martedì 25 marzo 2008

Il piatto della domenica

Lo zito nella pentola sul fuoco
Lentamente si cucina
La fiamma accorta
lo addenta pian-piano
mentre si innalza verso l'alto sussurrando
"Son Fatto!"
Accanto si lascia udire il lento poppiare del ragú
che si prepara ad accarezzar l'amato!
Piano s'adagia nel piatto immacolato
Lo zito morbido e fumante
Mentre di color rosso fuoco
il sapore si colora
e s'inebria
Oh! Qual beltà!
Che grande attesa è la domenica
per chi altro non attende

che la poesia traspaia da quel silenzio

di religiosa estasi che dalla tavola si innalza!
Non c'é null'altro al mondo
di più ammaliante
quanto non sia lo zito
che annega nel ragú.

giovedì 10 gennaio 2008

Stranezze d’estate.

Sono a Sapri.

In scooter sul lungomare sono dietro una automobile. Non c'è una gran fila.

Mi va di andar via senza fretta.

Si cammina lentamente ma non è un vero e proprio traffico.

Mi accorgo che l'auto che mi precede ha le luci degli stop non funzionanti.

Alle volte par di camminare dietro alberi di Natale. Questa qui niente.

Penso di affiancare l'autista per dargliene notizia. Forse potrebbe essermi grato; magari vedi che addirittura mi ringrazia.

Mi accorgo, mentre cerco di accostarmi alla parte sinistra dell'auto, che l'autista sta parlando al cellulare.

Siamo quasi in periferia, vigili nisba, si può approfittare.

Magari poi qui parlare al cellulare è permesso: non è difficile trovare al Sud autonomie legislative.

Spesso quel che è vietato altrove, in Campania è permesso.

Una specie di "Regione a legiferazione in difformità autonoma".

Una cosa che praticamente vorrebbe significare:

la legge generale dice che le cose stanno in questo modo, ma siccome a me non mi conviene tanto, allora "io" decido che per quanto mi riguarda si fa così, così e così.

Comunque: poco mi importa cosa stia facendo, io voglio soltanto essere cooperativo.

Non sarà che anche per le luci degli stop vige una normativa di tipo "differita", nevvero?

Gli sono quasi allo sportello quando dal braccio sinistro a malapena appoggiato al finestrino aperto mi rendo conto che si tratta di un carabiniere.

Un graduato.

Prontamente rinuncio a proseguire nella mia iniziativa umanitaria.

Visto mai che poi....

In effetti sono anche io un uomo del Sud e concludo: chi se ne frega!

Prime infanzie trascorse

Passo davanti alla casa della mia prima infanzia matrimoniale.

Il cielo terso lascia una immagine di pulizia e l'aria è limpida e fresca.

Le immagini mi scorrono davanti veloci soffermandosi di volta in volta su quelle di maggiore felicità e tristezza.

Sono tutte appese ad un filo. Un filo che il tempo trascorso non riuscirà a spezzare.

Sono passato davanti alla casa della mia prima infanzia matrimoniale.

Il cielo è ancora terso e l'aria è fresca come allora.

Dietro l'immagine di un triste e trasognato sorriso, intravedo agitarsi la mia mano protesa in un saluto di addio.

lunedì 7 gennaio 2008

Teatrino dei burattini.

La marionetta cade svenuta pesantemente sull'impiantito facendo un rumore sordo e muore; il sipario si chiude sull'ultima scena. I bambini applaudono; qualcuno non capisce se era una storia divertente oppure triste; ognuno se ne va con una idea propria: un paio di loro ha i lucciconi agli occhi perchè quella che ha sentito raccontare gli ha ricordato una storia vera che è successa a suo papà; l'omino del teatrino si mette accanto ad una rastrelliera scalcagnata di legno verde per vendere una copia del burattino protagonista un tanto l'uno.

Nemmeno caro. Il giusto. Un prezzo salariale.

"Babbo, babbo!" grida ad alta voce Michelino "me lo compri quello?"

