a sé stante, ed ogni racconto è composto da singole immagini ciascuna completa pur a volte nel suo breve svolgersi. Ciascuna di esse essenziale; non dispersiva, non astratta, non avulsa dal contesto. Si capisce subito che ciascuna immagine presentata è stata collococata al momento giusto.

Invece che perdersi in inutili e cervellotiche elucubrazioni, in esasperanti descrizioni ambientali, pericolosi ragionamenti filosofici, particolari descrizioni di scene appiccicate lì tanto per far volume, ogni flash è così completo pur anche nella sua brevità, che si tratti di poche righe o di due o tre pagine, si ha comunque chiara l’idea che tutto quello che costituisce il brano corrisponde a ciò che il lettore deve conoscere.

Tutto il resto – cioè quello che manca – è uno stimolo all’immaginazione, alla costruzione personale di una propria personale ambientazione in modo che chi leggi ritrovi quasi sé stesso o le persone che conosce.

Si. Meglio dire “avrebbe conosciuto” se fosse vissuto lì, e a quel momento.

La possibilità di collocare a proprio piacimento la darsena, la casa, il bar, il negozio, la parrocchia, la casa del prefetto o quella del maresciallo: ogni cosa è lasciata alla libera immaginazione. L’importante è lo svolgersi del racconto e il movimento dei protagonisti all’interno del palcoscenico.

Insomma: se Andrea Vitali avesse la stessa capacità di produzione continuativa di Andrea Camilleri, sarebbe un gran bene per il piacere di una lettura distensiva, gradevole, moderata nel proporsi e piena di informazioni storiche, e curiosità sociali e culturali. 

Si, sono proprio soddisfatto: 5 stelline su 5 di voto non danno sicuramente giustizia a questa ultima opera – in genere quella di chi scrive si usa definire “fatica”, ma a leggerlo sembra proprio che Andrea Vitali a scrivere non faccia proprio alcuna fatica – che come per ogni altra precedente, mi piace considerare essere “giusto quella prima della prossima”.