"Sei mica matto? Hai visto che fine ha fatto? Una marionetta che prende iniziative? Vuole fare di testa sua che poi  muore; mezz'ora e tac, morto. Vorrai mica farmi buttare così i soldi!? Via che si va a casa a mangiare! La minestra sarà pronta e se ritardiamo ancora finisce che si fredda"

"Babbo, Babbino, ti prego! gli faccio fare un'altra storia. Quella che dico io! Più bella, vedrai che non muore! Lo faccio vivere tutto il tempo che voglio! Ti prego, compramelo!"

"Un'altra storia? Impossibile: quella è nata per fare quella parte; una stupida marionetta che prende iniziative; hai visto? È nato per vivere al più mezz'ora e poi muore. Impossibile che le riesca una parte diversa. Devi accontentarti dei burattini che hai. Quelli sono i buoni: non prendono iniziative; fanno tutto quello che vuoi tu. Li puoi far morire quando vuoi: quando ti hanno stancato... Tac! Lo decidi tu."


 

domenica 16 dicembre 2007

Trasferta di lavoro

Il vantaggio dei brutti. Stamani mi trovo a far colazione in una posizione strategica: sono di fianco alla porta d'ingresso. Chi entra in sala mi passa dinanzi.

I soliti gruppi. Già ieri sera a cena la solita cagnara. Stranamente non ci sono giapponesi. I giapponesi li trovo dappertutto. Questa volta no. Non ne vedo nessuno. In compenso ci sono i tedeschi. Tanti. Brutti. Bruttissimi. Uno più inguardabile dell'altro. Mi passano davanti uno per uno. Riempiono i tavoli di chiasso, bevande, cornetti, prosciutto, formaggi. Quelli di oggi si preparano alla partenza. Raggiungeranno un'altra meta dove portare le loro orripilanti figure. Li trovo davvero spaventosi. Non se ne salva nessuno. La gran parte di loro sono brutti ed anziani; ogni tanto salta fuori qualcuno che sembra essere più giovane: bruttissimi anche quelli!

Un bel po' di loro grassi, altri grassissimi. Le donne hanno un fondoschiena enorme; i maschi si fanno particolarmente notare per il loro stomaco a forma di palloncino. L'impressione é che qualcuno si preoccupi di farli andare in giro per salvare l'immagine del paese. Forse gli pagano anche il viaggio purché se ne stiano lontani. Chissá...!

Io non trovo nessuno che mi paghi una vacanza; in nessun posto.
Al più trasferta di lavoro. Ma si sa, non è una vacanza, quella.

La sfortuna di essere belli.

lunedì 20 agosto 2007

Confronto di civiltà? No: manifestazione di inciviltà e barbarie.

Pensavo a tutte le volte che leggendo di Bush qualcuno ha dichiarato che è uno dei maggiori, forse il maggior terrorista al mondo presente oggi sulla scena mondiale.

Pensavo a tutti i terroristi sui quali, dichiarati tali dall'opinione pubblica mondiale, dagli stati del mondo e dall'ONU, è stata applicata una taglia per la loro cattura.

Anche Osama Bin Laden è tra questi.

Pensavo a cosa accadrebbe quando Bin Laden dovesse mettere una taglia sulla cattura di Bush.

La differenza tra i due è che Bin Laden si nasconde, agisce nell'ombra e cerca complicità.

George Doppiavvu Bush invece agisce allo scoperto, riceve inviti dai capi di stato, risponde ai loro di inviti e cerca alleati.

Tra i due non v'è differenza alcuna. Ognuno agisce per il proprio interesse, entrambi sono sanguinari e senza scrupoli.

Quello insegna ad uccidere immolandosi, quell'altro ad uccidere facendosi immolare.

Entrambi protetti e nascosti al di fuori della battaglia come i vecchi generali di una volta che guardavano dall'alto delle colline sovrastanti il campo di battaglia, le loro truppe lasciarsi massacrare dal nemico.

Pensare che entrambi credono di essere nella storia lascia sgomenti.

Che vergogna vivere in un mondo così.

domenica 5 agosto 2007

In anticipo

Sono in anticipo sull'orario dell'incontro e mi ritrovo a ciondolare per far trascorrere il tempo. Sono in piazza Trieste e Trento, davanti all'ingresso della Biblioteca Nazionale, dove avverrà un incontro importante.

Inizio ad ingannare l'attesa. Decido: prendo un caffè. Non ho che da scegliere. In questo posto di bar ce n'è diversi. Per me che sono un "estraneo" posso scegliere come in genere faccio in questi casi, seguendo un istinto emotivo.

Gambrinus? Non. Mi fa troppo turista, e non mi piace. Ecco: entro da "Rosati". Mi occorre che trascorra un po' di tempo. Cerco di fare la fila alla cassa lentamente – non lo è molto in verità -, e poi al banco sperando che il barista prepari il mio con tranquillità. Ma qui sono abituati alla frettolosità degli avventori che si presentano al banco.

Di uomini d'affari, impiegati e quanti altri che restano in piedi, si sa che hanno bisogno di fare in fretta. Se hai tempo, se proprio vuoi far sapere che possono servirti con calma, allora ti siedi al tavolino. Io sono in piedi. Ho la borsa di lavoro e sono solo: non posso non aver fretta; il servizio è immediato.

Se il luogo del mio incontro fosse stato quello, allora mi sarei seduto ed il cameriere avrebbe capito.

Bevo il mio caffè, ma è ancora presto. Davvero "molto" presto!

Riattraversando la piazza mi rendo conto che a passare di qui sempre in fretta e quasi mai a piedi, non sono mai entrato nella chiesa la cui facciata occupa quasi completamente uno dei lati della piazza.

È la chiesa di "San Ferdinando". Percorsa la breve scalinata d'ingresso, l'impressione è di essere tornato indietro di oltre quaranta anni. Qui non ci sono panche ma sedie; sedie ed inginocchiatoi di paglia: non ne immaginavo nemmeno più l'esistenza.

Tutte le sedie che messe in bell'ordine - un ordine quasi perfetto - mi riportano ai miei anni di fanciullo quando alla domenica, in una delle due chiese che si affacciano su piazza Dante, entrambe proprio di fronte alla Via di Port'Alba, - era sempre la stessa tutte le domeniche; non mi è mai più riuscito di riconoscere la "nostra", ed oggi non c'è più a chi domandare – andavamo per ascoltare quella celebrazione eucaristica fatta di una cadenzata litania al momento delle preghiere collettive. Una chiesa fatta di popolo, che le recitava in un latino cadenzato. Ne serbo il ricordo come di una strana melodia dal contenuto incomprensibile.

Una volta, un bel po' di tempo addietro sempre per ingannar l'attesa, vi sono entrato. In entrambe. Fino ad allora quanto tempo vi fosse trascorso non riesco ad immaginarlo.

Entrambe ammodernate nelle suppellettili. Con le panche. Non più le sedie, nessuna traccia degli inginocchiatoi che si "fittavano" a parte.

Per riconoscere quale fosse quella dove trascorrevo le domeniche mattina della mia prima infanzia, ho disperatamente girato lo sguardo intorno senza riuscire a ritrovare il volto di quel fanciullo che altro non aspettava il sacerdote con il suo "Ite, missa est" – era l'unica cosa che capivo cosa volesse significare: "finalmente è finita!" -, per uscir fuori a correre verso le bancarelle dei giocattoli. Ogni domenica uno diverso, ogni domenica a desiderarli tutti, ogni domenica una scelta lunga e difficile per portarne via uno.

La chiesa di San Ferdinando, in piazza Trieste e Trento mi ha riportato indietro e non sono sicuro di esserne stato contento.

D'un tratto tra quelle sedie ho rivisto avanzare il volto di quel signore alto, ben vestito, con dei rapidi baffetti neri ed i capelli ben pettinati all'indietro. Impomatati perché ne ricordo la lucida brillantezza. Aveva delle lunghe mani. Forse una sola delle due era lunga: la sinistra. Con la destra raccoglieva le monete del "fitto": dieci lire la sedia, cinque l'inginocchiatoio. Noi eravamo in quanti? Non ricordo. Certamente mio papà e la mia mamma, e c'era con noi anche la mia nonna paterna. Il motivo questo perché noi, pur abitando vicino, si andava in auto. La nonna non poteva camminare. Mi è sempre rimasta fissa nella mente l'immagine di quel suo piede – quale? Il sinistro od il destro? – nascosto in una grossa scarpa felpata marrone, ed il suo lento e trascinante incedere. Che io avessi la sedia tutta per me lo ricordo bene, certo non l'inginocchiatoio che veniva fittato soltanto per gli adulti. Tutte le monetine venivano raccolte in bell'ordine: davanti le più piccoline fino via-via a quelle di maggior valore e più grandi di circonferenza, ben sistemate al centro del palmo. Sembrava fosse esonerato dall'ascoltare la messa: lui lì stava per lavoro. Io ero continuamente sollecitato al silenzio, allo star fermo ed attento; di lui quindi pensavo che fosse esonerato. Lo vedevo andare avanti ed indietro e girarsi da tutte le parti senza obbligo di far la croce quando voltava le spalle all'altare. Per gli altri sarebbe stato un sacrilegio. Lui no: poteva farlo. Pronto a comparire accanto a chi appena entrato, anche se in ritardo aveva da pagargli la moneta della seduta.

I ricordi avanzano troppo in fretta e non mi piace. Per cancellarli tutti – impossibile a questo punto! -, o meglio per non farne avanzare degli altri,esco nuovamente alla luce ed alla confusione della piazza. Ormai è quasi l'ora dell'appuntamento. Aspetterò fuori, così ci presenteremo insieme: il mio collega ed io. Resta da ingannare ancora qualche minuto e lo passo nel fermare sulla carta questi ricordi risvegliatisi a causa del mio solito vizio: arrivare prima. Questa volta forse molto prima di quanto non sarebbe stato opportuno. Magari uno di questi giorno li trascrivo nel mio blog per rileggerli con calma….

Anniversario.

Quanto è bello restare vicino-vicino durante il giorno che lentamente avanza, per ritrovarsi ancora insieme mentre s'approssima la sera.

Con la mia mano tra le tue, non mi fa paura l'arrivo della notte!

Flash

Quando poi la storia sarà finita, resteranno solo fotografie sbiadite dal tempo a testimoniare che è stato tutto vero.

...e quando il cassetto verrà poi chiuso per sempre, chi sarà arrivato dopo non riuscirà a sapere quale sarà stato il principio del racconto…..

mercoledì 11 luglio 2007

Sono ormai due mesi…. o poco più!

Ciao mammina.

Andato via papà, avevo sempre pensato che sarebbe potuto accadere come con i nonni. Ed in questo pensiero si è macerato l'animo mio per sette mesi.

Quando l'amore diventa una unica unità, come è stato per te e papà, la metà che resta deve ricongiungersi.

Non riesce a stare lontana da quella che va via per prima.

Come una calamita si ricollega alla sua parte distante.

Non riesce a consolarmi la certezza d'essersi tesa verso di te quella mano che tante volte hai stretto, e nella quale hai tenuto nascosta a tutti la tua fragilità, venire a raccogliere la sua "Bambolettina" per portarla via con sé.

Per poterla curare e coccolare per sempre; come sempre aveva fatto prima.

Così trovando il modo per esserci sempre accanto, anche quando siamo lontani.

Questa volta però, in un silenzio assordante che mi riempie la mente.

Com'è difficile Gesù, nell'ora della prova, quando arriva il momento in cui "Tutto è compiuto", capire quale sia il confine tra la vita e la morte; quale sia la morte e dove finisce; convincersi che è quello il momento in cui inizia la vita.

Tante, troppe volte, in tante occasioni cerco di trovare in me una forza che viene meno; tante, troppe volte m'appello a te fino a quando innalzo ripetutamente anch'io il mio grido: "Sì, io credo, ma tu soccorri alla mia incredulità!"

Ciao mammina.

Stringevi piano la mia mano ed io sapevo che questa volta non ero io bambino ad affidarmi a te, ma il contrario.

E l'ho sentita scivolar via pian piano perché non era più la mia quella che ti portava via.

Distratto non mi accorgevo del cambio

Non mi è riuscito in questo breve tempo rimasto, di sostituirmi al ruolo che avevi tu quando io, bisognoso di cure ed indifeso mi hai aiutato a guarire, a sollevarmi perché continuassi ad affacciarmi al mondo.

Non mi è riuscito di alleviare le tue sofferenze.

Perdono mammina mia, per tutto il niente che ti ho dato!

Ciao mammina, ciao papà!

Non abbandonatemi mai! Vi voglio bene.